Carlo Calenda: l’inverno del nostro scontento

Matteo Orfini pochi giorni fa ha annunciato di sottoscrivere a nome del PD e in accordo con i tre candidati alla segreteria Martina, Giachetti e Zingaretti il manifesto proposto da Carlo Calenda “Siamo Europei”.  Ma in che cosa consiste la proposta di Calenda? Può essere questa una soluzione efficace per sconfiggere, o perlomeno arginare, le forze della destra sociale in costante ascesa in Europa e un nuovo punto di partenza per il Partito Democratico?

L’idea di Calenda è quella di costruire un fronte democratico per le prossime elezioni europee, che si opponga all’attuale governo italiano e a tutti quei movimenti che l’ex ministro dello sviluppo economico definisce populisti e sovranisti. Questo fronte democratico dovrebbe riunire sotto un unico tetto le forze di centro-sinistra liberale, dunque il Partito Democratico, +Europa, i sindaci che hanno dato vita all’iniziativa Italia in Comune e verosimilmente anche il neonato movimento Volt. Come ha precisato Calenda, a destra ci si fermerà prima di Forza Italia e a sinistra la porta è sbarrata per Liberi e Uguali e per tutto ciò che si trova nell’alveo della sinistra radicale. Proiettata su scala europea, è la lettura di quegli intellettuali, come Massimo Cacciari e altri, e di quella stampa liberal che auspicano la formazione di una coalizione da Macron a Tsipras.

Ciò che salta all’occhio dopo aver letto il manifesto è la coerenza, tanto dal punto di vista contenutistico che di personaggi politici, tra questo manifesto e quei protagonisti che hanno portato alla sconfitta elettorale del 4 marzo. Perché mai il Partito Democratico e +Europa, che in occasione delle ultime elezioni politiche hanno ottenuto risultati ampiamente sotto le attese, dovrebbero veder incrementare il loro consenso in vista delle prossime elezioni europee presentandosi all’interno di un fronte comune senza aver elaborato una seria autocritica sugli errori commessi? Un nuovo contenitore mantenendo invariato il contenuto potrà mai essere sufficiente a risollevarne le sorti?

Quelle politiche liberiste improntate al laissez faire e alla competizione, alla preminenza della razionalità del mercato sulla politica e dell’austerità su urgenti questioni sociali, che hanno creato il terreno fertile per l’esplosione di movimenti di destra in tutto il continente europeo, come descrive l’economista Emiliano Brancaccio in questo articolo pubblicato sull’Espresso online e come ha descritto Karl Polanyi in modo analogo riferendosi agli anni 30 e 40 del Novecento, non sono menzionate da Carlo Calenda.

A onor del vero, leggiamo nel manifesto che “l’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico”. Tuttavia, due questioni vanno sottolineate a questo proposito. La prima è una spontanea domanda che sorge alla luce del fatto che fino a pochi mesi fa Carlo Calenda occupava il posto di ministro dello sviluppo economico e il Partito Democratico era al governo: era necessario arrivare fino a questo punto per accorgersi della necessità di riaffermare i valori dell’umanesimo democratico?

A questo proposito è evidente come gli annunci di voler rifondare l’Europa tendono a far passare come errori o incidenti di percorso decisioni economiche figlie di precisi progetti politici portati avanti pervicacemente. Non è stato un caso e nemmeno un errore fortuito che principi deflazionisti e di austerità siano stati promossi a livello europeo, così come non è stato un caso che politiche mirate alla flessibilità e alla conseguente svalutazione del lavoro siano state propugnate. Affermazioni come queste riflettono la volontà di negare la radice conflittuale di classe, derivante da interessi contrapposti, alla base delle scelte politiche che sono state prese all’interno dell’Unione Europea. L’impianto ordoliberale su cui è stata fondata l’Unione Europea è stata una scelta, non un meteorite che di punto in bianco si è abbattuto sul vecchio continente.

La seconda riflessione è la totale, ed inevitabile alla luce di quanto detto poche righe sopra, mancanza di spiegazioni convincenti all’interno del manifesto: sulla base di quali principi e in che modo concretamente si vorrebbe rifondare l’Europa? Calenda ad esempio propone “va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale, che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche”. Anche qui il suo pensiero risulta deficitario ma fortemente simbolico delle sabbie mobili in cui si trovano immerse quelle élite incapaci di comprendere il baratro che si è venuto a creare tra loro e il popolo. Individuare nell’ignoranza uno dei motivi per cui Salvini e Di Maio stanno governando l’Italia senza riconoscere come l’analfabetismo funzionale sia esso stesso il frutto di profonde disuguaglianze economiche, che dal 2008 in poi si sono trasformate in alcune zone del nostro paese in vera e propria esclusione, appare superficiale e figlio di un’arroganza che sembra perseguitare le forze liberali nel corso degli gli ultimi anni.

Come ho già sottolineato qualche riga sopra, ciò che sembra emergere come la cifra dell’appello di Calenda è la mancanza di una lettura e di un’analisi conflittuale di classe, tanto delle scelte politiche che sono state prese quanto del moto storico più in generale. Ritroviamo nuovamente tracce di ciò nel seguente passaggio del manifesto, dove Calenda cerca di predire la futura rifondazione delle grandi famiglie politiche europee:

All’indomani delle elezioni, la scelta degli eletti di aderire, a seconda della provenienza politica e culturale, a gruppi parlamentari europei diversi, lungi dal costituire un problema, rappresenterà l’anticipazione di una rifondazione delle grandi famiglie politiche europee che dovrà necessariamente avvenire lungo una nuova linea di frattura: quella che separa i sovranisti illiberali dagli europeisti democratici.

Quella da lui tratteggiata è una sfida allarmante tra democrazia liberale e sovranismo illiberale, autoritario e antidemocratico. Questo, sostiene Calenda, sarà anche il cleavage predominante nel prossimo futuro. Non più, dunque, un conflitto di interessi contrapposti tra diverse classi sociali, tra destra e sinistra, ma una linea di frattura che sarà incarnata dalla lotta per la democrazia liberale.

Tuttavia, la storia e anche recenti fatti di cronaca ci insegnano che questo non è mai successo, non sta succedendo e verosimilmente mai succederà. La storia della presa del potere del fascismo in Italia, con l’appoggio concreto degli interessi economici italiani più forti, ne è esempio lampante. Così come la storia di altre esperienze di democrazie illiberali o vere e proprie dittature, sia contemporanee come l’Ungheria di Viktor Orbán che smantella le tutele dei lavoratori, sia del passato come nel caso del governo cileno di Salvador Allende, prima fortemente osteggiato dagli interessi dell’ancien regime e poi sfociato nella drammatica esperienza della dittatura di Pinochet durata ben 17 anni.

In tutti questi casi, e di esempi ce ne sarebbero tanti altri, la frattura tra destra e sinistra e i relativi interessi di classe non sono mai stati sopiti o messi in secondo piano dall’avvento di governi antidemocratici o illiberali. Anzi, spesso e volentieri ampi settori della destra liberale sono stati in grado di cavalcare le spinte illiberali per il proprio tornaconto.

Abbiamo in questo senso un altro esempio recentissimo nella manifestazione che ha visto scendere in Plaza de Colón a Madrid il 10 febbraio il Partito Popolare e Ciudadanos al fianco di Santiago Abascal, leader del partito di estrema destra Vox, per chiedere la caduta del governo di sinistra presieduto da Sánchez ed elezioni anticipate. Pablo Casado, leader dei popolari, e Albert Rivera, leader di Ciudadanos, non si sono sottratti a farsi fotografare insieme a Abascal sul palco mostrando ancora una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, come la frattura destra-sinistra sia più che mai attuale.

In conclusione, la proposta di Carlo Calenda è a mio avviso inadeguata per fronteggiare la destra sociale in rapida ascesa. Riprendendo l’enfasi dell’incipit della proposta di Carlo Calenda che richiama il ruolo dell’Italia nella fondazione dell’Unione Europea, è importante ricordare alcuni passaggi del famoso Manifesto di Ventotene, oggi considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941:

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. […] Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime.

Recuperare un concetto chiave come quello dell’interpretazione dell’economia come parte integrante della società, vale a dire il concetto illustrato da Karl Polanyi dell’embeddedness, e dunque soggetta al controllo, alla guida e al governo da parte della politica, e dunque degli uomini, è conditio sine qua non per formulare una risposta credibile alla destra sociale e alle spinte illiberali e antidemocratiche. Reintegrare l’economia nella società significherà dunque non porre più la concorrenza come principio primo dell’agire politico, non imporre il pareggio di bilancio e l’austerità al di sopra delle necessità sociali, tanto in termini di occupazione che di welfare. Al contrario, significherà riportare il ruolo dello stato e della funzione pubblica alla guida dell’economia.

Purtroppo di tutto ciò nel manifesto di Carlo Calenda non vi è traccia. È l’inverno del nostro scontento.

 

 

 

 

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