Catalogna, analisi di un fallimento

C’è un governo destituito e i suoi membri accusati di sedizione e ribellione per aver promosso un referendum illegale. Ci sono deputati del parlamento sotto inchiesta per aver sostenuto una dichiarazione d’indipendenza illegittima. C’è una richiesta di estradizione per cinque membri del governo, tra cui l’ex presidente, fuggiti in esilio a Bruxelles. Se fossimo in un romanzo giallo giudiziario di John Grisham o in un thriller poliziesco in stile “Nemico pubblico”, la storia a questo punto sarebbe sicuramente ai titoli di coda. I buoni alla fine quasi sempre vincono, e i cattivi quasi sempre perdono o vengono arrestati.

Questo però non è un romanzo, non è un film. Qui non ci sono buoni o cattivi, e se ci sono le due sfere si sovrappongono e si uniscono fino a dissolversi l’una sull’altra. Qui c’è la gente in carne ed ossa, c’è la politica, l’economia, la lotta per una identità da una parte, per l’unità della nazione dall’altra. E non nella sperduta contea del Wisconsin di Grisham o nella Chicago di John Dillinger: siamo in Catalogna, in Europa. Questa è la storia di una lotta intestina tra spagnoli. O come preferisce qualcuno, è solo una delle tante battaglie che la Spagna, sin da quando è nata, sta combattendo al suo interno.

Le vicende catalane, dagli scontri sul referendum per l’indipendenza alla destituzione dell’intero governo autonómico, non possono che ispirare una serie di riflessioni. Proviamo a fare il punto su alcuni dei temi sollevati dal caos catalano.

Accordi e scontri

Partiamo dal cuore del problema, l’autodeterminazione e l’indipendenza. L’esperienza europea ricorda ancora in modo evidente le conseguenze dei processi di indipendenza unilaterali e conflittuali. I Balcani sono testimoni dell’insanguinato processo di dissolvimento della Jugoslavia e delle feroci guerre civili che sono seguite, non ultimi i drammi della pulizia etnica e dei conflitti religiosi. Quando le richieste anche violente di indipendenza, che sono per loro stessa natura extra-legali, non sono ricondotte sulla via del ragionamento e della mediazione politica, sono destinate a creare conflitti insolubili. E non basta di certo affidarsi al consenso popolare più o meno ampio affinché la democrazia possa prevalere. Anche in Kosovo ci fu un referendum, eppure quello che accadde negli anni a seguire fu quanto di più lontano da ciò che definiamo democratico.

Dalla Catalogna arriva un’ulteriore conferma. Alle ragioni ideologiche, culturali, economiche, identitarie e di tradizionale forte autonomia della Catalogna, il governo di Madrid ha replicato con la sacrosanta difesa della Costituzione spagnola  del 1978, approvata a larghissima maggioranza, e con la sacrosanta salvaguardia dell’unità della Spagna. Chi voleva lo scontro aperto, e non si parla solo dei leader indipendentisti, non ha fatto altro che mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Che, come esempio di leadership politica, non è proprio il massimo.

Vittorie e sconfitte

La seconda questione riguarda il tema del referendum sull’indipendenza, promosso dalle autorità catalane e considerato illegale da Madrid. Hanno votato 2,26 milioni di persone su 5,3 milioni di aventi diritto. Circa il 90% dei votanti si è detto favorevole all’indipendenza, ovvero un 38% effettivo di catalani, al netto dei contrari e non votanti. Sono i numeri impietosi di un fallimento. E’ piuttosto arduo giustificare una crisi istituzionale, con tutte le conseguenze che si sono viste, sulla base di un misero 38%. Per quanto oltremodo rumoroso, il fronte indipendentista si è relegato di fatto nel ruolo di una minoranza. Non sempre la ricerca spasmodica della conta dei voti porta dei vantaggi. Soprattutto quando dietro gli slogan vagamente nazionalisti e a tratti populisti non vi è la ben che minima visione di un progetto per il futuro. A dire “indipendenza” e “libertà” purtroppo sono bravi in tanti.

Ma la vera sconfitta è un’altra: quella del governo di Madrid.  Ed è una sconfitta tutta politica. Debolissimo nel contrastare la propaganda e le istanze del fronte indipendentista, il governo di Rajoy non ha trovato altre soluzioni che non fossero l’uso della polizia e delle aule di tribunale. Pur senza legittimità costituzionale, il referendum sarebbe potuto essere per il governo e il parlamento spagnolo un’occasione per pesare la forza politica e sociale delle richieste dei catalani, per decretarne l’irrilevanza o per farsi carico di una riorganizzazione dai poteri delle Comunidades autónomas. Oggi, a causa dell’ottusa reazione autoritaria del governo spagnolo, per quanto legittima, non abbiamo né la prima né la seconda soluzione, ma solo tensione, incertezza, manganellate e accuse. Un’occasione persa.

Autonomie e indipendenza

Il referendum, del resto, non è stato affatto un fulmine a ciel sereno. Era prevedibile visto lo scontro portato avanti sin nel 2006 dal PP, partito dell’attuale premier Rajoy. Quelli erano gli anni del governo socialista di Zapatero e della riforma delle Comunidades, orientata in senso fortemente federalista. Nel 2010, a colpi di ricorsi giudiziari e manovre politiche, Rajoy riuscì a stravolgere la riforma e lo statuto autonómico catalano, poco tempo prima largamente votato dal parlamento spagnolo, da quello catalano e validato da un referendum. E i catalani reagirono.

Tutto questo non legittima di certo l’estrema ratio piuttosto temeraria dell’indipendenza unilaterale proclamata dalla Catalogna, ma per lo meno la rende politicamente e storicamente sensata. Perché è evidente che il problema catalano, come quello di altre realtà come il País Vasco, è un problema politico, culturale, sociale. Non è eliminabile ma di certo governabile, attraverso il dialogo. L’immagine della polizia che cerca di impedire il voto dei catalani e manganella gli anziani ai seggi stride, e non poco, con la visione di uno stato moderno e democratico: per quanto forse legittime, queste rimangono pur sempre brutalità.

Buoni e cattivi

Giunti alla conclusione, forse ci dovremo chiedere chi ha ragione e chi è dalla parte sbagliata. Di fatto, il tentativo di indipendenza soccombe sotto la coltre di fumo dei lacrimogeni e delle manganellate, sotto la durissima reazione giudiziaria dello Stato contro le quattro idee forse bislacche di qualche gruppetto di catalani, animati da quel presidente Puigdemont ora in ferie forzate a Bruxelles. Eppure, come abbiamo visto, i cattivi, a volte, non sono così cattivi. E i buoni, a volte, più si convincono di essere buoni, più diventano cattivi. Magari il governo di Rajoy penserà di avere vinto, a colpi di manganello. Magari gli indipendentisti penseranno veramente di avere fatto paura alla tanto odiata Madrid. Il tempo è galantuomo, diceva qualcuno. E forse questi non sono affatto i titoli di coda.

Quasi quasi rimpiango i romanzi di Grisham.

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