Coffee & Cigarettes, conversazioni senza smartphone

Il film indipendente di Jim Jarmusch è una collezione di ritratti umani e genuini costretti dalla gabbia di solitudine a raccontarsi, un manuale di (non) buone maniere ancora estranee alla contaminazione tecnologica nelle proprie conversazioni. Caffè e sigarette sostituiscono le barriere degli smartphone nelle conversazioni di questi personaggi.

Jarmusch raccoglie undici episodi girati a partire dal 1985, poi integrati in un unico film nel 2003, in cui i personaggi siedono a un tavolino, fumando e bevendo caffè (o tè negli episodi 9 e 10) per poco più di un’ora e mezza.

  1. Strange to meet you (con Roberto Benigni, Steven Wright); il toscano Bob, collaboratore stabile e maschera preferita di Jarmusch (come in Daunbailò del 1986, insiemea John Lurie, Tom Waits e Nicoletta Braschi), attraverso il suo americano maccheronico interagisce claudicante con uno sconosciuto, bevendo enormi quantità di caffè. I due, prima scambiandosi il posto a sedere, si congedano in una situazione surreale scambiandosi i rispettivi appuntamenti della giornata.
  2. Twins (con Cinqué Lee, Joie Lee, Steve Buscemi); due gemelli di Memphis incontrano un cameriere che preferisce chiacchierare invece che continuare a servire ai tavoli, i tre si intrattengono in conversazioni sul gemello di Elvis Presley.
  3. Somewhere in California (con Iggy Pop, Tom Waits); in origine un cortometraggio girato nel 1992 che vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes, viene comunque integrato agli altri episodi. I due amici, nonché musicisti, spaziano la loro discussione toccando i temi più disparati come il pronto soccorso stradale, lo smettere di fumare e la musica.
  4. Those things I’ll Kill Ya (con Joe Rigano, Vinny Vella, Vinny Vella Jr); due anziani discutono in flusso delirante sulla responsabilità cancerogena delle sigarette sui rischi del bere troppo caffè. Infatti, questo corto è l’unico in cui i due personaggi non fumano malgrado alcuni tentativi.
  5. Renée (con Renée French, E.J. Rodriguez); una giovane donna sfoglia un catalogo di armi da fuoco allontanando il cameriere che cerca in tutti i modi di servire del caffè e instaurare una conversazione.
  6. No Problems (Alex Descas, Isaach de Bankolé); due amici afroamericani si incontrano dopo molto tempo, ma mentre fumano e bevono, quasi sfiorano il litigio perché non capiscono il motivo del loro appuntamento.
  7. Cousins (con Cate Blanchett); la bellissima attrice interpreta due cugine nella sala caffè di un lussuoso albergo. Ciò che le distingue è la realizzazione della carriera di attrice della prima e il fidanzamento sprecato con un musicista misconosciuto della seconda. La forzata cortesia delle circostanze le obbliga a non giudicare severamente i loro differenti destini.
  8. Jack Shows Meg His Tesla Coil (con Jack White, Meg White); i due musicisti dei White Stripes si intrattengono davanti a una bobina di Tesla progettata da Jack. Quando il meccanismo presenta una disfunzione, la ragazza riesce a ritracciarne il problema, lasciando Jack soddisfatto di poter riparare il trasformatore.
  9. Cousins? (con Alfred Molina, Steve Coogan); due attori si danno appuntamento in un bar, e Alfred cerca di convincere Steve a instaurare un rapporto di amicizia che porterebbe a entrambi un vantaggio lavorativo e affettivo. Steve rifiuta, però la sua lo lascerà orfano di un’occasione professionale (come la collaborazione con Spike Jonze in contatto con Alfred in quel lasso di tempo). Anche in questo episodio non compare il caffè né si fumano sigarette.
  10. Delirium (con GZA, RZA, Bill Murray); i due rapper discutono di medicina alternativa quando irrompe Bill Murray, cameriere, affetto da nevrosi a causa dell’eccessivo consumo di caffè.
  11. Champagne (con Bill Rice, Taylor Mead); due anziani addetti alle pulizie in un bar si dilettano a discutere della New York della fine degli anni settanta, della Parigi degli anni venti e delle teorie di Nikola Tesla, quando nello stesso momento riescono epifanicamente ad ascoltare una lontana musica lirica.

La rigida gabbia formale sembra consentire solo poche spiritosaggini, aneddoti fantasiosi e paradossali elogi alla nicotina e alla caffeina. Episodio dopo episodio emerge, con sorpresa, un quadro preciso dei rapporti umani dominato da solitudine, incomprensione, vana ricerca di affetto (Steve Buscemi). E se la Blanchett si sdoppia (se stessa e la cugina brutta), Alfred è straziante quando cerca di conquistare l’affetto dello snob Coogan, in nome di una lontana parentela appena scoperta. Il surrealismo di Murray visibilmente provato con i rapper del Wu-Tang Clan è irresistibile; e il finale funebre con due sopravvissuti dell’underground newyorkese getta un’ombra tragica su quello che era partito come uno scherzo.

La fotografia gioca in casa con un bianco e nero regolato ad arte da Tom DiCillo, attivo nel cinema indipendente e collaboratore principale di Jarmusch, nonché amico di Jim Morrison, cantante dei The Doors, e autore del documentario a loro dedicato When you’re strange (2009). La regia riesce a compensare la scarna sceneggiatura scambiandosi numerosi primi piani e inquadrature fisse: prima i volti dei personaggi, poi la tavola ricoperta di tazze di caffè e posacenere, con pochi movimenti e totalini verso il resto del locale. Dove la conversazione tra i protagonisti si interrompe, la macchina da presa raccoglie gli sguardi e le boccate di fumo, i colpi di tosse e il rumore familiare delle tazze.

Ciò di cui non sentiamo la mancanza in Coffee & Cigarettes sono gli smartphone. Malgrado l’ambientazione risalga a quindici anni fa, nella sua banalizzazione riusciamo a cogliere la solitudine naturale dell’individuo senza alcun artificio, quale sono i telefoni cellulari. Conversazioni di questo stampo, a scanso di una educazione ricevuta in famiglia quale “non si usa il cellulare a tavola” oppure “guardami mentre sto parlando”, è estremamente difficoltoso trattenersi dal controllare le notifiche o scattare delle foto per le proprie storie instagram. A tal proposito, Simon Sinek, in un celebre discorso sui millenials, puntualizzò sulla cattiva abitudine e la dipendenza creata dagli smartphone. Ricevere notifiche o essere contattati rilascia nel nostro organismo la dopamina, la quale genera una dose di piacere di cui non possiamo fare a meno. Perciò, ogni volta che ci si siede su un tavolo di un bar, la prima cosa a cui pensiamo è appoggiare in posizione verticale il nostro telefono, poco distante dalla persona con cui ci siamo incontrati. E lo schermo lo accediamo in continuazione anche durante una discussione, credendosi dei portenti fenomeni del multitasking, mentre in realtà ci disinteressiamo della relazione interpersonale, del rapporto con l’altro, dell’uso della parola come scambio di idee. Sinek afferma che è possibile (se non addirittura un dovere) lasciare il nostro telefono dove non lo possiamo vedere, all’interno di borse o tasche. Non siamo dei medici in reperibilità, possiamo rinunciarvi e concentrarci su chi ci sta di fronte, comprendere i suoi sentimenti e maturando un’empatia essenziale per ogni attività sociale.

Gli smartphone hanno sviluppato endemicamente quella che David Foster Wallace chiamerebbe una vanità di secondo grado. Chi è vittima della vanità di secondo grado, si comporta più subdolamente dei vanitosi e narcisisti che conosciamo tutti. Per esempio, controlla il telefono e senza che nessuno se ne accorga si scatta una foto e si compiace della sua bellezza. Ciò che la distingue dagli altri è la sua preoccupazione per sembrare totalmente priva di vanità. Lavandosi le mani in un bagno pubblico, una persona vanitosa di secondo grado non potrà resistere alla tentazione di guardarsi da capo a piedi, ma lo farà fingendosi di aggiustare una lente a contatto o levandosi una pagliuzza dall’occhio, in maniera che la gente la percepisca come il tipo di persona che usa lo specchio non per rimirarsi bensì soltanto per faccende che nulla hanno a che fare con la vanità. L’ossessione di non rivelare la propria ossessione primaria. Il telefono cellulare è il nostro specchio.

Coffee & Cigarettes è un espediente per disintossicarci dagli schermi oscuri e dalla vanità di secondo grado, un amore involontario per il racconto volgare delle classi medio-basse, una riflessione sulla solitudine condivisa. Che c’è di peggio della solitudine? Viverla da soli.

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