Per un consociativismo delle riforme

È passato, ormai, quasi un mese dalle elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018. I risultati sono ben noti (trionfo M5S, vittoria Lega, sconfitta FI, débâcle PD) e tendenzialmente condivisi dalla maggior parte degli osservatori. I partiti, tuttavia, sono solamente degli attori del gioco democratico e devono fare i conti, è il caso di dire, con le regole o, meglio ancora, insieme di regole di tale gioco: il sistema elettorale. Qui su Atlas abbiamo già trattato sommariamente l’argomento Rosatellum, che è stata la legge che ha disciplinato quest’ultima tornata elettorale (permettetemi: speriamo non le prossime). Il sistema elettorale, oggetto di interesse per politologi e giuristi (personalmente preferirei che se ne occupassero maggiormente i politologi, ma sono di parte), non gode di un grande appeal all’interno del dibattito politico-mediatico, ma rappresenta un importante nodo cruciale della politica italiana. Soprattutto, ma non solo, quella istituzionale.

Le percentuali ottenute dalle forze politiche in campo nella corsa elettorale congiuntamente al meccanismo proporzionale del Rosatellum non hanno generato una maggioranza di governo. Tutto ciò era prevedibile ed era stato previsto, tra gli altri, dal politologo dell’Università di Bologna Piero Ignazi, in un’intervista rilasciata a febbraio per Repubblica. Una legge elettorale proporzionale, che ha il pregio di garantire un maggior grado di rappresentatività, mal si concilia con il sistema partitico italiano attuale, de-responsabilizza gli esponenti politici e la loro accountability e frena il processo di offerta di politiche pubbliche lasciando inascoltati gli input provenienti dalla società (in primis, il tanto complicato quanto impellente intervento sul tema del lavoro).

Da una situazione di questo tipo, tuttavia, può nascere comunque qualcosa di positivo in termini di riforme istituzionali (in primis, come avrete capito, un nuovo sistema elettorale) di cui il paese ha bisogno per scongiurare nuove situazioni di stallo. Se abbracciate l’idea che le riforme istituzionali debbano essere quanto più condivise e non espressione di una determinata forza politica, come accaduto in passato, allora converrete con me che una situazione più o meno consociativa come questa forse potrebbe iniziare un iter condiviso di riforme. Mi piace pensare, in maniera troppo idealistica forse, che stavolta le forze politiche possano costruire un disegno scevro da calcoli di interesse elettorale. Questo è difficile che accada, ma in questa legislatura sono presenti incentivi naturali al dialogo, anche forzato. La necessaria ricerca numerica di una maggioranza potrebbe favorire quindi un compromesso, nell’accezione positiva del termine.

Forse qualcuno potrebbe obiettare che l’occasione per ‘cambiare le cose’ l’abbiamo avuta in passato, ma personalmente non concordo con chi dice, con buona dose di rancore, che dopo il ‘no’ al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si debba più parlare di riforme istituzionali. Quello delle riforme istituzionali non è un tema monopolio di qualche forza politica o di qualche esponente politico. È un problema, innanzitutto, dei cittadini e la risposta dovrebbe pervenire dalla politica, nel senso più ampio possibile.

Tornando al tema del sistema elettorale, c’è da dire che si tratta di un tema tutt’altro che semplice e pienamente affrontato da numerosi studiosi. Non sono in grado, per competenze, di fornire analisi scientificamente rigorose e non è questo l’obiettivo di chi scrive. Può essere d’aiuto, comunque, basarsi sulla classificazione operata dal politologo olandese Arend Lijphart, che gli studenti del corso di Scienza Politica del prof. Salvatore Vassallo, tra cui il sottoscritto, hanno imparato ad apprezzare. Lijphart conduce uno studio comparativo su due modelli: il modello maggioritario e il modello consensuale. Si può senz’altro affermare che l’Italia di oggi può essere classificata all’interno del secondo modello.

L’idea di molti politologi è quella di riuscire a disegnare un sistema elettorale di tipo maggioritario scongiurando ipotesi, spesso e ancora ravvisate in Italia, di ‘pareggio’. Ora, se fosse così semplice non avrebbe senso definire tutto ciò come ‘nodo cruciale’. Infatti, si tratta di un nodo cruciale proprio perché non è detto che un sistema elettorale di tipo maggioritario comporti risultati maggioritari (stabilità, governabilità) e un sistema elettorale di tipo proporzionale comporti risultati proporzionali (rappresentatività). Esistono numerose sfumature e sistemi misti che, a seconda di come vengono strutturati, possono provocare risultati dissimili agli obiettivi stabiliti, e in alcuni casi addirittura opposti (a questo proposito rimando ai numerosi studi svolti dal prof. Roberto D’Alimonte sul tema). Per questo motivo si tratta di un argomento complesso e altamente tecnico. Tuttavia, è più vicino alle esigenze del cittadino di quanto si possa pensare.

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