Cosa resta della Rivoluzione d’ottobre?

“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo” così recita l’incipit del Manifesto del Partito Comunista redatto da Karl Marx e Friedrich Engels. Secondo i due autori la storia dell’umanità procedeva grazie al rovesciamento di una classe dominante da parte di un’ altra oppressa, attraverso continue lotte di classe. In quest’ottica va letta la cosiddetta “dittatura del proletariato”, una situazione transitoria che sarebbe dovuta durare il tempo necessario a consolidare la rivoluzione. Il filosofo tedesco non si aspettava, però, che la prima rivoluzione proletaria della storia avrebbe avuto luogo in Russia, il paese più remoto ed arretrato d’Europa, in cui la maggior parte della popolazione era ancora impiegata nelle campagne, dove gli Zar avevano ancora diritto di vita e di morte sui propri sudditi ma soprattutto dove una vera e propria classe borghese non era ancora sorta. Viene ricordata come la “rivoluzione d’ottobre”, il colpo di Stato con cui Lenin assicurò ai bolscevichi il controllo del governo ed instaurò di fatto una dittatura del proletariato che si curò prima di tutto di far uscire la Russia dalla guerra e poi di dare la caccia ai contro rivoluzionari. L’arretrata Russia si trasformerà, come tutti sappiamo, nell’Unione Sovietica che nel bene e nel male rimarrà sotto i riflettori della storia per tutto il XX secolo.

Nel 1991 la dissoluzione dell’URSS sembrava aver eclissato la Russia dalla scena internazionale, troppo impegnata nella sua ricostruzione interna, troppo impegnata a tessere nuove relazioni con nuovi alleati a cui doveva assicurare di non essere più la minaccia di un tempo. Adesso che la leadership di Putin sembra aver dato un nuovo corso alla storia russa, il centenario della rivoluzione d’ottobre sembra essere un cimelio troppo ingombrante per essere celebrato in pompa magna. Il Presidente della Federazione Russa, infatti, ha più volte espresso il suo pensiero riguardo il glorioso e controverso passato del suo paese e per quanto riguarda l’URSS, Putin vede la sua fine come “una delle catastrofi del XX secolo in quanto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica circa 25 milioni di cittadini russi si sono ritrovati di colpo stranieri in casa propria”, così come racconta lui stesso durante il film documentario “The Putin Interviews” di Oliver Stone in cui il regista americano cerca di raccontare al mondo e ai suoi concittadini i lati meno noti del Presidente russo. La nuova Russia putiniana è ben impegnata a fare i conti con il passato; il suo attuale carismatico leader ha basato tutta la sua politica estera sul mantra della preservazione delle prerogative russe nel mondo e su un acceso nazionalismo, indi per cui la celebrazione della “Giornata della Vittoria sul nazifascismo” avviene con grandi parate e maratone televisive e Stalin viene ricordato come colui che ha portato l’URSS alla vittoria durante la Seconda guerra mondiale.

Per la rivoluzione di ottobre, invece, la questione è diversa. Per quanto riguarda Lenin, le impressioni sono ancora positive visto che il 31% dei russi lo vede come un personaggio la cui memoria è da preservarsi, il 21% pensa che le sue idee siano state distorte dai suoi seguaci mentre il 18% è sicuro che avesse le migliori intenzioni e volesse genuinamente guidare la sua gente verso un futuro migliore (Levada Center 2015). Un po’ come Nicola II Romanov che ora è “martire” della Chiesa ortodossa e viene ricordato per essere stato un marito gentile e un buon padre di famiglia, tacendo su tutto il resto. A Mosca i turisti possono ancora visitare il Mausoleo di Lenin così come possono recarsi in pellegrinaggio ad Ekaterinbug sul luogo dove sono stati uccisi i Romanov. Le impressioni sulla rivoluzione di ottobre sono invece più discordanti, a segnalare quasi una scissione tra la rivoluzione e il suo iniziatore; il 44% degli intervistati nell’aprile 2017 pensano si debba studiare gli eventi di quel periodo per non incappare negli stessi errori, mentre il 38% ritiene che la rivoluzione di ottobre abbia giocato un ruolo piuttosto positivo nella storia russa a fronte di un 25% che sostiene il contrario. Interessante è poi la serie di risposte che i russi danno a domande quali: se la rivoluzione abbia danneggiato la cultura russa, a cui il 49% degli intervistati risponde di sì, se abbia causato dei danni ai contadini russi, a cui il 48% degli intervistati risponde di sì ed un buon 42% risponde che la scomparsa della nobiltà è stata una grande perdita per la Russia. Facendo un ranking delle personalità della rivoluzione preferite, i russi scelgono in ordine: Lenin, Stalin, Dzerzhinsky e Nicola II Romanov con rispettivamente il 26%, 24% e 16%. A stupire è il piazzamento a pari merito (con il 16%) dell’ex capo della Ceka e detenuto politico su ordine della polizia zarista, Dzerzhinsky, e l’ultimo zar di Russia. Eloquente anche la risposta alla domanda: “Se potessi ricominciare la tua vita, dove ti sarebbe piaciuto vivere?” a cui il 33% degli intervistati risponde “Adesso. Sotto Putin”, distanziando di molto le altre possibili risposte.

Quindi cosa resta oggi della Rivoluzione di ottobre? Poco o quasi nulla. Resta forse la gratitudine per un leader carismatico, Lenin,che cercò attivamente di trasformare una società caratterizzata da profonda ineguaglianza in una più giusta ed eguale. Resta un sentimento ambivalente verso Stalin, resta la nostalgia di appartenere a una grande potenza. Ma il senso della rivoluzione è ormai perso, non c’è più nostalgia di quel periodo in cui forse era stato un ideale a muovere i suoi grandi protagonisti, in cui tutto il mondo aveva guardato con gli occhi sgranati quello che succedeva in Russia, quando un popolo aveva sovvertito uno Zar, quando anche al popolo era stato dato il diritto di contare qualcosa; ora quella gente è stanca, troppi conti con il passato, la voglia forse è quella di calmare gli animi; le rivoluzioni portano scompiglio e invece la Russia ora deve rimanere unita, lasciare le guerre civili al passato. Così vuole il suo nuovo Zar.

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