Cosa sta succedendo in Turchia?

La lira turca agita i mercati finanziari mondiali. Da gennaio ad oggi ha perso il 40 per cento del suo valore contro il dollaro, un trend fortemente negativo che si è particolarmente acuito nel corso dell’ultima settimana, quando la moneta turca ha fatto registrare solo il 10 agosto, nel giro di 24 ore, un meno 15 per cento. Oggi, nuovo record negativo con il tasso di cambio nei confronti del dollaro che sfonda per la prima volta quota 7. Se la forte svalutazione sta creando problemi ai consumatori e alle imprese turche, costretti a dover affrontare sia l’aumento dei prezzi delle importazioni che i maggiori costi per ripagare i debiti in valuta estera, non lascia tranquilli nemmeno i mercati finanziari mondiali.

Andamento tasso di cambio USD/TRY durante l’ultima settimana

L’alto tasso di globalizzazione economica e finanziaria, infatti, rende interconnesse le economie mondiali, come testimoniato dalle perdite tra l’1,5 e il 3,5% del peso argentino, il rand sudafricano e il rublo russo, divise di paesi emergenti toccate per prime dalla crisi turca. Inoltre l’effetto domino raggiunge anche i paesi europei, con l’euro che tocca i suoi minimi da un anno a questa parte sul dollaro. Come sostiene il Sole 24 Ore il sistema bancario spagnolo risulta essere il più esposto d’Europa, con 84 miliardi di dollari, seguito da Francia (37), Germania (17,5) e infine Italia (16,9).

L’ascesa politica di Erdogan partita nel 2003 è stata accompagnata da un poderoso sviluppo economico del paese, con un tasso di crescita medio annuo del 5%, che non ha però portato a una diminuzione del tasso di disoccupazione, oggi ancora elevato (10%). L’inflazione inoltre si mantiene particolarmente alta, stabilmente al di sopra del 10%, le disuguaglianze tra le città e le campagne aumentano e i grandi finanziamenti in valuta estera utilizzati per spingere la crescita turca, sempre più costosi da ripagare, dipingono una situazione di debolezza strutturale dell’economia turca. Come se non bastasse, la decisione presa settimana scorsa dal presidente turco di nominare suo genero Berat Albayrak come nuovo ministro dell’economia e delle finanze non ha rassicurato i mercati finanziari, che hanno reagito immediatamente spingendo la lira turca ancora più in basso.

Tuttavia, nella caduta della moneta turca degli ultimi giorni c’è di più. Come scrive Francesco Semprini per La Stampa “è su un doppio binario che corre l’ultima crisi sintomo di un globalismo che si rivela oggi più che mai fragile e disomogeneo”. Un doppio binario che da un lato vede le debolezze strutturali dell’economia turca e dall’altro le pressioni internazionali messe in atto da Washington.

La mossa che ha spinto ancora più a fondo la lira turca, infatti, è stato l’annuncio di Donald Trump su Twitter, in cui comunicava di aver autorizzato il raddoppio dei dazi americani alle importazioni di acciaio e alluminio provenienti dalla Turchia (gli Stati Uniti sono il principale paese di esportazione di acciaio per la Turchia, 1,5 milioni di tonnellate nel 2017), portandoli rispettivamente al 50% e al 20%, sottolineando come le relazioni tra i due paesi non siano buone in questo momento.

Nell’ultima frase del tweet il presidente americano si riferisce inevitabilmente al caso riguardante Andrew Brunson. Pastore evangelico originario della North Carolina ma residente in Turchia da 20 anni, imprigionato in Turchia con l’accusa di spionaggio dall’ottobre 2016 (nell’ambito delle purghe del post colpo di stato), è al centro di una crisi diplomatica tra il paese del Bosforo e Washington. Donald Trump continua a spingere per il rilascio di Brunson, considerato un ostaggio nelle mani di Erdogan, che lo vorrebbe utilizzare come contropartita per ottenere l’estradizione di Fethullah Gulen, l’imam islamico considerato dalle autorità turche l’ideatore del fallito tentativo di colpo di stato dell’estate 2016. Il netto rifiuto turco di liberare Brunson ha portato alle clamorose sanzioni americane nei confronti del ministro della giustizia Abdulhamit Gul e dell’interno Suleyman Soylu, creando una vera e propria crisi diplomatica tra i due paesi.

Da parte sua Erdogan, che ha sempre rigettato l’idea di un aumento dei tassi di interesse, misura che potrebbe causare una riduzione dell’inflazione e della svalutazione della lira turca ma anche una possibile recessione, si appella all’unità della popolazione turca. “Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro Allah” ha affermato a Ordu sul Mar Nero. “Cambiate gli euro, i dollari e l’oro che avete sotto il cuscino in lire turche nelle nostre banche. Questa sarà la risposta del mio popolo contro chi si è lanciato in una guerra economica contro di noi” ha proseguito il sultano.

E se da un lato cerca di mantenere la coesione sociale interna, dall’altro attacca fortemente Washington attraverso un lungo editoriale pubblicato sul New York Times in cui prima ricorda come “negli ultimi sessant’anni siamo stati partner strategici e alleati nella Nato”  salvo poi rimarcare come ora “il fallimento nel cambiare questo trend di unilateralismo ci richiederà di iniziare a cercare nuovi amici e alleati” paventando una possibile uscita dalla Nato e rinforzando l’avvicinamento verso la Russia intrapreso negli ultimi anni, in primis grazie all’accordo raggiunto su un importante gasdotto e poi grazie alla vendita alla Turchia dei missili russi S-400.

Come sottolinea Federico Rampini su Repubblica di domenica 12 agosto per trovare uno strappo di una portata simile a quello minacciato da Erdogan bisogna tornare indietro al 1966 quando Charles De Gaulle decise di ritirare la Francia dal comando integrato della Nato, rimanendo però all’interno dell’Alleanza politica. La posta in gioco infatti è alta. La Turchia, rimarca Rampini, paese che ospita nella sua base di Incirlik squadroni di cacciabombardieri americani e inglese, unico paese islamico della Nato e firmatario del discusso accordo con l’Unione Europea sui profughi, riveste un ruolo strategico fondamentale per l’Alleanza Atlantica e per i paesi europei.

Per tutti questi motivi, la crisi che sta colpendo l’economia turca è di primario interesse per gli equilibri globali, tanto economico-finanziari quanto strategico-politici.

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