Crisi e contraddizioni della sinistra occidentale

Il 2016 è stato un anno ricco di eventi politici che hanno infiammato l’opinione pubblica e può essere molto interessante, ma anche complicato, cercare di leggere questi episodi attraverso una serie di lenti esplicative nel tentativo di trovare un minimo comune denominatore che tenga insieme ed aiuti a spiegare i principali avvenimenti accaduti nell’anno che sta volgendo al termine. L’esercizio non è per nulla semplice perché il tentativo di individuare una chiave di lettura generale si scontra per forza di cose con le infinite diverse particolarità di ogni situazione, ma è anche per questo motivo molto stimolante.

A mio avviso un filo conduttore degli eventi politici dell’ultimo anno può essere rappresentato dalla crisi in cui sono precipitate le forze di sinistra social democratiche dei paesi occidentali.

È interessante soffermarsi su alcuni eventi che vale la pena ricordare in ordine cronologico: le elezioni politiche in Spagna del Dicembre 2015 prima e del Giugno 2016 poi, dove il Partito Socialista spagnolo è uscito dalle urne letteralmente a pezzi precipitando in una drammatica crisi interna che ha portato in primis alla caduta del leader Pedro Sánchez e, di conseguenza, a una situazione attuale molto frammentata all’interno del partito; le elezioni amministrative italiane dei primi di giugno che hanno sancito l’inizio del declino della parabola di Renzi e la perdita per il Partito Democratico di due grandi città, Roma e Torino; la Brexit del 23 Giugno 2016 dove la campagna del Labour per il “remain” non è riuscita ad essere incisiva e dunque convincente; la sconfitta di Hillary Clinton e del Partito Democratico americano in occasione delle presidenziali Usa; la recente pesante sconfitta di Matteo Renzi e della maggioranza del PD in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre ed infine i problemi della sinistra francese che sembrano preannunciare, sondaggi alla mano, un risultato catastrofico nelle presidenziali che si terranno in primavera.

Tuttavia la sconfitta e la contraddizione più grave della sinistra occidentale è l’evidente disaffezione degli elettori appartenenti alle fasce più deboli, tradizionale e naturale serbatoio di un partito social democratico, che non si sentono più rappresentati dalla sinistra e, più in generale, dalla politica. I risultati delle consultazioni elettorali sono la manifestazione numerica di questo fenomeno, tre esempi su tutti: in occasione delle amministrative a Roma e Torino il centro-sinistra si è difeso nei quartieri ad alto reddito medio mentre è crollato nelle periferie; nelle presidenziali americane Hillary Clinton ha dominato in stati come California e New York ma ha perso in stati tradizionalmente democratici come quelli della Rust Belt, fortemente colpiti dalla crisi; in occasione della Brexit la stragrande maggioranza dei cittadini delle zone rurali e periferiche ha votato “leave”. Non è dunque una disaffezione temporanea o localizzata in alcune zone distinte del mondo occidentale né può essere spiegata facendo riferimento ad alcune estemporanee peculiarità di un determinato paese che sta attraversando una fase delicata della sua storia. E’ un trend globale che dagli Usa attraversa l’Oceano e coinvolge tutti i principali paesi europei.

Il giornalista inglese del Guardian John Harris in un articolo poi pubblicato anche su Internazionale con il titolo “Cercando la sinistra” riporta alcuni passaggi del discorso di Tony Blair come leader del partito al congresso annuale del Labour tenutosi nel 2005, cinque mesi dopo la terza affermazione consecutiva dei laburisti alle elezioni. Il passaggio più interessante è il seguente: “Questo mondo in rapida trasformazione è indifferente alla tradizione. Implacabile verso la fragilità. Irrispettoso delle valutazioni passate. Non ha consuetudini e prassi. È pieno di opportunità, ma solo per chi è pronto ad adattarsi, non si lamenta, è aperto, disponibile e capace di cambiare. Il ritmo di questo cambiamento potrà sopraffarci oppure potrà rendere migliore la nostra vita e più forte il nostro paese.” Un discorso di questo tipo, fondamentalmente agli antipodi di un ideale tradizionale di sinistra, che sembra richiamare una sorta di darwinismo sociale, evidentemente poteva funzionare in termini elettorali prima della crisi economica scoppiata nel 2008. Ora che le disuguaglianze si stanno trasformando in esclusione e che ci si è resi conto che non tutte le persone sono disponibili ad adattarsi al cambiamento, o soprattutto non ne hanno gli strumenti, è necessario che le forze politiche di sinistra tornino a vedere e a capire i problemi della gente, in particolar modo in relazione ai temi del lavoro e delle disuguaglianze. Chi dovrebbe fare questi discorsi se non la sinistra, in particolar modo quando governa? L’alternativa è che milioni di cittadini si sentiranno sempre più dimenticati, abbandonati ed esclusi dalla politica e si rivolgeranno a chi invece strumentalizza le loro paure, i venditori d’odio della destra populista.

Quali sono le possibili soluzioni per andare a ricucire la frattura che si è creata tra le forze politiche social-democratiche e i cittadini delle fasce più deboli? In primo luogo è necessario incentivare e promuovere la nascita di movimenti dal basso. In questo senso l’esperienza della campagna elettorale di Bernie Sanders nel corso delle primarie americane è sicuramente un ottimo esempio di come riuscire ad intercettare il malessere generale dei cittadini e trasformarlo in una spinta positiva che porti a un rinnovato interesse per la cosa pubblica e per una società più democratica ed ugualitaria. In secondo luogo è fondamentale, in un momento storico caratterizzato da un’altissima disoccupazione giovanile, focalizzare il problema del lavoro ricercando soluzioni strutturali, che non possono essere quelle riconducibili alla deregolamentazione e all’indebolimento dei diritti. In questo campo sono enormi le sfide da affrontare nel futuro: scienziati di Oxford e del Mit (Massachussetts Institute of Technology) sostengono che metà dell’occupazione odierna sarà distrutta nel prossimo quarto di secolo. A questo aspetto e alla costante crescita delle disuguaglianze si appellano i sostenitori del reddito di cittadinanza, già in vigore in molti paesi europei ma non in Italia. Il diritto a poter disporre di un reddito minimo in quanto cittadino di uno stato è un tema sicuramente spigoloso che tuttavia un partito di sinistra capace di guardare verso il futuro dovrebbe cominciare a prendere in considerazione.

È necessario infine che le maggiori forze politiche di sinistra tornino a riconoscersi nei valori comuni fondamentali del riformismo progressista. A questo proposito viene in aiuto l’articolo 3 della Costituzione italiana: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Nell’attuale congiuntura ogni forza che ancora voglia rappresentare gli ideali di sinistra dovrebbe porre questo principio come fonte ispiratrice del suo operato.

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