Dalla guerriglia di Castro al referendum dell’arcobaleno, cambi di potere epocali in America Latina

La crisi venezuelana degli ultimi giorni, con l’autoproclamazione di Juan Guaidó a presidente ad interim a scapito di Nicolás Maduro, ha creato una situazione di tensione in cui non è ancora chiaro chi sia il detentore legittimo del potere. È difficile stabilire cosa stia succedendo: un golpe? Un’interpretazione alla lettera della costituzione? Una rivoluzione? Una crisi geopolitica regionale (con gli Usa schierati nel riconoscimento contro Russia e Cina)?

Una cosa è certa: in America Latina i colpi di mano e i rovesciamenti istituzionali sono una costante fin dagli anni delle indipendenze nel 1800. Ho deciso di raccogliere i cinque cambiamenti più epocali del continente; non tutti hanno portato la democrazia.

Messico. Le rivoluzioni che divennero istituzioni

Nel 1910, scoppiarono due rivoluzioni contro il potere autoritario di Porfirio Diaz, che durava dal 1876. Al nord, i ribelli erano guidati dal liberale Francisco Madero, che voleva una costituzione simile a quella degli Usa. Al sud, furono invece i contadini di Emiliano Zapata a prendere le armi. Scoppiò una guerra civile con continui omicidi politici. La stabilità venne raggiunta solo negli anni ’30, con il trionfo di Lázaro Cárdenas, che nazionalizzò il petrolio, distribuì la terra e fondò il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), al potere senza interruzioni fino al 2000. Di fatto, la rivoluzione divenne così un’istituzione del Paese, incarnata da un preciso partito.

Cuba. L’epopea dei barbudos

Fidel Castro conquistò il potere a Cuba al termine di un’impresa che ha contorni mitologici. Rovesciò nel 1959 la dittatura di Fulgencio Batista inventando un modo di fare la guerriglia, guidata da pochi militanti comunisti totalmente dediti alla causa. Fu, insieme a Che Guevara, l’icona pop della generazione anti-capitalista nata a partire dagli anni ’60. Quando entrò all’Avana, accompagnato da rivolte di classe e preti combattenti, promise di creare l’uguaglianza. In pochi anni, Cuba divenne uno dei Paesi più poveri al mondo. Il regime inaugurato da Castro è ancora in piedi.

 

Argentina. I militari rovesciati (anche) da una guerra internazionale

In Argentina i militari presero il potere nel 1976, poco dopo la morte di Juan Domingo Perón, che aveva lasciato il paese nel caos. Accanendosi contro gli oppositori politici, iniziarono una campagna di repressione famosa per i casi di persone scomparse, i desaparecidos. Crearono consenso interno con la vittoria dei mondiali del 1978 (foto in basso), ma non riuscirono a rimettere in sesto l’economia. Sentendosi alle strette, provarono il tutto per tutto: l’invasione delle Falkland/Malvinas, isole nell’Atlantico contese con la Gran Bretagna. La guerra che ne seguì, nel 1982, venne vinta dagli inglesi, mentre dagli Usa venivano segnalate le violazioni dei diritti umani nel Paese. Pressati dentro e fuori dai confini, i militari furono costretti a ritirarsi, permettendo la rinascita democratica.

 

Brasile. Il ritorno del parlamento fantasma

In Brasile, i militari presero il potere nel 1964 imponendosi una scadenza: avrebbero governato fino a che l’economia non fosse stata rimessa a posto, e poi se ne sarebbero andati. Quindi, mantennero sempre aperto il parlamento, guidandone le azioni come in un teatro in cui erano loro a controllare i partiti. Nel 1985, i militari indissero delle elezioni che, nella finzione elettorale, dovevano essere vinte dal candidato di un partito a loro vicino, che avrebbe riportato la democrazia. Vinse invece il candidato dell’opposizione Tancredo Neves, ma la transizione fu pacifica.

Cile. Il referendum dell’arcobaleno

Il metodo sicuramente più strano per il passaggio alla democrazia fu quello cileno, dove il generale Augusto Pinochet nel 1988 chiese ai cittadini di andare a votare per rinnovare il suo mandato di otto anni. La campagna del No, affidata a un giovane pubblicitario, scelse come simbolo l’arcobaleno e come metodo comunicativo quello degli spot pubblicitari divertenti. Il motto era “Cile, l’allegria sta arrivando”. A sorpresa, il No vinse col 56 per cento contro il 44 del . I militari smisero di appoggiare Pinochet, che si ritirò, mantenendo comunque un seggio da senatore a vita.

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