Il dramma della partigiana “Mimma” e il ronzio disturbante del 25 Aprile

C’è un che di fastidioso nei festeggiamenti del 25 Aprile. Un costante ronzio disturbante che l’Italia e gli italiani sopportano da ormai 72 anni. Forse perché la storia a volte fa male. Forse perché le cose che non vengono vissute a pieno e in profondità poi, in un modo o nell’altro, riaffiorano. Sporche e maleodoranti. Pesanti come macigni. Le polemiche ormai sterili e abbastanza stucchevoli lasciano il tempo che trovano. Non siamo un Paese normale. Non lo siamo mai stati, e forse a noi va bene così.

Il 25 Aprile però non può essere solo “Liberazione e Resistenza”. Se non ancorate ad una solida memoria storica, le parole sono effimere. Volano via al primo vento. E il vuoto della memoria viene riempito con tutto e il contrario di tutto. Se facciamo fatica a capire chi siamo, ripartiamo da chi eravamo. “Le colpe, come le persone, iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge” scriveva una formidabile Michela Murgia. Riempiamola allora questa Liberazione, questa Resistenza. Riempiamola di nomi, di persone, di uomini e di donne.

La storia che raccontiamo è quella di una ragazza bolognese, 29 anni. Non era solo una ragazza di famiglia agiata. Da militante comunista infatti, aveva aderito con entusiasmo alla Resistenza. Era una staffetta partigiana, VII Brigata Gap. E’ la sera del 7 agosto 1944 e quella che diventerà ben presto una eroina viene catturata. La prigioniera è Irma “Mimma” Bandiera.

Insieme a lei vengono arrestate altre persone. E’ una rappresaglia in risposta all’assalto compiuto poco tempo prima dai partigiani contro alcuni soldati tedeschi. I suoi compagni vengono tutti fucilati immediatamente. Lei no. A lei tocca di peggio. Finisce nelle mani di un certo Tartarotti, meglio noto come il “boia in camicia nera”. Perché Mimma ha informazioni: sa i nomi, sa i luoghi, conosce le strategie di attacco della sua brigata partigiana. Ed è una donna.

Viene torturata per sei giorni e sei notti. In ogni modo. Ma Mimma non parla. Anzi, guardava i suoi aguzzini con sguardo fermo e sprezzante. E allora la accecarono. La portano alla fine nei pressi della casa dei suoi genitori a Bologna. Nonostante tutto è ancora viva, viva dentro, perché il suo corpo è completamente tumefatto, martoriato, ferito. Neanche sotto la finestra dei suoi genitori Mimma parla. Non si tradiscono quelli che lei chiamava “i miei ragazzi”, non si tradiscono i sogni. E allora i fascisti la finiscono con una raffica di mitra e la lasciano lì sulla strada, come monito. E’ la mattina del 14 agosto.

Le era stata concessa, prima di tale inaudita violenza, un’ultima lettera. Rivolgendosi alla madre, Mimma dirà “sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme, accettare una morte necessaria”. Ecco cos’è la Resistenza. Ecco le donne e gli uomini che riempiono e danno concretezza alle parole. Parole così facili da pronunciare, così difficili da vivere veramente. Per il suo gesto Mimma verrà insignita della Medaglia d’oro al Valor Militare come “eroina purissima degna delle virtù delle italiche donne”.

Ora Mimma è tornata a sorridere grazie ad un murale sulla facciata di una scuola elementare a Bologna. Chissà se il ritratto e il ricordo della sua brevissima vita possano, almeno in parte, sovrastare quel costante ronzio disturbante. Forse così anche i festeggiamenti del 25 Aprile potranno essere meno fastidiosi. E la Resistenza potrà essere raccontata finalmente per quella che è. Storie di uomini e di donne. Storie di italiani.

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