A due anni e qualche giorno dagli attentati di Parigi

Stavamo appena iniziando la cena quando una nostra amica ci avvertiva che dall’Italia il padre le aveva scritto chestava succedendo qualcosa di “brutto” a Parigi, o almeno così dicevano alla televisione. Quella cena non si sarebbe mai consumata, troppal’ansia per quel che stava accadendo. Era il 13 novembre del 2015 e l’antica Lutezia stava affrontando il più grave attacco terroristico, dopo quello di Madrid del 2004, mai subito da un paese membro dell’UE dai tempi della seconda guerra mondiale. Prima allo stade de France, nel quartiere di San Denis, poi nel primo, nel decimo e nell’undicesimo arrondissement per un totale di circa 130 morti, 90 dei quali al Bataclan, un bel locale francese vicino alla fermata Oberkampf, dove si esibiva una famosa band californiana, The eagles of metal. Non uno, ma più attentati: a Parigi quell’umida sera di novembre nessuno si poteva sentire al sicuro.

Me lo ricordo bene, molto bene, perché il guardiano del nostro college che si trova nella Cité Universitaire di Parigi, luogo fortemente esposto a questo tipo di rischi, ci aveva categoricamente imposto di non uscire dallo studentato, perché questi erano gli ordini che aveva ricevuto. Quel guardiano che chiudeva un occhio per ogni questione, e anche questo lo so molto bene, quella sera era stato categorico: non si esce. Neanche per una sigaretta. In poco tempo il cancello della Cité Universitaire, dove alloggiano migliaia di studenti provenienti da ogni parte del mondo, veniva presidiato dai militari, mentre nel college ognuno di noi era col telefono in mano, tranquillizzando i propri cari oppure cercando aggiornamenti circa la situazione, visto che rimbalzavano notizie da ogni dove alle quali spesso seguivano smentite o conferme. Di certo c’era che l’incantevole Parigi, quel venerdì sera, si trovava sotto assedio. La spensieratezza di chi consumava bellamente il proprio drink nei dehors in Rue de la Fontaine au Roi o di chi cenava su Rue Bichat o su Rue Alibert o di chi si scatenava al Bataclan era stata presa a granate, a colpi di fucili a pompa e di AK47 e questo non poteva che addolorare chi, sopraggiunto per studio, aveva appena cominciato ad assaporare cosa vuol dire divertirsi con qualcuno cheviene dall’altra parte del mondo mentre si percorre la Senna e d’un tratto si vede comparire Notre Dame. Non ce ne era uno, in quello studentato, che non era stato scosso da questi folli attacchi. Le sirene delle ambulanze che trasportavano sangue per i feriti, e che avremmo sentito per tutta la notte, avrebbero fatto il resto. Mi ricordo che verso le 3 del mattino io e gli altri ragazzi che erano con me decidemmo di provare ad ignorarle queste sirene e di provare a dormire. Ci provai anche io, ma non ce la facevo. Più le sentivo e più mi assillavo di domande. Non so per quale motivo, più che la tristezza per le vittime a me veniva da domandarmi quale tipo di perversione aveva portato gli attentatori ad ammazzarsi per ammazzare qualche loro coetaneo che stava divertendosi, ballando, mangiando, bevendo con gli amici o con la propria ragazza o ragazzo e che magari poi avrebbe terminato la propria serata facendo l’amore o comunque addormentandosi soddisfatto per le emozioni vissute. Quelli no, cavolo! Quelli avevano scelto di passare il proprio tempo addestrandosi per saper utilizzare una granata o massimizzare la resa di un AK 47 da puntare contro persone inermi, consapevoli che dopo aver eseguito la loro missione non gli restava altro che farsi ammazzare, salvo uno, che, leggevo dal pc, sembrava essere scappato in Belgio.

Cosa li portava a compiere delle efferatezze del genere? Queste domande si sarebbero intensificate il giorno dopo. Verso le 19 di sera del 14 novembre, infatti, un mio carissimo amico di Venezia mi chiamava per dirmi che era appena arrivato a Parigi.  Forse, se le cose fossero andate bene, mi sarebbe passato a trovare, altrimenti sarebbe tornato a casa. Accompagnava Dario, il fratello di Valeria Solesin, la ragazza italiana morta durante l’attacco al Bataclan. Valeria era al concerto con il ragazzo, al quale quei colpi di AK47 gliel’avevano strappata. E questo mi portava ad odiare quei porci fanatici che avevano un omologo come dio. Perché il ragazzo di Valeria non è tornato a casa con Valeria, ma con un dolore. E così tanti altri. Perché non venire a Parigi per un viaggio di piacere e non alla disperata ricerca di una sorella che a Parigi stava costruendosi un futuro? Quanti sarebbero partiti da chissà dove per piangere qualcuno morto mentre era a un concerto, ad una cena o ad un aperitivo. Li avrei mandati in qualche gulag a battere il ferro a meno trenta gradi, così almeno là avevano il modo di pensare a quanto grande fosse il loro dio. Ma non bastava neanche quello, le domande continuavano ad assillare me e anche tutti gli altri abitanti del college. Nessuno, tantomeno io, avrebbe voluto trovare la soluzione al terrorismo dialogando in un college della cité universitaire, quello che cercavamo di raggiungere era una maggiore consapevolezza, perché quei perché erano assillanti per tutti. Sarà stato il coinvolgimento, il fatto di sentirsi in pericolo, non lo so, ma posso testimoniare con totale sincerità che erano davvero assillanti per tutti.

I giorni seguenti, dato questo assillo, avremmo dibattuto e dialogato tanto, tutti, di qualsiasi religione o nazionalità. All’unanimità, anche quelli che magari in altre occasioni si erano dimostrati più critici verso questo tipo di aspetto, concordavamo che la religione, in quella triste vicenda, contava come il due di spade quando briscola è bastoni. Quello era solo un pretesto e mi ricordo bene una ragazza egiziana, musulmana praticante, che chiamavano Ebti perché il nome vero era un bel po’ complicato da pronunciare, sostenere caldamente che bisognava prescindere dalla religione, e cercare nell’emarginazione sociale le vere ragioni di questo folle fanatismo. Nelle periferie delle grandi città “globalizzate”, al Cairo come a Parigi e che in fondo gli attentatori del Bataclan agivano secondo le stesse logiche di chi negli USA si rinchiude nelle scuole e ammazza studenti innocenti. Ismaël Omar Mostefaï, Samy Amimour e Foued Mohamed-Aggad avevano molte più cose in comune con Eric Harris e Dylan Klebold che con Maometto o Ali. La frustrazione più di Allah, e, soprattutto, l’abilità di qualche potentato di riuscire a manovrare questa frustrazione data dalla marginalità per adempiere ai propri fini, perché il terrorismo è un business prima che una scelta politica. Conosceva bene questi argomenti Ebti, e da poco era riuscita pure a pubblicare un articolo su un’importante rivista accademica, che riguardava proprio questi temi. Non tutto quello che sosteneva mi convinceva, però erano riflessioni che aprivano ad altre riflessioni, più complesse e anche meno banali di quelle alle quali ero arrivato io. Di tanti pensieri espressi, di tante tesi sostenute quelle di Ebti sono quelle che ancora oggi mi restano e soprattutto quelle che mi hanno convinto che farsi prendere dall’odio, anche di fronte a degli stronzi del genere, non serve a niente. Il brutto lo si annienta con il bello, perché se ci metti sopra il brutto diventa tutto bruttissimo. E’ puerile quanto vero. Parigi, la bella Parigi, me ne dava conferma. “Fluctuant nec mergitur” è il motto che da sempre accompagna la città e non poteva rispondere che con il suo motto, la fiera Parigi. I dehors, anche gli stessi presi a fucilate qualche giorno prima, si sarebbero riempiti di persone, la spensieratezza era diventata uno slogan politico da sbandierare, la rivendicavamo: non sarebbe stato certo un fanatico a impedire a un parigino come a un forestiero di sorseggiare bellamente il proprio calice di vino. Non sarebbe stato lo stesso fanatico a impedire di andare ad ascoltare un po’ di musica o ad andare allo stadio. Gli europei di calcio si sarebbero svolti lo stesso. I terroristi avevano perso, la paura sarebbe stata vinta dalla bellezza. La Francia avrebbe pianto altri morti a luglio, nel giorno che ricorda la presa della Bastille, ma si sarebbe rialzata comunque. Certo, i morti di quei giorni non ce li ridirà nessuno e tanti, sicuramente, ancora li stanno piangendo. Si stanno vincendo delle battaglie, ma la guerra è ancora lunga.

La marginalità, come mi ha convinto Ebti, rimane il nemico da colpire. Le periferie abbandonate a se stesse possono da un momento all’altro trasformarsi in fucine di terroristi, così come tutti quei paesi dove l’aiuto allo sviluppo è un pretesto per arricchirsi molto più che per arricchire. Bisogna riportare in avanti chi è rimasto indietro. Forse servono ponti capaci di arrivare dal centroalla periferia, forse serve un atteggiamento attivo che permetta di comprendere come la spensieratezza non sia così scontata, ma in un certo senso proviene da una maniera di intendere la vita e soprattutto la libertà. A noi giovani, che forse abbiamo il vantaggio di ragionare senza stereotipi figli di altri tempi che oramai sono trapassato remoto, il compito di agire per incentivare il dialogo, l’integrazione e, soprattutto, la bellezza.

La bellezza, come sempre, vincerà!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *