Ecomafie: storia di rifiuti illegali

Il termine ecomafia è stato coniato dalla Legambiente come “quel settore della criminalità organizzata che gestisce attività illecite di dannoso impatto ambientale”. Il fenomeno sembra essere radicatissimo nella penisola italiana e al contempo in piena espansione; valicando i confini europei ed internazionali. Il business legato alle ecomafie è spacchettato in vari settori di interesse tra cui:

  • lo smaltimento illegale di rifiuti – soprattutto quelli speciali
  • l’archeomafia – riguardante il traffico di reperti archeologici e di opere d’arte
  • la zoomafia – il traffico di animali e specie protette
  • il ciclo del cemento – connesso all’abusivismo edilizio
  • il settore agroalimentare – che conduce anche alla contraffazione dei marchi Made in Italy e si connette al traffico di rifiuti, inquinando i terreni di coltura
  • il caporalato – lo sfruttamento della manodopera in nero
  • le nuove frontiere delle energie rinnovabili – nuovo mercato per le organizzazioni criminali di stampo mafioso

Nell’aggiornamento delle statistiche, dei settori, i numeri e le storie, Legambiente svolge un ruolo predominante; dalla creazione del neologismo che ormai definisce il fenomeno, fino all’individuazione delle aree di maggior interesse per le organizzazioni criminali di stampo mafioso. Dalle inchieste svolte nasce infatti l’esperienza del portale Noecomafia che tuttora rappresenta una fonte accurata ed attendibile per avere maggiori informazioni sull’entità del fenomeno.

Colei che si guadagna lo status di “madre” dell’ecomafia è la camorra napoletana; la quale precede tutte le altre organizzazioni nell’individuazione di questo nuovo polo per l’accumulazione di profitto; e per questo motivo se ne fa capostipite. Il primato nella contaminazione del territorio italiano va perciò proprio alla Campania seguita dalla Calabria, la Sicilia e la Puglia. Nonostante queste regioni siano contrassegnate come le più contaminate è ormai dato sapere che l’ecomafia dilaga in tutta Italia e probabilmente coinvolge ogni regione ad esclusione, semmai, della Val d’Aosta.
Già a fine anni ’80 emergono le prime prove di discariche illegali gestite da camorristi, dove venivano accumulati milioni di tonnellate di rifiuti senza distinzione fatta per quelli che avrebbero avuto bisogno di uno smaltimento specifico. Così il territorio – che prenderà poi il famoso e odioso nomignolo di Terra dei Fuochi – comincia ad essere invaso da ogni tipo di sostanza: arsenico, piombo, amianto, acidi, liquami velenosi, scorie e chi più ne ha più ne metta.
La camorra è stata in grado di ampliare il traffico di rifiuti illegali anche grazie alle connivenze e collusioni con le amministrazioni locali compiacenti e con vari esponenti del mondo politico; funzionari pubblici, membri delle forze dell’ordine e ancora, chi più ne ha più ne metta. Le operazioni di smaltimento si estendono presto alle altre regioni d’Italia partendo dalla Toscana toccano poi Brescia, Verona, Milano e comincia così la cosiddetta tecnica del giro di bolla: la quale consisteva nell’inviare formalmente i rifiuti da smaltire a società addette appunto alla lavorazione e al recupero, così da vedersi accordato il permesso di “far viaggiare i rifiuti”. Le società addette erano poi, perlopiù inesistenti o permettevano il declassamento dei rifiuti in termini di pericolosità, fungevano perciò da copertura per la reale destinazione: campi che divenivano discariche non autorizzate sotto la compiacenza dei proprietari terrieri, fondamenta di palazzi, sottofondo delle strade in costruzione. Dal Dossier Legambiente del 2005:

“Un solvente tossico destinato a finire in una discarica di rifiuti pericolosi, dopo il giro bolla, attraverso la miscelazione, è trasformato in un innocuo rifiuto urbano e poi avviato – se va bene – in una discarica per rifiuti urbani. Nella maggior parte dei casi viene gettato in discariche illegali o recuperato come composto da usare nei terreni agricoli o come sottofondo stradale.”

Le diverse inchieste hanno portato alla luce che sotto la terza corsia del’A4 in prossimità del Comune di Castegnato (BS) sono state occultate scorie di cromo esavalente, sostanza cancerogena, che supera in concentrazione, 140 volte il limite consentito. Con l’Operazione Adelphi poi, viene alla luce che nella provincia di Caserta vennero scaricate, nel tempo, più di 300 mila tonnellate di scorie e appare nell’inchiesta anche Licio Gelli – l’ex Venerabile della loggia P2.
E ancora, seguendo le stime del Sole24ore 200 ettari nell’hinterland di Napoli (Nord) rimarranno contaminati fino al 2064 – si calcola infatti che più di 340 mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi sono stati occultati nei pressi della capitale campana e i danni alle falde acquifere porteranno alla compromissione dell’acqua stessa.
Tra le maggiori inchieste, Spartacus; che grazie alle confessioni di Carmine Schiavone, – il contabile del clan dei Casalesi – ha condotto nel 2005 alla condanna di 91 persone per un totale di 844 anni di reclusione. Inoltre,  l’Operazione Cassiopea (1999-2003) ha confermato l’esistenza di un sistema nazionale, una vera e propria holding del crimine, con la quale tutti i clan della camorra prelevavano rifiuti da Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Lombardia per trasportarli poi nella provincia di Caserta dopo averli declassati sulla scala di pericolosità – grazie al supporto di funzionari pubblici, amministrativi e società “addette” alla lavorazione.

Queste informazioni sono solo una minima parte di quello che riguarda il “business” dei rifiuti della camorra napoletana; portato allo scoperto dal pentito, collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, detto “Ministro dei Rifiuti” per il clan dei Casalesi:

“Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani. Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici occultato da quelli domestici. Un pozzo senza fine, guadagnavo 5 milioni di lire a carico. Al clan davo 10 lire al kg ma li fottevo sul peso e sugli arrivi, ogni giorno arrivavo anche a 30 camion, una cosa come 150 milioni ogni santo giorno.”

Il contributo di Vassallo ha portato alla luce le tecniche, i pizzi da pagare, le connessioni con le aziende del Centro e del Nord Italia e le connivenze in tutti quei rapporti tra massoneria, politica e camorra che erano sempre rimasti ignoti. Tuttora il business dei rifiuti è in espansione, soprattutto dal punto di vista territoriale; diverse fonti parlano del fatto che la presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso in ogni regione permetta ora come ora, l’occultamento dei rifiuti nella stessa regione di provenienza, ammortizzando ulteriormente costi e rischi. L’Italia si spinge sempre più ad essere crocevia di traffici internazionali verso Africa ed Asia.

L’ultimo accenno merita di esser fatto sul particolare fenomeno delle “navi dei veleni” e delle “navi a perdere” – navi affondate dolosamente nelle profondità marine cariche di sostanze tossiche o radioattive, come variante nell’illecito smaltimento dei rifiuti. Le indagini e le inchieste hanno portato nel 2009 Bruno Branciforte, direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) ad individuare circa 55 navi affondate dolosamente nelle profondità italiane: dallo Ionio meridionale alle Eolie; da Ustica al versante tirrenico della Calabria nei pressi di Amantea e Cetraro.
Il fenomeno dello smaltimento illecito di rifiuti si estende a macchia d’olio e nonostante i traffici del clan dei Casalesi siano emersi nel corso degli anni, rimangono ancora insoluti e sconosciuti tutti quei traffici relativi agli altri clan camorristi, alle altre organizzazioni mafiose e al fenomeno delle navi a perdere per le quali non si hanno ancora prove concrete nonostante il susseguirsi di intercettazioni esplicite:

A:«Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto e chi vuoi che se ne accorga»
B:«E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?»
A:«Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…»

intercettazioni di due potenti boss della ‘ndrangheta
dalla D.D.A. di Reggio Calabria – 2001

Un pensiero riguardo “Ecomafie: storia di rifiuti illegali

  • 31 Maggio 2018 in 18:33
    Permalink

    Il problema principale sono le amministrazioni locali dove funzionari corrotti sfruttano e facilitano il lavoro dei camorristi e mafiosi di vari genere, del resto cosa rischiano? Gli arresti domiciliari! Questo paese ha bisogno di leggi più severe per tutti questi reati altrimenti criminalità e amministratori pubblici corrotti diventano un cancro inestirpabile di questo bel paese.

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