Ecomafie: il traffico illecito di opere e reperti archeologici

Nello scorso appuntamento di questo piccolo “dossier” riguardante il fenomeno delle ecomafie abbiamo affrontato l’ormai famosissimo tema dello smaltimento illecito di rifiuti – che coinvolge tutte le organizzazioni criminali di stampo mafioso con preponderanza della camorra napoletana. Sembra d’obbligo, per pura onestà giornalistica, approfondire per quanto possibile tutti gli altri ambiti che rientrano nel business delle ecomafie; per ribadire che vi sono molti e diversificati settori all’interno dei quali le organizzazioni mafiose si sono infiltrate per ricavarne accumulazione di profitto.

L’archeomafia è il fenomeno mafioso che comprende il traffico illecito di opere d’arte, gli scavi clandestini nei siti archeologici e il conseguente traffico dei reperti sottratti illegalmente. Legambiente riporta come il business è organizzato in una catena ben definita; il primo anello è quello dei tombaroli – che saccheggiano i siti archeologici per poi passare i reperti o le opere d’arte ai ricettatori e a i committenti i quali, hanno la funzione di introdurre i beni culturali e artistici sul mercato. Infine troviamo i compratori che possono essere collezionisti senza scrupoli o addirittura musei internazionali – ai quali le opere arrivano ripulite, contornate da documentazioni fittizie che accertano la lecita provenienza del bene. Questo processo si applica sia alle opere d’arte sia ai reperti archeologici, i quali rimangono però i favoriti dal business illecito, in virtù della loro anonimità precedente al ritrovamento, che ostacola naturalmente il processo investigativo delle forze dell’ordine.

Dal portale NoEcomafia emergono dati significativi concernenti l’archeomafia. Innanzitutto è necessario premettere che successivamente all’introduzione della Legge 68/2015 in materia di ecomafie nel 2016 è stato registrato un aumento degli arresti pari al 226% e 149% riguardo i sequestri di beni; sembra dunque che dal punto di vista giuridico la legge stia portando nuovi risultati in termini di lotta al fenomeno. Nonostante ciò l’archeomafia rimane un settore molto fruttuoso per la criminalità organizzata; nel 2015 difatti il business si aggirava intorno ai 3,4 miliardi annui, di 6 volte superiore agli introiti del 2014 (530 mln). Inoltre tra il 2014 e il 2016 si registrano crescite del fenomeno in Lazio, il quale figura al 1° posto nella classifica dell’arte rubata, con quasi il 14% del totale italiano. Seguono Toscana, sempre in crescita, Campania, a sorpresa in decrescita, Piemonte e Sicilia. L’elenco completo è consultabile qui.

Le fila della memoria italiana sull’archeomafia riconducono alla stagione del 1993. Nel 1993 Cosa Nostra – a seguito dell’investitura di Totò Riina – apre con le stragi di Capaci e Via d’Amelio la c.d. epoca stragista. L’obbiettivo era una strenua lotta allo Stato per disincentivare l’apertura della stagione della cultura della legalità; inaugurata dall’esperienza del Maxiprocesso. Tra i diversi attentati dell’epoca – contro l’entità Stato – c’è stato quello in Via dei Gergofili a Firenze, al Padiglione d’Arte Contemporanea a Milano e alle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. La matrice di tutti questi attentati, in cui persero la vita 10 persone e 100 rimasero ferite, era l’arrecare danno al patrimonio artistico e culturale del Paese come merce di scambio per delle concessioni.  Ci sono poi, alcuni casi rimasti nel mistero come quello, nel ’69 a Palermo, della scomparsa della Natività di Caravaggio.

Dalla strategia per piegare lo Stato, si passerà poi allo sviluppo di un business volto invece al riciclaggio dei proventi illeciti per il quale:

“[…] Le opere d’arte escono e rientrano dal territorio nazionale, dopo un passaggio all’estero, trasformandosi nel frattempo in conti correnti, moneta di scambio nei paradisi fiscali, società, attività imprenditoriali e beni, anche grazie all’apporto dei broker e delle loro competenze nel mercato. I beni trafugati possono, altresì, essere utilizzati come moneta di scambio per partite di droga o armi o come mezzo di ricatto nei confronti dello Stato.”

Fonte: http://www.fcre.it/finanza-e-legalita/1016-archeomafie

A questo proposito l’inchiesta di Repubblica condotta da Valeria Ferrante nel 2015 apre il vaso di Pandora. I Carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio culturale (Tpc) scovarono nel 2001 un tesoro inestimabile nascosto in Svizzera le cui tracce di provenienza riconducevano al comune di Castelvetrano, in provincia di Trapani.

Proprio in quel territorio si trova il più grande parco archeologico d’Europa: Selinunte, e verso Mazara del Vallo si trova la costa in cui è accertato il più alto grado di inabissamento di opere d’arte e relitti. Su quel tratto di mare navigarono i Romani dopo la fine di Cartagine e i barbari dopo la caduta dell’Impero Romano.  Insomma, qualcosina da trovare, sicuramente c’è. Il parco di Selinunte è inoltre lasciato a incuria e degrado, nonostante il parere del direttore nel parco si trova: spazzatura attorno ai container per le opere d’arte, tratti di recinzione completamente inesistenti e teche di reperti protetti da grate nelle quali basta infilare una mano per portarsi a casa un souvenir. Altri approfondimenti nel video dell’inchiesta.

Gianfranco Becchina. È una delle figure cardine del business dell’archeomafia, a preponderanza nelle mani di Cosa Nostra. Becchina era un noto mercante d’arte proveniente da Castelvetrano e proprietario dell’etichetta Olio Verde per il suo extra-vergine in commercio. Solo per dare forma al personaggio e alla ragnatela internazionale da lui composta l’archeologo Tsao Cevoli, presidente dell’Osservatorio internazionale archeomafie, spiega:

“Non è un olio qualsiasi con il suo olio hanno condito l’insalata Clinton e Bush, perché è accreditato nientedimeno che come fornitore della Casa Bianca.”

Oltre alla curiosità sull’olio, Becchina possiede la Galleria Palladio Antique Kunst di Basilea che gli ha permesso di inserire nel circuito dei musei internazionali l’immenso arsenale artistico nascosto in Svizzera. In collaborazione con l’Italia, anche l’FBI con la quale verrà ritrovato un gigantesco archivio, sempre nel nascondiglio svizzero, con più di 13 mila documenti indicanti le lettere per gli acquirenti, le immagini delle opere e dei reperti, i trasporti e le fatture. Un quadro ufficiale e tangibile del commercio illegale delle opere d’arte. Becchina durante il suo lavoro, da “Ministro delle opere d’arte” ha intrattenuto rapporti e affari con i migliori musei del mondo: Louvre, Metropolitan (NY), il Museo di Monaco, di Boston e il Ninagawa di Hurashiki in Giappone. Ancora una volta sembra perciò cristallino il ruolo centrale ed essenziale di tutti quei paramafiosi e mafiosi naturali (soggetti che tessono il tessuto socio-economico di riferimento, e politici che utilizzano il potere come mero appannaggio personale) senza i quali la mafia non potrebbe prosperare indisturbata.

Matteo Messina Denaro. A conclusione, una piccola parentesi è necessaria per il boss di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro: erede del prestigio corleonese dopo la morte di Riina e Provenzano. Denaro è l’ultimo dei boss con radici nella stagione stragista degli anni ’90, ed è un super latitante da quella data. È lui l’anello centrale dell’archeomafia di Cosa Nostra; amante dell’arte fin da bambino, scrisse anche alcuni pizzini in cui sosteneva che con le opere d’arte “ci manteneva l’intera famiglia”. Il padre poi, fu uno dei primi tombaroli di Selinunte. Matteo Messina Denaro è il boss di Castelvetrano e al momento è ricercato da più di venti anni; fonti certe riportano che non ha più lo stesso viso e nemmeno le stesse impronte, successivamente a diversi interventi di chirurgia plastica. Sembra protetto anche dalla Ndrangheta e si parla di un nascondiglio in Toscana.

Tra le prospettive di lotta al fenomeno Tomaso Montanari propone la costruzione di un centro di ricerca sui furti d’arte dotato anche di una struttura museale che esponga le opere d’arte e i reperti recuperati, affidandone la gestione ai giovani archeologici e storici dell’arte cosicché si riesca a dimostrare che: “fare l’archeologo al servizio della comunità sia più redditizio (in termini di economia, di dignità, di libertà) che fare il tombarolo al servizio di Cosa Nostra”.

La partita rimane aperta, e il fenomeno dell’archeomafia dovrebbe esser preso maggiormente in considerazione sia dal punto di vista normativo che nell’informazione pubblica. L’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr) riporta infatti:

“questa emorragia del patrimonio culturale ci costa circa un punto percentuale del Pil”

 

(Foto: vignetta per La Repubblica del disegnatore Mojmir Jezek)

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