Emmanuel Macron: la sua “marche” fino all’Eliseo.

Un uomo solo che, nella penombra, accompagnato dalle note dell’Inno alla gioia, cammina verso il palco allestito davanti alla piramide del Louvre di Parigi: è questa la prima apparizione pubblica di Emmanuel Macron.

Nulla di tutto ciò è casuale, a partire dalla sua marche solitaria (chiaro rimando, oltretutto, al nome del movimento da lui fondato: “En marche!”), che ha immediatamente richiamato alla memoria dei francesi l’ingresso di François Mitterrand al Pantheon, al momento della sua vittoria nel 1981.  Come non è casuale il sottofondo musicale dell’Inno alla gioia, inno dell’Unione Europea, a ricordare ancora una volta come il neoeletto presidente non abbia avuto paura di puntare apertamente su un’Unione che, invece, è troppo spesso messa ai margini di qualsivoglia programma elettorale al fine di non perdere consensi alle urne.

E non lo è neppure la scelta del luogo. Place de la Concorde e la Bastiglia sono state considerate da Macron “troppo connotative”: la prima “troppo di destra” poiché associata alle vittorie di Sarkozy e Chirac, rispettivamente del 2007 e del 1995, la seconda “troppo di sinistra” perché legata alla vittoria di Hollande del 2012. Il Louvre invece, non immediatamente associato a nessun colore politico, è stato ritenuto simbolo di continuità e modernità al tempo stesso –perfetto per le esigenze del nuovo presidente francese.

La marche di Emmanuel Macron all’Eliseo comincia nell’agosto del 2016, quando consegna le sue dimissioni a François Hollande e lascia Bercy –sede del Ministero dell’Economia francese. Anche se restio ad annunciare immediatamente la sua candidatura alle presidenziali del 2017, molti vedono in questo gesto la chiara volontà di scendere in campo in prima persona.

Da quel momento in poi procede spedito per la sua strada: decide di non passare per la case primaire del partito socialista francese –le primarie, ma di fondare piuttosto un nuovo movimento –En Marche!– e di correre come candidato indipendente.

E quel candidato su cui nessuno sembrava inizialmente scommettere –troppo giovane, senza alcuna esperienza, troppo europeista, privo dell’appoggio socialista– diventerà presto il prossimo inquilino dell’Eliseo, a soli 39 anni.

Il sistema elettorale francese, la scelta di Benoît Hamon come candidato socialista e la serie di scandali abbattutisi su François Fillon –che, invece, all’indomani della legittimazione ottenuta alle primarie del suo partito, LR, sembrava essere il gran favorito di queste elezioni presidenziali, come spiegato in questo articolo del passato Dicembre– gli hanno spianato la strada, certo.

Ma senza dubbio, Emmanuel Macron ha capito prima di altri che il vento, in Francia e in Europa, stava cambiando. Ha individuato un vuoto nello spazio politico francese e lo ha occupato. Ha capito che candidarsi alla guida di un movimento “né di destra né di sinistra” –alla stregua del M5S italiano- e non con il sostegno di uno dei due principali partiti poteva essere un’opportunità piuttosto che uno svantaggio: il partito socialista, dopo la catastrofica presidenza Hollande, era ai minimi storici, delegittimato agli occhi della sua base sociale di riferimento.

Se nel 1967 Lipset e Rokkan avevano individuato il cleavage tra capitale e lavoro come una delle principali linee di frattura esistenti nelle società occidentali a partire dalla rivoluzione industriale, e affermato che era stata proprio quella frattura a strutturare la competizione politica e partitica europea su un asse destra-sinistra, le elezioni francesi del 2017 sembrano sancirne il quasi definitivo superamento. Emblematico è il fatto che per la prima volta nella storia della V Repubblica nessuno dei due grandi partiti tradizionali -quello socialista e quello gollista- è riuscito a superare lo scoglio del primo turno. A scontrarsi in Francia non sono state le tradizionali sinistra e destra, ma piuttosto una visione di “apertura” e una di “chiusura”, una visione europeista e una sovranista, una liberista e una protezionista. E alla fine, la prima si è imposta con il 66% dei voti.

Tuttavia, la vittoria di Macron non può essere considerata completa –basti pensare ai 4 milioni di schede nulle o bianche o al fatto che, tra quel 66% di elettori, circa i due terzi avevano scelto al primo turno un altro candidato. Allo stesso modo, la sconfitta di Marine Le Pen non può essere considerata definitiva: quei 10 milioni di voti costituiscono una importante ipoteca per il futuro, soprattutto in vista delle imminenti elezioni legislative del prossimo giugno.

Dal 2002, anno della riforma che ha ridotto la durata del mandato presidenziale francese da 7 a 5 anni -al fine di ridurre la probabilità di un’eventuale coabitazione tra un presidente e un’Assemblea nazionale di colore politico diverso- le elezioni legislative hanno confermato il voto presidenziale e prodotto maggioranze omogenee.

Tuttavia, le legislative del prossimo giugno si profilano tutt’altro che scontate: Marine Le Pen, subito dopo aver riconosciuto la sconfitta e essersi congratulata con Macron, è partita nuovamente alla carica, chiamando alle armi gli 11 milioni di “patrioti” che l’hanno sostenuta. E anche Jean-Luc Mélenchon, il candidato di estrema sinistra che al primo turno aveva ottenuto il 19% dei consensi, promette battaglia: dopo la sconfitta di Marine Le Pen, ha sottolineato la necessità di opporsi al liberismo estremo di Macron e costruire una Francia differente.

Sarà in grado Macron di ottenere una solida maggioranza all’interno dell’Assemblea nazionale o le opposizioni avranno la meglio? Non resta che aspettare giugno –una sorta di “terzo turno” di queste avvincenti presidenziali- per scoprirlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *