E’ giusto abolire le tasse universitarie?

Totale abolizione delle tasse universitarie per gli studenti delle università pubbliche – è questa la proposta lanciata dal presidente del Senato della Repubblica e leader della lista elettorale Liberi e Uguali Pietro Grasso che, nel corso dell’assemblea nazionale della nuova formazione di sinistra in vista delle elezioni del 4 marzo, spiega: “la misura costa 1,6 miliardi di euro, un decimo dei 16 miliardi che il nostro paese spreca, ad esempio, per sgravi fiscali e sussidi indiretti ad attività dannose per l’ambiente, secondo dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente”.

La proposta di Liberi e Uguali ha innescato un vivace dibattito – gli avversari politici hanno etichettato l’idea di Pietro Grasso come una tipica promessa da campagna elettorale e il Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda ha espresso il proprio disappunto, definendo la proposta “una cosa trumpiana”, in quanto si caratterizza “come un supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese”. Nella stessa direzione è orientata l’intervista rilasciata su La repubblica da Gilberto Capano, Professore Ordinario di Scienza Politica dell’ Università di Bologna ed esperto di sistemi universitari, secondo cui non è dimostrabile, ex ante, che l’abolizione delle tasse garantirebbe l’aumento del numero degli iscritti, in quanto la scelta di intraprendere un percorso universitario, ancora oggi, dipende in maniera più significativa dal contesto socio-culturale delle famiglie di provenienza dei ragazzi e dal costo di mantenimento degli studi ( affitto, libri, trasporti..) piuttosto che dall’onere delle tasse universitarie. Il professore sostiene inoltre che la totale abolizione delle tasse non porterebbe a un sistema più equo poiché favorirebbe “i ceti medio-alti, che sono quelli che in maggioranza fanno l’università”.

Ma come funzionano, ad oggi, le tasse Universitarie?

Il Sole 24 Ore, in un’indagine pubblicata il 04/12/2017, riporta che gli atenei pubblici italiani richiedono alle matricole dei propri corsi di Laurea contributi che oscillano tra i 1050 (Gabriele D’Annunzio di Chieti) e 4000 (Università degli Studi di Pavia) Euro e che le rette d’ iscrizione variano a seconda delle facoltà: generalmente i corsi “scientifici” sono più costosi di Lettere, Giurisprudenze e di tutte le Scienze Sociali. Inoltre, secondo l’Ocse, in Italia le tasse universitarie sono aumentate di circa il 60% nell’ultimo decennio e, mediamente, di 437,58 Euro negli ultimi due anni. Dati alla mano, l’istruzione superiore sta diventando sempre più gravosa per gli italiani e questo rientra tra le cause – secondo quanto riporta “La Repubblica” in un’inchiesta pubblicata il 14 gennaio 2016 – per cui negli ultimi 10 anni si è assistito ad un calo del 20 % dei diplomati che hanno scelto di continuare gli studi.

Tuttavia, l’introduzione dello “Student Act” – pacchetto di interventi destinati all’istruzione introdotto nella legge di Bilancio 2017 dal governo Renzi, ed entrato in vigore nell’anno accademico 2017/2018 – costituisce un aiuto economico per i giovani studenti italiani intenzionati ad iscriversi all’ Università. Lo Student Act, sistema progressivo ed orientato all’equità contributiva, prevede che le tasse universitarie siano proporzionali al reddito e individua 3 fasce di contribuzione, sulla base dell’ISEEU (indicatore di situazione economica equivalente università).

La prima fascia coincide con la “no tax area” e prevede l’esonero totale: tale diritto è soggetto al soddisfacimento di determinati requisiti di reddito e di merito. Per quanto riguarda il reddito, la legge prevede un tetto massimo di 13 mila euro (ma molti atenei, di fatto, hanno stabilito limiti a 15 mila), mentre per il merito è necessario che lo studente non sia al di là del primo anno fuori corso e che abbia maturato un numero minimo di crediti (gli studenti al secondo anno, entro il 10 agosto del precedente anno accademico, dovranno aver conseguito almeno 10 CFU; dagli anni successivi il numero di CFU da raggiungere nei 12 mesi precedenti sale a 25).

Nella seconda fascia rientrano gli studenti con ISEEU tra i 13 e 30 mila Euro: il contributo massimo che gli atenei possono richiedere loro non deve eccedere il 7% della quota che oltrepassa il 13 mila Euro; restano validi i medesimi criteri di merito stabiliti per la no tax area. Gli studenti con reddito superiore a 30 mila Euro pagheranno, invece, l’intera quota di iscrizione.

Gli effetti dello Student Act, finora, sembrano essere stati positivi: a godere degli sgravi sono stati 1.082.117 studenti (di cui 592.846 hanno beneficiato dell’esenzione totale), circa il 66% dei 1.637.079 iscritti all’università (dati del Sole 24 Ore); inoltre, Giuseppe De Luca e Vittoria Perrone Compagni, rispettivamente prorettori alla didattica della Statale di Milano e dell’Università di Firenze, hanno dichiarato di aver registrato, nell’anno accademico corrente, un incremento del 5% nelle immatricolazioni.

Qual è la situazione negli altri paesi europei?

Gilberto Capano, in un’intervista rilasciata a Repubblica, ha affermato:

“In termini relativi (la proporzione tra quanto ci mettono gli studenti e quanto lo Stato), secondo i dati Ocse, il paese in Europa in cui gli studenti pagano di più è l’Inghilterra, il secondo è l’Olanda, segue l’Italia. In Germania non si paga ma il governo federale e i Länder investono molte risorse nell’Università, e c’è un sistema parallelo di alta formazione professionale; così come nel Nord Europa. In Francia le tasse sono basse, ma ci sono diversi canali di istruzione: Grandes écoles, università e istituzioni non accademiche”

Eppure, confrontare il nostro sistema con quello degli altri paesi sulla sola base delle tasse di iscrizione non è esauriente: borse di studio, agevolazioni fiscali e rimborsi per gli affitti a favore degli studenti che vivono da soli sono elementi altrettanto sostanziali per le economie delle famiglie e vanno dunque presi in considerazione. A tale proposito, si rivelano interessanti i dati del report “National Student Fee and Support Systems in European Higher Education 2017/2018”, pubblicato da Euridyce per la Commissione Europea, secondo cui, in Italia, solo il 9,4% degli studenti iscritti ai corsi di laurea beneficia di borse di studio e circa il 90% paga le tasse di iscrizione. Situazioni significativamente differenti le troviamo in Francia, Spagna e Germania, dove a beneficiare di un sostegno per gli studi sono rispettivamente il 40%, 30% e 25% degli studenti, tuttavia i paesi che maggiormente sostengono gli studenti sono quelli scandinavi. In Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia una quota importante della spesa pubblica viene destinata all’ Università: il sistema combina istruzione gratuita (o quasi) ad un elevato numero di “grant beneficiaries”, al fine permettere ai giovani di andare all’ università e al contempo garantire loro un notevole livello di indipendenza economica.

In conclusione, quale sarebbe l’impatto di una eventuale abolizione delle tasse universitarie sui nostri Atenei? L’intervento proposto da Pietro Grasso è necessario? E soprattutto, garantirebbe realmente la possibilità di accedere ad un ciclo di istruzione terziaria a tutti coloro che lo desiderassero?

L’intervento non avrebbe alcun impatto sui bilanci delle Università e dunque sugli standard qualitativi: gli introiti che fino ad oggi sono arrivati dagli studenti arriverebbero invece dallo Stato.
L’intervento proposto dal leader di Liberi e Uguali rappresenta un forte segnale di volontà di voler investire nel futuro dei giovani e in quello del nostro Paese: certamente l’abolizione delle tasse costituirebbe un aiuto concreto alle famiglie, che permetterebbe a più ragazzi di avvicinarsi all’ Università. Nonostante tale intervento rappresenti un buon punto di partenza, ritengo che non sia sufficiente per garantire a tutti i ragazzi la possibilità di iscriversi all’Università. Molto spesso libri, trasporti, affitti e bollette sono costi di entità ben superiore a quelli delle tasse universitarie e costituiscono il vero ostacolo economico. Un’ altra considerazione va fatta in merito a quanto la proposta di Pietro Grasso possa definirsi “equa” nei confronti dei contribuenti. Far gravare l’intera copertura per l’istruzione superiore sullo Stato potrebbe significare anche chiedere alle famiglie a basso reddito, e magari senza figli iscritti all’ Università, di contribuire al sostenimento della formazione di studenti a reddito medio-alto. Dall’ altro lato è anche vero che si tratta di una proposta di welfare universalistico che pone l’Università sullo stesso gradino di importanza di sanità e scuola, e, dato l’interesse pubblico, tutti i cittadini dovrebbero essere chiamati a finanziarla, secondo le proprie possibilità, attraverso la fiscalità generale.
Personalmente, ritengo che il sistema universitario italiano debba essere rivisto per garantire maggiore sostegno agli studenti. Merito a Pietro Grasso per aver portato il tema in campagna elettorale.

Articolo di: Marco Baioni

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