I limiti della prostituzione legale

È il lavoro più antico e controverso del mondo, intorno al quale si intrecciano disinformazione, luoghi comuni e pudico perbenismo. Chi sono veramente le prostitute, libere venditrici di rapporti sessuali o vittime carnali di schiavisti e fruitori? A più di sessant’anni dal 20 febbraio 1958, quando con la legge Merlin vennero chiuse in Italia le case di tolleranza e introdotti i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, un disegno di legge del consiglio regionale veneto potrebbe oggi far riaprire i battenti di quelle case.

La proposta è stata presentata la scorsa settimana dal consigliere Antonio Guadagnini del gruppo indipendentista Siamo Veneto. L’idea è quella di istituire appositi albi registrati presso i Comuni per permettere l’esercizio nelle abitazioni private, così da non turbare “la quiete, la sicurezza e l’ordine pubblico”. Le sex workers, a questo punto libere professioniste con tanto di Partita IVA, sarebbero tenute ad emettere regolare fattura e a sottoporsi costantemente ad accertamenti sanitari, oltre che a mantenere il massimo riserbo sull’identità dei propri clienti.
Inutile dire che la proposta ha trovato l’appoggio della Lega. Al Carroccio preme infatti ripulire le strade dalle indesiderate “signorine” e il Veneto potrebbe fungere da apripista per una legalizzazione a livello nazionale.

Parliamoci chiaro, la nostra società non ha mai combattuto seriamente la tratta degli esseri umani che si cela dietro la prostituzione. Anzi, questa proposta è la dimostrazione di come non ci sia nemmeno la voglia di farlo. Si dà per assodato che la compravendita del sesso sia un fenomeno congenito alla storia dell’uomo e impossibile da debellare. Perché dunque non legalizzarlo e sottoporlo a tassazione? Lo stesso Guadagnini ha infatti parlato della prostituzione come di un mercato dal giro d’affari da 25 miliardi di euro, che se fatturati comporterebbero “introiti fiscali miliardari per lo Stato”.
Insomma, la prostituzione è una ghiotta occasione per fare cassa, poco importa se si basa sulla riduzione in schiavitù della persona.

Qualcuno potrebbe obiettare che una normalizzazione delle professioni legate al sesso permetterebbe di affrancare le prostitute dalla condizione di schiavitù in cui molto spesso si trovano. La convinzione è che la legalizzazione sferri un duro colpo alla criminalità organizzata che gestisce il mercato del sesso. Nulla di più lontano dal vero.

Prendiamo il classico esempio dell’Olanda, il paese dei tulipani, dei mulini a vento e del Red Light District. Qui la prostituzione è legale dal 2000 e i risultati raggiunti finora sono tutt’altro che positivi.
Nel 2007 il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato la realizzazione dello studio “Daaler” sulle condizioni delle prostitute legali. È emerso chiaramente come il loro benessere non solo non fosse migliorato, ma fosse addirittura peggiorato rispetto al 2001. In particolare, si registrava un significativo aumento dell’uso di sedativi da parte delle operatrici del settore.
Stando ai dati del Centro di informazione per le prostitute, un’associazione no-profit che ha sede proprio nel cuore del quartiere a luci rosse di Amsterdam, 8 ragazze in vetrina su 10 non sono olandesi. La maggior parte proviene dall’Est, soprattutto da Bulgaria, Ungheria, Ucraina e Russia. Secondo la polizia nazionale olandese (KLPD) la percentuale di prostitute legali vittime di sfruttamento varia tra il 50 e l’80 per cento.
Tra l’altro non si può neanche dire che l’Olanda abbia sconfitto la prostituzione illegale. Uno studio del 2010 del RIEC Noord-Holland, organo governativo deputato alla prevenzione del crimine, ha rivelato che solamente il 17 per cento degli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguarderebbero postriboli legali.

La situazione non è molto diversa in Germania, che attualmente ospita oltre 3.500 bordelli spalmati su tutto il territorio nazionale.
In un’intervista rilasciata nel 2015 al Corriere della Sera, un ex prostituta italo-tedesca ha dichiarato che la legge sulla legalizzazione del 2002 ha clamorosamente fallito. “La prostituzione”, ha affermato l’intervistata, “oggi è essenzialmente schiavitù e non libera disponibilità del proprio corpo. Ci vorrebbe una forte azione delle forze dell’ordine congiunta alla volontà politica di affrontare la questione: non è difficile individuare le vittime di tratta.”
Secondo i dati riportati dal Der Spiegel, successivamente confermati anche dalla polizia, negli ultimi anni si è registrato in Germania un netto aumento della tratta di esseri umani a scopo sessuale, con ragazze giovanissime provenienti in gran parte dall’Est Europa.
Per di più, l’idea secondo cui la legalizzazione garantirebbe maggiore sicurezza alle sex workers si sta rivelando un colossale falso mito: dal 2002 sarebbero infatti 123 le prostitute uccise in Germania dai propri clienti. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che la polizia non ha il permesso di entrare nei bordelli per controllare se le ragazze siano vittime di sfruttamento e tratte, è chiaro dunque che quello tedesco sia un metodo frivolo e fallimentare per combattere la prostituzione forzata.

Alla luce di tutto ciò, c’è dunque un modo per contrastare seriamente lo sfruttamento delle ragazze e concedere a queste maggiori garanzie e sicurezza? Certamente, e l’esempio ce lo fornisce la civilissima Svezia. Qui l’industria del sesso è in forte crisi, con un numero sempre minore di donne sfruttate per scopi sessuali.
Il modello nordico parte dal presupposto che pagare per una prestazione sessuale è sbagliato e rappresenta un reato. Non lo è invece essere una prostituta. In questa logica l’atto criminogeno viene commesso esclusivamente dal cliente, mentre la venditrice del proprio corpo è considerata una vittima.
Ciò permette di colpire e frenare la domanda, scoraggiando così le organizzazioni criminali che gestiscono l’industria del sesso ad investire nel paese scandinavo.
Approvata nel 1999, la legge in questione ha ottenuto dei risultati eccellenti: il numero di ragazze sfruttate e costrette a prostituirsi si è più che dimezzato, diversamente da quanto invece visto per Germania e Olanda dove la situazione è addirittura peggiorata dopo la legalizzazione.

L’esempio svedese mostra come combattere l’industria del sesso sia possibile, ma deve esserci la volontà politica di farlo. La tanto agognata riapertura delle case chiuse avrebbe come effetto solamente quello di togliere le “lucciole” dalle strade per spostarle al chiuso, ma non è nascondendo un problema che lo si risolve. Anzi, si rischia di concedere una sfera di legalità a tutte quelle organizzazioni criminali che gestiscono la prostituzione forzata, che vedrebbero così ampliarsi notevolmente le possibilità di profitto.
Ci trinceriamo dietro la farsa secondo la quale sconfiggere questo tipo di attività sia impossibile, che sempre ci saranno uomini disposti a comprare il corpo di una donna e donne disposte a venderlo. La verità, invece, è che non ci interessa combattere il problema perché non siamo noi le vittime.
Possiamo anche riaprire le case chiuse se è questo che vogliamo, ma ricordiamoci che il mito di Bocca di Rosa è finito da un pezzo.

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