Lo stoicismo nel terzo millennio

Between stimulus and response there is a space. In that space is our power to choose our response. In our response lies our growth and our freedom. – Viktor E. Frankl

Non importa se si segua una religione o meno. Ci sono domande che uomini e donne in qualche punto della loro vita non possono esimersi dal porsi. Come condurre la propria vita? Secondo quali codici di condotta, secondo quale morale? Come rispondere alle difficoltà, come affrontare il dolore? E l’ultima e forse più importante questione, come affrontare la morte?

In un’epoca secolarizzata e relativista, i grandi disegni etico-religiosi sembrano sempre meno in grado di fornire indicazioni accettabili per tutti. Ognuno di noi risponde a queste domande come può, attingendo a codici di riferimento differenti, alla tradizione familiare o talvolta (ri)scoprendo culture millenarie e lontane. A volte, semplicemente, queste domande si ignorano finché è possibile farlo.

Tra tutte le filosofie che hanno percorso questo mondo e molte epoche, lo stoicismo offre insegnamenti che ancora oggi possono risultare tanto semplici quanto potenti per vivere una buona vita e, perché no, una buona morte.

 

Un po’ di storia e di teoria

Lo stoicismo viene fondato da Zenone di Cizio intorno al 300 a. C., e deve il suo nome alla Stoa Poikile, un mercato pubblico dove i cosiddetti “stoici” si incontravano per parlare tra di loro e con chiunque si dimostrasse interessato alla loro filosofia. A sistematizzare la dottrina stoica fu poi Crisippo, in circa settecento opere.

La seconda età dello stoicismo è quella che vide impegnato Cicerone nello studio della dottrina, sebbene lui non ne divenisse mai un aperto sostenitore, preferendo mantenersi a metà strada con l’epicureismo.

La terza età dello stoicismo ebbe luogo durante l’età imperiale, età in cui vissero alcuni dei suoi più famosi esponenti: i filosofi Seneca e Gaio Musonio Rufo, l’imperatore Marco Aurelio, il liberto Epitteto.

Con il diffondersi del cristianesimo, lo stoicismo, ed in generale tutte le dottrine filosofiche classiche, divenne sempre meno praticato. Nonostante questo il pensiero stoico tornò di quando in quando in pensatori e filosofi pre-moderni e moderni, trovando spazio negli scritti di Montaigne, Francis Bacon, Montesquieu e Spinoza e tutt’ora si intreccia e condivide molti aspetti con il buddismo e con l’umanesimo secolare.

Ma cosa dice, esattamente, lo stoicismo?

Nelle Lettere a Lucilio, Seneca chiarisce un aspetto fondamentale della filosofia da lui seguita: “Ti preoccupi delle parole? Rallegrati se riesci a fare quello che devi. Quando imparerai tante cose? Quando fisserai le nozioni che hai appreso in modo da non dimenticarle più? Quando le metterai in pratica? Non basta, come le altre, ricordarle a memoria: bisogna sperimentarle in concreto; non è felice chi le conosce, ma chi le applica”.

Lo stoicismo è una disciplina filosofica che trova nella sua attuazione pratica la sua ragione di esistere. Non ha senso conoscere, se non si applica quel che si è imparato. Allo stesso tempo, non è possibile applicare ciò che non si conosce. Si sviluppa così una filosofia in tre discipline distinte e complementari: l’etica, ovvero il nucleo pratico della dottrina stoica, si occupa di come si possa vivere nel migliore dei modi; ma è impossibile vivere bene senza sapere come funzioni il mondo, ed è ciò di cui si occupa la fisica; è altrettanto importante comprendere come la mente umana conosca e quali siano i suoi limiti, ed è ciò che rientra nella disciplina della logica.

Molto brevemente:

Dalla Logica scaturisce la convinzione che la conoscenza possa essere derivata dalla ragione e che (a differenza di quel che credono i contemporanei degli Stoici, gli Scettici) la mente umana sia in grado di distinguere il vero dal falso.

Dalla Fisica prende forma l’idea che l’universo sia organizzato secondo principi razionali, quelli del Logos (o Dio, o la Natura, a seconda delle epoche e dei protagonisti), e che il mondo sia fatto di materia, e pertanto soggetto alle regole di causa ed effetto.

Dall’Etica, infine, scaturisce il principio secondo il quale l’uomo altro non sarebbe che una scintilla del Logos nella quale l’intero universo è riprodotto. Pertanto, massima virtù per l’uomo è agire in conformità al Logos stesso e quindi alla natura del mondo. Il che può avvenire esclusivamente dominando le passioni ed accettando serenamente ciò che il destino riserva.

 

“Agire in conformità alla natura del mondo”, nel XXI secolo

Cosa può dirci allora lo stoicismo, oggi? Forse non crediamo che l’universo sia interamente razionale, magari non pensiamo che esista un destino, non riteniamo di essere scintille di Dio e men che meno di contenere in noi tutto l’esistente. Nonostante questo, però, lo stoicismo può esserci ancora utile.

E’ vero, forse un destino non esiste, né esiste qualcosa come la provvidenza. Ma se anche è vero che nulla accade perché deve accadere, è pur vero che accade ciò che accade. In altre parole, quale che sia la ragione, sempre che ve ne sia una, non si può modificare il fatto in sé che le cose accadono. Molte di queste cose giacciono al di fuori del nostro controllo. L’unica cosa che possiamo controllare, in quanto uomini, sono i nostri pensieri, il modo in cui reagiamo alle cose che ci succedono.

“Tu hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Realizza questo, e troverai la tua forza.” A dirlo fu Marco Aurelio, che in quanto imperatore forse aveva un potere sugli eventi esterni che molti di noi possono solo sognarsi. Eppure, come tutti gli uomini doveva affrontare ciò che il caso, o nel suo caso il destino, gli poneva davanti. E come tutti, aveva l’obiettivo di stare bene anche in mezzo a mille difficoltà.

Questo, in fondo, significa per uno stoico vivere bene: raggiungere la tranquillità dell’animo. In altre parole, l’atarassia – che non è l’assenza di passioni ma, piuttosto, il dominio sulle passioni.

Gli stoici distinguono dunque fra la reazione istintiva e involontaria agli eventi (il propathos) e il giudizio razionale e distaccato sugli eventi (eupathos). La prima è naturale, ed accorre in tutti gli uomini. La seconda è una virtù e come tale va coltivata.

Epitteto ci dice: “Non sono i fatti a sconcertare gli esseri umani, ma i loro giudizi intorno ai fatti.”

Per osservare gli eventi con distacco e giudicarli propriamente serve infatti una gran presenza mentale, che può essere acquisita solamente attraverso una pratica costante. Nel buddismo, che è in questi aspetti molto simile allo stoicismo, tale presenza mentale viene acquisita attraverso la meditazione “mindfulness”. I filosofi stoici avevano invece spesso dei rituali quotidiani.

Marco Aurelio ad esempio si preparava ad incontrare persone orribili durante la giornata e a non perdere le staffe per questo, ripetendosi tutte le mattine queste parole: “incontrerò gente vana, ingrata, violenta, fraudolenta, invidiosa, asociale; tutto ciò capita a costoro per l’ignoranza del bene e del male. Io, invece, che ho capito, avendo meditato sulla natura del bene, che esso è bello, e sulla natura del male che esso è turpe e sulla natura di chi sbaglia che egli è mio parente, non perché si sia del medesimo sangue e seme, ma perché egli è, come me, provvisto di mente e partecipe del divino, e che non posso essere danneggiato da alcuno di loro, perché nessuno mi potrà coinvolgere nella sua turpitudine, ebbene, io non posso né adirarmi con un mio parente né provare odio per lui”.

Seneca soleva ricordarsi la brevità della sua vita (e scrive, non a caso, il De Brevitate Vitae) e nelle Lettere a Lucilio dice al suo amico e discepolo: “Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va”.

Da questa e simili riflessioni nasce per esempio l’esercizio della Praemeditatio Malorum (o visualizzazione negativa), ovvero la pratica dell’immaginare che qualcosa a noi caro, se vogliamo anche la nostra stessa vita, ci venga portato via, o che qualcosa che ci aspetta vada terribilmente male. Non solo questo dovrebbe in teoria aiutarci ad essere più preparati quando accadranno effettivamente delle cose sgradevoli e ad essere maggiormente radicati al momento presente, sapendo che ogni cosa può finire in ogni momento, ma è convinzione degli stoici che le difficoltà vadano tutt’altro che evitate. E’ infatti nelle difficoltà che si rivela la vera natura dell’uomo, ed è nelle difficoltà che l’uomo può effettivamente crescere ed avanzare nella comprensione di sé stesso. E’ compito dello stoico sfruttare le difficoltà, invece di subirle. Come ci ricorda Marco Aurelio nelle sue Meditazioni, “Le nostre azioni posso essere ostacolate, ma non può esserci impedimento alle nostre intenzioni o alla nostra disposizione d’animo. Perché possiamo modificarci e adattarci. La mente adatta e converte ai suoi scopi gli ostacoli al nostro agire. L’impedimento all’azione fa progredire l’azione. Ciò che sta sulla strada diventa la strada.”

Epitteto, infine, concludeva le sue giornate con tre domande rivolte a sé stesso. Cosa ho fatto bene? Cosa ho sbagliato? Quale dovere ho lasciato da parte? Riflettere sulla giornata appena passata gli era utile per osservare con il distacco dato dal tempo le sue reazioni e rendersi conto dei suoi errori. In questo modo, poteva affrontare la giornata successiva con più chiarezza e consapevolezza.

Bene, ma perché mai una persona dovrebbe ricordarsi al mattino che il mondo è pieno di persone orribili, al pomeriggio che dovrà morire, e alla sera riflettere su cos’è che ha sbagliato tutto il giorno?

L’esercizio costante di queste pratiche è volto a schiarire la mente dalle proprie emozioni e a giudicare ciò che accade con chiarezza e razionalità e ci permette di raggiungere uno stato di lucidità e pace interiore che è necessario per agire in maniera corretta e giusta. Basti pensare a quante volte diciamo cose che non vorremmo dire, facciamo del male a persone a cui non vorremmo fare del male e indulgiamo in abitudini che sappiamo essere per noi dannose. Tutto questo accade perché non siamo completamente padroni di noi stessi. Lasciamo che le nostre emozioni istintive guidino le nostre azioni, e sebbene questo sia umano e ovviamente normale, portato all’eccesso può avere conseguenze a volte anche disastrose. Conoscere a fondo sé stessi, essere padroni di sé stessi ed essere felici con sé stessi al di là di ogni circostanza esterna, sono i requisiti fondamentali per poter trattare gli altri e il mondo con il rispetto ad essi dovuto, portare a termine il proprio dovere e agire da “uomini retti”. Per gli stoici, la natura umana è essenzialmente altruista e non siamo al mondo per noi stessi, ma per gli altri, e a questa consapevolezza deve essere indirizzato il nostro lavoro quotidiano.

Tutto questo può valere tale e quale anche oggi. Quasi alla fine, possiamo elencare brevemente 5 importanti lezioni che lo stoicismo ci offre per “vivere una buona vita”:

  • Viviamo nel momento presente, consapevoli che tutto ha una fine e che quindi tutto ciò che ci circonda è anche di estremo valore.
  • Agiamo su ciò che possiamo controllare e non preoccupiamoci di ciò che non ha importanza.
  • Niente di ciò che accade è buono o cattivo in sé e ciò che ci fa soffrire non sono gli eventi in sé, ma l’interpretazione che diamo a questi eventi. Le difficoltà aiutano a crescere e non sono, quindi, da evitare ad ogni costo.
  • Siamo altruisti, tenendo a mente che facciamo tutti parte di qualcosa di più grande di noi, e che noi stessi non siamo che una piccola parte di tutto ciò.
  • Esercitare la propria mente è l’unico modo per vivere pienamente, dal momento che agiamo secondo razionalità solo quando non siamo pilotati dalle nostre emozioni istintive.

E nei momenti in cui starete lavorando, studiando, parlando con qualcuno – qualunque cosa voi stiate facendo, ricordatevi delle parole del sempre saggio Marco Aurelio: “Concentrati ogni minuto come un Romano – come un uomo – sul fare ciò che è di fronte a te con precisa e genuina serietà, teneramente, volentieri, con giustizia. E sul liberarti da ogni altra distrazione. Sì, puoi farlo – se fai ogni cosa come se fosse l’ultima cosa che faresti sulla terra, smetti di vagare privo di scopo e di lasciare che le tue emozioni scavalchino ciò che la mente ti dice e smetti di essere ipocrita, egocentrico ed irritabile. Vedi quante poche cose devi fare per vivere una vita piena e soddisfacente? Se riesci a farle, non c’è niente di più che gli Dei possano chiederti”.

Questo, in buona sostanza, significa agire secondo natura.

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