“In caso di crisi rompere il Premier”

Una nuova speranza 

Una settimana fa il Governo del Cambiamento ha compiuto un anno e la Repubblica Italiana settantatré. Ma, soprattutto, sono passate due settimane da quando Matteo Salvini è stato incoronato Re d’Italia, “per grazia di Dio e del Cuore Immacolato di Maria e volontà del popolo italiano”. Con la partecipazione di San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, dei Santi Cirillo e Metodio e di Santa Teresa Benedetta della Croce. E la supervisione severa dell’ampolla del Po e ferma dell’uovo di Pasqua del Milan. 

Per l’occasione, con l’umiltà che lo contraddistingue, Salvini avrebbe rifiutato una sala piena di specchi, onde evitare disagi nell’essere potenzialmente incoronato da Papa Francesco I, con un imbarazzo che sarebbe schizzato più velocemente di Jesse Owens. Al contrario, il Capitano si sarebbe accontentato del Senato, dopo essersi fatto ivi guidare. Garantendo «totale fiducia nel Ministro Toninelli, che si è dimostrato uno sbloccatore di opere e cantieri senza pari nella storia dei governi italiani», e «totale fiducia in Conte, ovunque sia e qualunque lavoro faccia». Comunicando anche i propri venturi impegni istituzionali: «nel pomeriggio mangio un gelato al pistacchio». 

Il risveglio della forca 

Matteo ha così iniziato ad occuparsi dei problemi del Paese e della nostra democrazia a pieno regime, come generoso premio di consolazione per tutti i non iscritti al concorso “Vinci Salvini”. Passando dal redigere una lista dei giudici che rispettano la legge e non ciò che dice lui alla lotta alla dipendenza, incalzando i negozi di cannabis light; dal contrasto all’alcolismo, vietando la commercializzazione della birra analcolica, ad una pervicace preselezione di filtri Instagram adatti ai migliori influencer dell’Italia del cambiamento (fonti assicurano: sono tutti o più o meno verdi, o completamente neri).

Inoltre, già si delineano i primi decreti, per importanti innovazioni. Innanzitutto, accanto al crocifisso, obbligatorio in tutti i locali pubblici e privati, sarà affissa una statua di Alberto da Giussano ed un poster motivazionale raffiguranti un gattino che dice “tengo duro” e Renzo Bossi. Ogni persona che entrerà in un edificio pubblico, o su Twitter, dovrà poi avere con sé un rosaio, che se portato al collò con costanza potrà garantire il pre-pensionamento a cinquantacinque anni, ma solo se si accetterà il concepimento di almeno quattro figli. Per il primogenito si consiglia già il nome “Matteo”; fortemente sconsigliati “Elsa”, “Roberto”, “Fabio” o “Laura”; quest’ultimo, a meno che  non sia seguito da “non c’è”. Importanti novità anche in merito a RAI, dove i conduttori di tg e programmi saranno pagati a pane, acqua, voucher, Vangeli e cappelli per provvedere a mendicare uno stipendio a fine turno; Poste Italiane, dove gli italiani non saranno più discriminati, avendo sempre e comunque la precedenza nelle file (ove queste saranno presenti); Ferrovie dello Stato, facilmente intuibili; e TAV. Per il quale sarebbero già state predisposte numerose ruspe, con la promessa che non solo si farà, non solo sarà fatta in tempo, non solo arriverà in orario, ma che persino nell’immaginazione di Salvini arriva in orario.

Le minacce fantasma

Miseri ed isolati i tentativi di distogliere l’attenzione dall’opera di Matteo. Provenienti inizialmente dal fronte alleato, da un Luigi Di Maio confermato a pieni voti, dopo averne persi appena sei milioni alle elezioni. La piattaforma Rousseau, infatti, chiamata a decidere se Giggì dovesse restare il capo politico pentastellato, oppure guidare la Juventus alla conquista dell’ennesima Champions League, ha deciso di confermare il leader pentastellato alla guida del Movimento. Cinquantaseimila i votanti sulla piattaforma di Casaleggio: l’80% ha votato in favore di Di Maio, il restante 20% Mark Caltagirone. «Su Rousseau abbiamo segnato il record assoluto di partecipazione a una votazione per il Movimento» ha scritto su Facebook un Luigi rigenerato come, e con, un link, «ed anche il record mondiale per una votazione online in un singolo giorno per una forza politica». Precisando «non mi monto la testa, questo è il momento dell’umiltà» da un balcone qualsiasi, all’arrivo della commissione del Guinness World Record. La quale, tuttavia, s’è immediatamente trasferita da viale Vittorio Veneto al Viminale, per assistere ad un evento ancor più stupefacente: Salvini era al Ministero dell’Interno. 

Sforzi ancor più forvianti ed incredibili i più recenti di, tale, Giuseppe Conte. Che fonti non proprio affidabili riferiscono essere “l’avvocato degli italiani”, mentre altre, pagate da Soros, “il premier”. Tale personaggio, descritto come “vestito molto bene”, ha destato enorme scalpore nel Paese, al cinguettio: «ho alcune cose importanti da dire». Annuncio shock accompagnato da generale incredulità, numerosi carichi di sostanze dopanti e metanfetamina giunti nella sede di La7, e dalla riconversione di numerosi arrotini nel ruolo di strilloni, cui per l’occasione è stato chiesto di gridare “donne, donne, è arrivato l’avvocato” e di tenere pronta la strumentazione per affilare i coltelli.

Tre i passaggi chiave del discorso: 1) la conferenza stampa è iniziata con un «buonasera», seguito da un colpo di tosse e dalla triste quanto lapalissiana constatazione che non sarebbe seguito un “complimenti per l’ottima scelta”; 2) tale Conte sarebbe incappato in un errore comune, definendo quello “del Cambiamento” «il mio governo», fallendo dunque nel posizionare il treppiedi modulare nell’apposita intercapedine; 3) ha chiesto «a entrambe le forze politiche […] di operare una chiara scelta e di dirmi, dirci, se hanno intenzione di proseguire [la legislatura], o se preferiscono riconsiderare questa posizione, semmai perché coltivano la speranza di una prova elettorale. […] Io personalmente resto disponibile»: se muore, insomma, devono farglielo sapere prima. In alternativa, chiederà ad Enrico Letta come si fa. 

L’attacco dei conti 

A dimostrazione dell’estraneità di, tale, Giuseppe Conte, il quale in conferenza stampa aveva dichiarato «abbiamo scongiurato un potenziale rischio d’una procedura d’infrazione, è stato molto difficile, vi assicuro», due giorni dopo è giunta in Italia una lettera dell’Europa, per chiedere chiarimenti sui conti patri. Prima domanda: “ma chi è ‘sto Conte?”. La missiva sarebbe giunta a Roma non senza qualche difficoltà, intercettata un paio di volte da Giorgia Meloni, che al grido di “questa è Romaaaaa!” avrebbe gettato epistola ed ambasciatore in una qualunque buca di via del Corso. 

Dell’affaire, con la sobrietà che lo contraddistingue, se n’è immediatamente occupato Salvini, il “Padre della Patria”: «Se mio figlio ha fame e mi chiede di dargli da mangiare e Bruxelles mi dice “No Matteo, le regole europee ti impongono di non dare da mangiare a tuo figlio”, secondo voi io rispetto le regole di Bruxelles, o gli do da mangiare? Secondo me viene prima mio figlio. I miei figli sono 60 milioni di italiani». Già pronto lo stanziamento di 49 milioni di litri di latte in ottant’anni, direttamente dai seni salviniani, e di mini-bot. «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito» avrebbe dichiara un Mario Draghi geloso, dopo essersi spremuto i capezzoli. Fonti leghiste, tuttavia, rassicurano: con i mini-bot si eviterà di incorrere nei peli del petto del Ministro, descritti come “folti, vigorosi e, soprattutto, duri”. 

Medesime garanzie anche da Matteo Salvini stesso, costretto a disertare un Consiglio d’Europa, non essendo abituato a dar consigli ma solo ordini, soprattutto in tema di migranti e ricollocamenti, per essere ospite di Barbara D’Urso. In uno studio illuminato da un fascio di luce proveniente dal cielo, Matteo ha dapprima assicurato la solidità del rapporto con la sua fidanza, per niente disturbata dall’avere un fidanzato padre, e con Luigi Di Maio, cui concede regolarmente un’uscita con gli amici. Purché di scena. Chiarendo, infine, finalmente, chi sia, tale, Conte: un gungan. Cui presto saranno tagliate molte parti, ma non il diritto di voto.

Insomma, “sarà un anno bellissimo”. Un altro? 

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