In memoria di Enrico, riflessioni a sinistra

Sono passati 35 anni dalla morte del segretario del partito comunista più importante dell’Europa occidentale. E con lui – se vogliamo dirlo in maniera pessimista – sono andati man mano scemando quei valori, quel contesto di appartenenza, quel rapporto speciale e singolare che c’era con la gente. Enrico Berlinguer ha lasciato un vuoto, non tanto in termini di singolo uomo quanto in termini di quell’ideale forte del fare politica per la gente e per nient’altro. Sono bastati 35 anni per far sì che la sinistra subisse la peggiore delle sue mutazioni, e questo, sì, è un giudizio personale ma immagino generalmente condiviso. Per noi nati negli anni ‘90 rimane un unico grande dramma, quello di non aver conosciuto quel tipo di politica lì, e di poterla solo guardare, ossessivamente e compulsivamente, da lontano, su Youtube. Crogiolandoci, per gli aficionados, in quelle registrazioni di Tribuna Politica, che ormai sembrano demodè ma rappresentano il fulcro di quelle ‘vecchie maniere’.
Le idee prima degli uomini, la gente prima del potere del singolo, le poltrone quasi delle sconosciute, per quel partito dall’organizzazione granitica e capillare che controllava ogni cosa passasse per le sue retrovie. Ora è la volta degli uomini prima delle idee, del potere del singolo prima della gente – checché ne vogliano credere quel 33-34% dei votanti alle Europee –. L’era delle poltrone prima di tutto, degli slogan che diventano leggi, pronti a irretire le menti che meno hanno potuto giovare del sistema di istruzione. E, aggiungerei, anche di molti che ne hanno usufruito. Sono cresciute le divisioni, gli scontri, le correnti, gli avversari politici ora sono nemici ed è arduo immaginare quali funerali al giorno d’oggi sarebbero come quelli di Enrico nel 1984, con quell’orda di persone in piazza San Giovanni.
Proprio l’altro giorno, con un’amica, riguardavano quei video storici e ci chiedevamo “ora chi avrebbe un funerale così?”. C’è un uomo politico che unirebbe tante persone in un’unica piazza? Ci siamo risposte di no, forse giusto Vasco Rossi, che nonostante la bella e longeva carriera non possiamo certo definire un politico.

E allora cos’è cambiato? Solo il tempo? Risponderei di no, di primo acchitto. Ciò che è cambiato è che la sinistra non c’è più per la gente. Rinchiusa tra i gangli del potere per troppo tempo, attenta alla prima poltronissima disponibile o alla nomina dell’amico ‘di corrente’, spesso pieghevole – quasi non fosse sinistra – a tutte le logiche imposte dall’ordine economico e capitalistico. Per dirla come Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez (Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno) e membro della direzione del Partito Democratico, “la sinistra non ha perso, s’è persa”. E a 35 anni da Enrico sarebbe ora di ricominciare.

Per aprire finalmente alla Nazione una via sicura di sviluppo economico, rinnovamento sociale e progresso democratico, è necessario che la componente comunista e quella socialista s’incontrino con quella cattolica, dando vita ad un nuovo grande compromesso storico”.

Scriveva così il lungimirante segretario del Partito Comunista. Sicuramente con la coesione e l’unità, come ricalca spesso, adesso, il nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Ma anche con una buona dose di coraggio, di sfida degli equilibri nazionali e comunitari, animati sempre da un sogno. Perchè, come diceva qualche giorno fa alla tv, Walter Veltroni, già sindaco di Roma e fondatore del Partito Democratico, “non siamo più in grado di ispirare quel sogno che sempre è stato tipico della sinistra”. Un sogno comune di rivolta, solidarietà e cambiamento radicale, sempre accompagnato da quel – lasciatemelo dire – grande bagno di umiltà, che solo recentemente è rientrato, forse ancora troppo poco, tra i vocaboli del Partito Democratico.
Oserei dire, però, che non basta e non mi sembra nemmeno di osare. Ripartirei dalle iniziative sul territorio, dal contatto con la gente, dallo spostamento di quella sede del Nazareno a Torbella Monaca o a Casal Bruciato. Dal riunire tutte le forze dichiaratamente di sinistra sotto un unico stendardo. E poi ripartirei dal chiamarci con il nostro nome, senza la paura di usarlo: gente socialista, gente di sinistra.


“…Per anni mi ero rifiutato di raccontarlo, quel giorno. Mi sembrava una cosa di cattivo gusto. E soprattutto – io che fino a quel momento, segretario cittadino del Pci di Padova, avevo avuto la fortuna di non conoscere ancora direttamente in faccia la morte – avevo sognato troppe volte il rantolo del coma, l’uomo moribondo sulla lettiga. Quell’evento – una volta elaborato il lutto – lo si è guardato con maggior distacco. Fu senza dubbio non solo la straordinarietà dell’uomo che si spegneva ma anche il modo in cui questo avveniva a commuovere il Paese. Quelle immagini del malore durante il comizio – poi montate nel film sui funerali di Berlinguer curato da alcuni noti registi italiani – erano il frutto totalmente involontario e inaspettato di un primo tentativo (per noi, che attendevamo da dieci anni il ritorno a Padova del segretario del Pci) di modernizzare il comizio, di farne un evento spettacolare. E così avevamo noleggiato un sistema di riprese e di videoproiezione da un privato, che aveva fornito anche l’operatore. Dopo il malore, la corsa al Plaza, i tentativi di rianimazione, il precipitoso trasferimento all’ospedale, ci tornò un po’ tardivamente in mente – a noi che stando sul palco dietro a Berlinguer non avevamo visto la diretta della sofferenza sul maxischermo – che esisteva una cassetta. Cercammo l’operatore. Era scomparso. La cassetta stava per finire sul mercato. Qualche ora dopo quelle immagini potevano già essere sui teleschermi di mezzo mondo. Tramite la Direzione del Pci facemmo intervenire la Rai, che si assicurò i diritti di quelle sconvolgenti riprese.
Fu un gigantesco evento mediatico, anche nei giorni successivi. Le circostanze vollero che a me fosse affidata la vigilanza all’Hotel Plaza, dove si dovevano creare le migliori condizioni di discrezione e di riservatezza per la famiglia e per i dirigenti del Pci, al riparo da flash e da telecamere. In rare circostanze una morte diventa un avvenimento nazionale e popolare. Si è visto qualcosa di questo tipo – amplificato all’ennesima potenza– in occasione della scomparsa di Diana Spencer. E fu così per Berlinguer. Venne perfino Giorgio Almirante, segretario del Msi, a rendere omaggio alla sua salma a Botteghe Oscure. Una parte non piccola di quest’evento la si deve alla personalità e all’umanità di quell’uomo. Al suo essere antileader, persona “normale”. Anche dopo la morte, fino alla sepoltura – secondo una volontà espressa alla famiglia – in una tomba semplice, a Prima Porta, lontano da quella ufficiale del Pci al Verano. In questo, davvero, Berlinguer fu atipico”.

(da “I ragazzi di Berlinguer”, riedito nel 2017 all’interno di Enrico e Francesco, pensieri lunghi, Castelvecchi)

Questo era un piccolo estratto, che mi sta molto a cuore. Perché anche se nascondo sempre, forse sbagliando, quella che è stata l’occupazione di mio padre nella vita, oggi che scriviamo di Enrico è doveroso addirittura citarlo. Perché quella sera a Padova, come segretario cittadino, era sul palco con lui. E in conclusione mi scuso, in primis perché di solito cerco di non scrivere le mie opinioni. In secundis, perché qualcuno potrebbe dire, “dei segretari più importanti del Pd uno o due ti sono sfuggiti da citare”. E quindi mi scuso con Bersani e anche con Renzi. Ma mentre Bersani non ho saputo dove e come inserirlo, per Renzi la scelta è stata voluta. Non perché non sia stato un ottimo leader o un ottimo ‘capo’. Ma perché oggi abbiamo parlato di sinistra.

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