Atlas intervista Giuseppe Civati

Roma, 9 dicembre.

Nella cornice del centro congressi Nuvola ho avuto il piacere di intervistare Giuseppe Civati, in occasione dell’evento Più Libri Più Liberi dove, insieme ad altri rappresentanti della piccola e media editoria, si trovava per esporre i testi editi dalla sua nuova casa editrice People, da lui fondata nel 2018 insieme a Francesco Foti e Stefano Catone.

[Giulia Delaini]: People arriverà nelle librerie da gennaio 2019 con quattro testi. C’è un tema che accomuna questi testi? Se sì, quale?

[Giuseppe Civati]: Il tema in realtà è il nome della casa editrice. Noi abbiamo deciso di affrontare una serie di questioni abbastanza clamorose, sia per l’effetto che hanno sull’opinione pubblica in questo momento sia per il loro valore assoluto. Abbiamo deciso di farlo attraverso il racconto personale, che però in questo caso è universale, di alcune figure. Nei quattro titoli che andranno in libreria parleremo dell’indifferenza nelle parole, con Liliana Segre. Parleremo di sessismo, con Carolina Morace, che racconta la sua esperienza di calciatrice e allenatrice di calcio, l’ambiente più maschile che conosciamo. Ci sarà una raccolta di vignette di Mauro Biani, contenente alcuni inediti, e, da ultimo, alcune storie sul tema del lavoro e delle retribuzioni, sul come le persone siano pagate poco. Quest’ultimo è uno studio molto analitico dal punto di vista numerico e statistico, ma parte ovviamente da storie di vita vissuta. È interessante far lavorare i testimoni, e, nel caso di Liliana Segre, questa parola è la più precisa possibile. Vale anche per gli altri casi: secondo noi una storia è molto più efficace se non è raccontata in termini astratti. L’abbiamo visto con un libro che non uscirà immediatamente in libreria ma che abbiamo distribuito online, quello di Elizabeth Arquinigo Pardo, che è una lettera da lei scritta agli italiani che ancora non hanno la cittadinanza [ndr. Il libro s’intitola «Lettera agli italiani come me»]. Racconta la questione dell’immigrazione di «terzo livello», non la prima o la seconda accoglienza ma il percorso di convivenza. È molto efficace.

[GD]: People è anche agenzia di comunicazione. Qual è la situazione della comunicazione politica in Italia secondo lei?

[GC]: È molto quantitativa e in verità è sempre stata così. La comunicazione politica italiana funziona sul volume e non sulla qualità. C’è una forte debolezza del contesto ed è molto facile quindi occupare lo spazio vuoto con delle cretinate, per non dire di peggio. Nel caso di Salvini la comunicazione è molto paracula [ndr a questo proposito rimando ad un precedente articolo di Atlas riguardante un comizio di Salvini]. Chiede sempre un invito alla risposta e questo, ahimè, ha funzionato parecchio, anche perché lui è molto vistoso. Io vedo moltissime analogie, dal punto di vista di occupazione dello spazio, con altre stagioni. Quella più recente era stata quella di Renzi, ma anche il fenomeno del berlusconismo funzionava così: molto volume, molto impatto, molte persone che ne parlano senza analizzare criticamente. Noi di People, quindi, cerchiamo di lavorare in termini qualitativi. Non facciamo soltanto comunicazione politica, ci interessa puntare su una cura un po’ diversa dei prodotti della comunicazione, per evitare che tutto scivoli verso molta superficialità: oggi è tutto molto prosaico, molto corrivo, per usare una parola più precisa.

[GD]: People intende indagare e spiegare i cambiamenti della società. Quali sono, secondo lei, questi cambiamenti? Quelli che ha individuato sono positivi o negativi?

[GC] «Cambiamento», com’è noto, è in realtà un’espressione neutra. In questo caso sia Renzi che il nuovo governo usano la parola un po’ a tradimento. «Cambiamento» fa pensare a un miglioramento della propaganda e della retorica politica, ma dal punto di vista degli effetti può anche significare un peggioramento. Raccontare i cambiamenti in generale, proponendo anche antidoti a quelli che non ci piacciono, se riusciamo a trovarli: è un po’ questo il tentativo che facciamo con i nostri libri.

[GD]: Un consiglio per chi si affaccia adesso al mondo dell’editoria?

[GC]: Non lo so, mi ci sto affacciando io alla mia veneranda età.
Secondo me, però, bisogna provare a sperimentare cose nuove. In People io sono il più anziano di tutto il gruppo. Pubblichiamo anche libri di persone che non sono famose. C’è bisogno di mettere molto impegno intorno al prodotto editoriale, provare a seguire tutto il processo, che tra l’altro è anche molto appassionante. Qualche risultato arriva, è molto difficile ma intanto ci si appassiona, poi si spera di mantenere dal punto di vista economico l’iniziativa.

È in questo preciso istante che mi rendo conto che Civati ha praticamente già risposto ad alcune delle domande che ancora devo porgli e glielo faccio presente.

[GD]: Lei con le risposte mi sta bruciando le altre domande, sa?

[GC]: Bene. È perché sono un vecchio arnese della politica.

Più Libri Più Liberi, dove si è svolta l’intervista, ha avuto luogo al centro congressi Nuvola.

[GD]: People è un progetto che punta sull’empatia. Tuttavia il rapporto Censis 2018 ha restituito un ritratto degli italiani «incattiviti». Più del 60% degli intervistati ritiene che il fenomeno migratorio sia un peso per il welfare…

[GC]: Per forza, il 100% della comunicazione pubblica, dalla Rai ai giornali, passando per lo stesso ex Ministro dell’Interno, presenta il fenomeno in termini securitari e ossessivi. Sbagliano, tra l’altro anche sul versante della sicurezza: la sicurezza è un fatto denso, non è solo ordine pubblico, ma ormai lo dico solo io. Se nel tuo frame, la tua cornice, impianti una matrice comunicativa securitaria è inevitabile che le persone la pensino così. Il popolo si forma anche a partire dagli stimoli che provengono dalle élite, che sono anche quelle che scrivono sui giornali e che fanno opinione in televisione. Dopodiché c’è un vero problema sociale che la destra sovrappone alla questione immigrazione; la colpa degli ultimi vent’anni è quella di non aver messo a fuoco una tendenza che non è solo italiana. Basti vedere la reazione, che a me non piace per niente, contro Macron. Se vogliamo indagare i cambiamenti, indaghiamoli! Uno di questi è sicuramente la concentrazione di potere economico e di influenza a scapito della democrazia vera, quella libertà che ti consente di vivere, di non essere solo una cosa astratta cui mirare.

[GD]: Si parla di reintrodurre spesso l’educazione civica nelle scuole, a partire dallo studio della Costituzione. Cosa pensa di questa proposta?

[GC]: Secondo me la prima necessità, e in questo senso Liliana Segre è molto netta, è raccontare la storia del ‘900, far vivere alcune cose nella coscienza dei ragazzi. Io non so se un’ora di educazione civica o di analisi della Costituzione risolva i problemi, ma questo deve permeare un po’ tutto l’insegnamento: nonostante quello che dicono i giornali o i media, la Costituzione non è di parte. L’antifascismo non è un vezzo: è costitutivo di un sentimento repubblicano che nessuno dovrebbe sognarsi di mettere in discussione. Di sicuro la scuola può servire a migliorare la comprensione della realtà in cui viviamo e rendere i cittadini più consapevoli. Questo è uno degli obiettivi, secondo me, della scuola pubblica; e io difendo la scuola pubblica.

[GD]: Qual è secondo lei l’autore che ha raccontato meglio gli italiani nel 2018? E il libro?

[GC]: Un libro molto bello è quello di Ezio Mauro, L’uomo Bianco. Edito da Feltrinelli, racconta i fatti di febbraio a Macerata. Curiosamente proprio nel periodo in cui costruiamo People, lui racconta la giornata di Luca Traini come se fosse un elemento evolutivo di quello che succede attorno a lui e nella società italiana. Per quanto riguarda l’autore, a me è piaciuto molto Carnaio, di Giulio Cavalli. È un bellissimo libro sull’ossessione per le migrazioni e sull’esasperazione. È un libro molto duro, molto violento ma allo stesso tempo molto preciso su cosa stiamo diventando.

A intervista conclusa mi reco all’incontro organizzato da Più Libri Più Liberi con Liliana Segre e Marco Damilano. Mentre ascolto la senatrice parlare penso che sì, Civati ha ragione: le storie di vita vissuta sono il miglior racconto della realtà. La conferma definitiva ce l’ho quando, salita sulla linea B della metropolitana di Roma, inizio a leggere «Lettera agli Italiani come me».

«Lettera agli italiani come me» di Elizabeth Arquinigo Pardo

 

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