Israele/Palestina: prospettive future

Ci sono varie dinamiche, particolarità, che rendono il conflitto israelo-palestinese un evento unico nella storia dell’uomo. Quasi 70 anni in guerra, in una terra così piccola, forzano alla convivenza tra oppressi e oppressori. Quasi 70 anni in guerra, in una società che pone le sue fondamenta sull’odio, forzano all’egoismo e al disprezzo verso il prossimo. Se c’è una cosa che ho imparato dai miei soggiorni in Israele è che non c’è amore, rispetto, solidarietà, se c’è timore, sospetto, odio, diffamazione. Non è quindi possibile pensare ad una pace prossima se ancora si percepisce l’altro come un estraneo da scacciare, un nemico da sconfiggere. Finché i palestinesi penseranno agli israeliani come ad un oppressore da cui bisogna inevitabilmente fuggire o che bisogna necessariamente combattere, finché Israele darà ai palestinesi questo da pensare con la sua politica di aggressione, finché il governo palestinese non sarà unito e capace sia di raccogliere un consenso nazionale sia di sfruttare le proprie risorse per creare un’influenza politica internazionale, finché gli israeliani penseranno ai palestinesi come a dei vicini bellicosi che attentano alla loro vita, finché questo sarà quello che i genitori israeliani e palestinesi diranno ai propri figli, sarà impossibile attuare una qualsiasi risoluzione.

È necessario un profondo cambiamento sociale nella terra di Palestina. È necessario intervenire sulle nuove generazioni, su quelle che ancora non hanno vissuto e conosciuto il disprezzo se non per sentito dire. È necessario attuare una campagna non accusatoria, non diffamatoria, nei confronti dell’altro, ma solidale. È necessario che lo stato avvii una politica di integrazione, perché, ve lo assicuro, le buone intenzioni ci sono anche. È necessario che Israele la smetta di agire così, crudelmente, nascondendosi dietro alla garanzia dell’impunità, ma è anche necessario che lo Stato di Palestina la smetta di corrompersi dal basso della sua debolezza e, usando la fortunata frase di David Grossman, di «mitizzare la memoria del passato coltivando il sogno di un futuro eroico». È questo il problema principale della società israelo-palestinese, israeliana e palestinese: il vittimismo, «il peso del passato sul futuro» dice Elif Shafak. Ma gli ideali non devono essere adattati al potere e al profitto, la religione non deve essere sfruttata e svuotata, la storia non deve essere idealizzata, la memoria non deve essere strumentalizzata e, soprattutto, il veleno delle illusioni e lo smarrimento dello sconforto non devono uccidere la possibilità di un’alternativa, o «il campo sarà definitivamente occupato dagli estremisti, dai violenti, dai guerrafondai». La questione israelo-palestinese non si è risolta ieri e di certo non si risolverà domani se non si agisce oggi. Ma oggi la situazione è che la “razza” e la religione sono ostacoli alla pace, sebbene né questo sia un conflitto religioso né le due culture coinvolte siano fra loro estranee, ma, nate e cresciute nello stesso luogo, condivisa per molto tempo anche la lingua, cugine.
Arabo non è un’etnia, palestinese non è una razza. Perché è così strano pensare ad un ebreo palestinese che parla arabo? Eppure in passato esistevano, gli ebrei in Palestina, non tutti sono immigrati europei. Eppure i cristiani e i musulmani “israeliani” parlano anch’essi ebraico e conoscono anch’essi la cultura israeliana. E perché credere in qualcosa che abbia un nome diverso da Jahvè deve essere un elemento discriminatorio? Perché i non-ebrei non sono considerati cittadini israeliani a tutti gli effetti? Perché in Israele gli ebrei ortodossi possono vivere a spese dei cittadini a patto che continuino a professare la religione ebraica?

È necessario abbattere i muri dell’ignoranza creando una vera società bilingue, che non denigri le radici culturali e religiose altrui. È necessario che ogni cittadino abbia la possibilità di accedere alle risorse linguistiche e culturali dell’altro, perché altrimenti significa che vi è una sottovalutazione di uno dei due gruppi. Più che alla contrapposizione è necessario che si punti al compromesso, più che al dualismo all’unione e all’armonia. Solo così si potrà far germogliare il progetto della coesistenza, in reciproca dignità e sicurezza. Insieme si può ottenere una vittoria ben più grande, ben più importante e duratura, di quella che si può ottenere l’uno a scapito dell’altro. Non deve esistere l’idea del o noi o loro: israeliani e palestinesi sono entrambi figli di questo conflitto che ha lasciato in eredità solo odio e violenza, così radicati nella vita quotidiana che nessuno sembra più in grado di uscire dalla distruttiva logica della vendetta. Successi integrativi ci sono e ci sono stati, bisogna opporsi al pensiero del non c’è altra scelta e creare invece interessi comuni che offrano la possibilità di superare il rapporto occupanti-occupati. Interessi comuni che non solo concedano senso di libertà e diritti politici, ma anche nuovi posti di lavoro e benessere economico. L’unica soluzione a questa guerra che non si può vincere è intraprendere e sostenere un processo di crescita che renda possibile l’esistenza di uno stato unico, laico e moderno, di larghe vedute, d’esempio per Occidente e Medio Oriente e, perché no, anche per il mondo intero.

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