Israeliani, palestinesi, israelo-palestinesi

Negli scorsi articoli ho analizzato la genesi dei nazionalismi e delle identità israeliane e palestinesi, oggi invece vorrei procedere con una piccola descrizione dei protagonisti che la cronaca internazionale certo non si scorda di menzionare: chi sono gli israeliani? E chi i palestinesi? Gli israelo-palestinesi invece?

Sia la società israeliana sia quella palestinese sono molto frazionate al loro interno. Basti pensare alle differenti condizioni di vita di un palestinese che abita in una città completamente circondata dal muro come Qalqilia e a quelle di un arabo-palestinese la cui città è invece stata inglobata nei confini israeliani nel corso delle varie trattative; allo stesso modo, un colono israeliano che vive in uno degli insediamenti nei Territori Occupati o un israeliano che risiede in un villaggio a maggioranza araba non vivranno la stessa quotidianità di un loro concittadino che al contrario abita in una città aperta e laica come Tel Aviv.
Le somiglianze e i parallelismi che si possono fare sono tantissimi, e in effetti ci si potrebbe chiedere come delle società tanto divise – che talvolta non hanno punti di incontro nemmeno al loro interno – possano invece trovarne nella cosiddetta altra parte. Ma procediamo con calma.

La storica terra di Palestina è oggi composta dallo stato ebraico di Israele e dai Territori Occupati, Cisgiordania (West-Bank) e Striscia di Gaza (Gaza-Strip), amministrati da autorità palestinesi sotto però il controllo israeliano. In particolare la Cisgiordania è divisa in un’Area A sotto controllo palestinese (18% del territorio), un’Area B sotto controllo misto (21%) e un’Area C –comprendente la maggior parte dei terreni agricoli e delle risorse naturali disponibili– sotto il controllo dell’esercito israeliano (61%); dal 2005 invece la Striscia di Gaza non è più occupata militarmente, ma siccome Israele detiene tutt’ora il controllo dello spazio aereo e delle frontiere terrestri e marine –e quindi gestisce le importazioni e le esportazioni di viveri e materiali– mantiene ancora lo status internazionale di Territorio Occupato.

In Israele vivono una maggioranza ebraica e una minoranza araba palestinese (cattolica, ortodossa, maronita, musulmana e drusa) di circa un milione e mezzo di abitanti (più o meno il 20% della popolazione). Questi sono i famigerati arabo-israeliani/israelo-palestinesi/arabi del ’48, ovvero quella piccola parte di arabi-palestinesi che è rimasta nelle proprie terre anche dopo la Nakba e che oggi possiede cittadinanza israeliana sebbene sia di nazionalità palestinese.

Nei Territori Occupati invece teoricamente dovrebbero vivere soli palestinesi, ma esistono delle vere e proprie colonie ebraico-israeliane (illegali anche secondo la stessa Costituzione israeliana) che rispondono allo stato di Israele sebbene siano in territorio non-israeliano.
Questi insediamenti, assieme ai numerosi checkpoint che non sono solo posizionati sulle frontiere ma sono anche sparsi in tutta la West-Bank, impediscono il raggiungimento di un’unità territoriale palestinese, separando le varie comunità e ostacolando l’accesso a città e villaggi.
Impedendo il libero movimento all’interno dei territori palestinesi, Israele non esercita solo il proprio controllo a livello amministrativo e militare, ma supervisiona anche il commercio interno ed esterno alla West-Bank (quasi inesistente a causa di sovrattasse e permessi) e la vita dei civili che vi abitano, la cui semplice routine lavorativa, scolastica o sanitaria risulta compromessa a causa di postazioni di controllo, perquisizioni e accertamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF, Israeli Defence Force) posto a difesa delle colonie o nei check-point.

Tutti gli ebrei sono israeliani, ma non tutti gli israeliani sono ebrei. «Israeliani» sono infatti, giuridicamente, tutti coloro che nascono da genitori con cittadinanza israeliana, comprendendo dunque anche gli arabi rimasti nelle proprie città dopo la Nakba.
Nella società ebraica esistono delle vere e proprie suddivisioni in classi etniche più o meno manifeste: il gruppo degli aschkenazim è quello più rinomato (ebrei caucasici), i sefarad sono invece di carnagione più mediterranea e ricollegano le proprie origini al vicino oriente e alla penisola iberica (regione dalla quale sono dovuti fuggire in seguito all’espulsione del 1492 e alle persecuzioni portate avanti dalla Santa Inquisizione), il gruppo dei mizrahim rappresenta poi il ceppo degli ebrei orientali provenienti principalmente dal mondo arabo-persiano, mentre i falasha (gli ebrei neri di origine etiope, discriminati a loro volta dagli altri connazionali) sono quelli che il governo israeliano decise di trasportare nel proprio territorio attraverso un ponte aereo per un’opera di ripopolamento ebraico della zona attraverso le operazioni ai tempi segrete Mosè (’84-’85), Giosuè e Salomone (’91).
Senza dilungarsi ulteriormente nei particolarismi, è giusto ricordare al lettore che Israele, essendo uno Stato etnico fondato su elementi religiosi, non assegna la medesima uguaglianza giuridica ai cittadini che vi abitano: in Israele viene attuata una distinzione di fede, lingua e nazionalità e dunque solo gli individui di religione ebraica godono di pieni diritti politici e sociali. Gli arabi del ‘48 che vi risiedono vengono invece discriminati sia nella legislazione scritta (secondo una relazione dell’ONU, nel 1998 vi erano 17 leggi contenenti discriminazioni contro cittadini arabi) sia nella prassi consuetudinaria, relegandoli così ad una condizione di «cittadini di seconda classe». Ogni gruppo religioso palestinese possiede poi un diverso stato di integrazione nella società israeliana: i drusi hanno ad esempio l’obbligo di leva e quindi a questa comunità viene concessa la possibilità di accedere agli incarichi pubblici (la separazione religiosa e legale dei drusi dal resto degli arabi-palestinesi comincia nel 1956 ed ha le sue tappe fondamentali nel 1961, 1972 e 1976), mentre i cristiani (cattolici e ortodossi) vengono preferiti ai musulmani nelle pratiche sia private sia pubbliche (rimando ad un futuro articolo i dettagli di queste ricerche). Di particolare rilievo è poi la nuova legge approvata il 19 luglio dalla Knesset sullo Stato-Nazione (la quale – ricordo – tra le tante iniziative toglie l’arabo dall’albo delle lingue ufficiali d’Israele con serie ripercussioni sulla minoranza palestinese nel territorio e sancisce lo sviluppo e il consolidamento degli insediamenti ebraici entro e fuori i confini israeliani), che formalizza l’impronta razziale e l’assetto elitario delle policy degli ultimi governi israeliani.

A livello legislativo e costituzionale, Dominique Vidal e Joseph Alghazy scrivono che «diciassette sono le leggi che contengono discriminazioni verso i cittadini arabi recensite da un rapporto delle Nazione Unite. Questo documento cita in particolare la Legge del ritorno, che concede automaticamente agli ebrei la cittadinanza israeliana da qualunque parte del mondo essi provengano [diritto non concesso invece ai palestinesi, anche a quelli costretti all’esodo nel 1948], mentre i cittadini arabi, quando sposano dei non israeliani, si vedono rifiutare la richiesta di riunificazione familiare, quando non vengono addirittura minacciati di espulsione dal paese; le leggi che vietano la partecipazione alle elezioni di qualsiasi partito arabo che non riconosca il carattere ebraico dello stato; alcuni articoli delle leggi di emergenza del 1945, eredità del mandato britannico, che permettono la confisca delle terre di proprietà araba (in realtà oggi gli arabi non possiedono più del 10% delle terre possedute prima del 1948); la legge che governa il sistema scolastico e che stabilisce come obiettivo fra gli altri quello della promozione della cultura sionista [gli arabi quindi non studiano la storia e la letteratura palestinese ma quella israeliana]. Lo stato israeliano, poi, continua a non riconoscere una sessantina di agglomerati palestinesi, col pretesto che i loro abitanti mancano dei più elementari servizi pubblici. E i dirigenti del partito laburista, come quello del Likud, confessano che per cinquant’anni la popolazione araba è stata discriminata sul piano dei servizi pubblici: in effetti i fondi elargiti alle città arabe sono scandalosamente inferiori a quelli assegnati alle città a maggioranza ebraica». E ancora che «la discriminazione razziale contro gli arabi cittadini in Israele, è dunque, su vari livelli: economici, sociali, culturali ed umani. Dei 192 ospedali esistenti in Israele, per esempio, nessuno è stato costruito nei centri abitati arabi. I tre ospedali di Nazareth e l’ospedale di Haifa, sono stati costruiti e finanziati da associazioni missionarie cristiane. La percentuale dei bambini arabi che vive sotto la soglia di povertà è del 60%, contro il 10% per i bambini ebrei (A. Haider, 1997). Un ebreo occidentale guadagnava, nel 1996, due volte più di un arabo (e 1,6 volte più di un sefardita). Inoltre, il 42% dei giovani delle città arabe non ottiene il diploma di maturità, contro il 21% dei sefarditi e il 6% dei giovani nelle grandi città».

Ancora più frammentata è la società palestinese, divisa non solo da tutti gli elementi descritti fin ora ma anche dalla mancata uniformità territoriale. «Palestinesi» sono considerati non solo gli abitanti della Cisgiordania – ovvero coloro che vivevano nei territori assegnati agli arabi nella spartizione del 1948 – e gli abitanti della Striscia di Gaza (Gaza Strip), ma anche gli arabi-israeliani e tutti i profughi migrati in Cisgiordania, Striscia di Gaza, Giordania, Libano, Siria e nel resto del mondo e i loro discendenti (si parla infatti di «diaspora palestinese» e l’UNRWA ne stimava nel 2006 circa 4 milioni nel mondo).
La situazione giuridica dei Territori Occupati è poi paradossale: non vengono inclusi da Israele perché in tal caso quest’ultimo – in quanto «unica democrazia del Medio Oriente» – dovrebbe riconoscere la cittadinanza ai palestinesi rischiando quindi di perdere lo status di stato a maggioranza ebraica, e non vengono nemmeno annessi alla Giordania o all’Egitto perché entrambi hanno ormai hanno rinunciato alla sovranità sulla regione. A livello internazionale invece non vengono riconosciuti come personalità statuale, dipendendo così dalla visibilità che l’Autorità Nazionale Palestinese riesce ad ottenere da ogni leader.

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