Italiani, l’ottimismo è il profumo della vita!

Durante le campagne elettorali di Movimento 5 Stelle e Lega, prima dell’insediamento del Governo, abbiamo ascoltato le varie proposte dei candidati per far ripartire l’economia dell’Italia: tra flat tax, reddito di cittadinanza, aliquote Irpef e pensioni, il discorso politico sembrava muoversi in quel contesto demagogico al quale siamo tanto abituati, e tutto sembrava solo una promessa irrealizzabile.

Ebbene, da settembre siamo abbastanza certi che non si trattava di demagogia, ma non siamo ancora assolutamente certi dell’attuabilità – o dell’utilità – di certe promesse.

 

Il 27 settembre 2018, in seguito a polemiche, richiami del Presidente della Repubblica, minacce dall’Unione Europea, esternazioni poco felici da parte di alti esponenti di svariati organi dell’UE, incertezze del Ministro dell’Economia, i due vicepremier Di Maio e Salvini hanno portato al Consiglio dei Ministri la NaDef, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, e come dicevano in una vecchia pubblicità “Sembrava impossibile, ma ce l’abbiamo fatta!”. Il popolo italiano ha assistito a un atto che sembrava utopico: la Manovra del Popolo è diventata (quasi) una realtà. E ancora più sbalorditiva è risultata essere l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri.

Tra i punti cardine di tale manovra possiamo annoverare il reddito di cittadinanza, la flat tax al 15% per le imprese, la riduzione del numero delle aliquote IRPEF (che da tre sono diventate due, una del 23% per redditi fino a 75.000 euro e una del 33% per redditi superiori), il mancato aumento dell’IVA (!), la riforma delle politiche pensionistiche – e di conseguenza lavorative – che prevede la riduzione dell’età utile al pensionamento e un aumento dell’importo minimo delle pensioni, lo stanziamento di fondi per interventi straordinari di controllo e manutenzione delle infrastrutture.

Il tutto sembra essere davvero notevole, ma sembra esserci un ostacolo: quel 2,4% sembra non piacere (quasi) a nessuno. Con tale manovra, infatti, il rapporto debito/PIL, intimamente legato al deficit, sfora di 0,4 punti percentuali quella soglia del 2% che ci era stata raccomandata dall’UE (la Commissione Europea aveva reso ben note le proprie preoccupazioni con una lettera indirizzata al Ministro dell’Economia), dal ministro Tria e dal presidente Mattarella.

Tra le critiche più illustri possiamo annoverare quella di Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea, che ha dichiarato (riprendendo le parole del testo della lettera sopracitata) che le disposizioni contenute nella NaDEf non sembrano rispettare il Patto di Stabilità e Crescita dell’UE; quella di Pierre Moscovici, Commissario degli Affari economici, che ha dichiarato che, con una Legge di Bilancio simile, l’Italia potrebbe rivelarsi l’unico Paese altamente indebitato con una politica economica altamente espansiva; quella di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, il quale ha dichiarato che non si possono fare concessioni: se un limite viene imposto dall’UE ci sarà un motivo, e se si fanno concessioni a un Paese bisognerebbe farle a tutti, e questo porterebbe alla fine dell’Euro.

 

Nonostante tutto questo, il Governo è andato avanti, con quell’ottimismo tanto (e veramente troppo) spesso dichiarato, e ha presentato la Nota al Parlamento. Altro colpo di scena: la Nota passa (anche se con il respingimento delle risoluzioni di minoranza) con 161 voti favorevoli al Senato e 331 voti favorevoli alla Camera. E negli stessi giorni la Commissione europea pubblica sul proprio sito anche il Draft Budgetary Plan italiano, il Documento Programmatico di Bilancio presentato dal Governo rispettando il limite massimo del 15 ottobre. La Commissione esprimerà un primo giudizio ufficiale entro il 30 novembre, ma il fatto che solo ieri Moscovici abbia consegnato una lettera a Triafirmata da Moscovici e Dombrovskis – che contiene la bocciatura più veloce della storia, non fa sperare in un successo (e bisogna tenere a mente che il Dpb non è stato neanche validato dall’Upb).

 

https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/18_10_18_commission_letter_to_italy_en_0_1.pdf

 

Prima che la Nota venisse approvata in Parlamento (e in questa approvazione è sorta una vera e propria svolta, poiché qualora la Legge di Bilancio si rendesse effettiva i suoi effetti vigerebbero dal secondo trimestre 2019 e non da gennaio), si sono sollevate altre critiche illustri che vale la pena menzionare, e che vengono da Istat, Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio e Tito Boeri, Presidente dell’Inps, il quale ha dichiarato che si verificherebbe un aumento vertiginoso del debito pensionistico, qualora la manovra fosse definitivamente approvata.

 

Ma perché tante critiche a una Manovra che sembra essere, apparentemente, la salvezza del nostro Paese? È infatti vero che, se la maggior parte dei cittadini italiani ha impressioni positive in merito, gli “addetti ai lavori”, i tecnici, gli esperti, non sembrano essere tanto ottimisti.

Certo è sempre complesso stabilire chi abbia ragione, poiché abbiamo sofferto spesso le disastrose conseguenze di politiche economiche supportate da grandi economisti, ed è anche vero che le politiche di austerità non si confanno alle esigenze economiche di quei Paesi UE che vanno a una velocità differente rispetto ai membri virtuosi; ma è anche vero che, per pura intuizione matematica, se anziché aumentare le tasse senza aumentare proporzionalmente la spesa pubblica per contenere il deficit (effetto comune delle politiche austere), aumenti la spesa pubblica senza aumentare significativamente le tasse (effetto della Manovra del Popolo), il risultato è comunque disastroso.

Infatti, tale manovra (qualora diventasse Legge) avrebbe certamente degli ottimi effetti immediati, ma una politica economica espansiva che non tenga conto dell’ingente debito potrebbe tramutare l’Italia in un Paese insolvente nel prossimo futuro.

 

Nonostante le critiche, le incertezze, le minacce di sanzioni e commissariamenti, e nonostante quella Pace fiscale che non è che ci convinca tanto, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi di Maio e Matteo Salvini presentano la riforma con grande ottimismo, dichiarando una riduzione del rapporto debito/PIL fino all’1,8% nel 2021, con ulteriori riduzioni del deficit a partire dal 2022. Ci chiedono ottimismo, fiducia, ci consigliano di contribuire a creare una minore volatilità nelle agenzie di rating e alla riduzione dello spread comprando i titoli di Stato.

 

Tutto questo non fa una piega, economicamente parlando, e speriamo che tutti i detrattori abbiano torto, che questa riforma – se diventasse Legge – riesca a smuovere un carico di lavoro tale da alimentare naturalmente il gettito fiscale, che non sia una mossa per le prossime Europee. Ma teniamo sempre a mente che la matematica non è un’opinione, e che gli effetti delle decisioni politiche ed economiche vanno ben oltre la durata di un governo.

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