Karl Polanyi e il virus fascista

Il contenuto di questo articolo, un commento a due scritti del sociologo, antropologo e storico economico ungherese Karl Polanyi, intitolati “Le premesse culturali del fascismo” e “Il virus fascista”, entrambi scritti negli anni 30, nasce da tre considerazioni.

La prima è il rinnovato interesse e il conseguente dibattito che durante gli ultimi mesi sta riguardando il tema del fascismo in Italia, in seguito alla pubblicazione del libro “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati e di “Istruzioni per diventare fascista” della scrittrice Michela Murgia. La seconda è che questo dibattito nella maggior parte dei casi è molto superficiale, non indaga minimamente le cause ultime del virus antidemocratico fascista e finisce di conseguenza inevitabilmente per sminuirlo, come testimoniato ad esempio dal controverso fascistometro inventato dalla Murgia. La terza è la convinzione che la dinamica strutturale che ha investito l’occidente nel periodo tra le due guerre mondiali, che ha poi portato alla tragedia del fascismo, presenta alcune similitudini di fondo con la situazione attuale, condividendone in parte le radici profonde. Penso infatti si possano riscontrare simili rivendicazioni di protezione e sicurezza, in primis sul piano economico, su cui ritengo sia importante riflettere, tra il periodo attuale e quello tra le due guerre.

Il celebre autore de “La grande trasformazione”, la cui analisi sta oggi lentamente tornando d’attualità, pone subito una premessa importante: le motivazioni del catastrofico crollo dell’ordine economico e liberale, che comincia con il primo conflitto mondiale, per poi continuare durante il periodo tra le due guerre ed infine sfociare nel dramma fascista, vanno ricercate proprio nel luogo in cui è nato questo ordine. Dunque, sostiene Polanyi, se vogliamo capire il fascismo dobbiamo tornare all’Inghilterra ricardiana, lì dove è nato il capitalismo industriale, l’economia di mercato, il libero scambio e la base aurea. Di conseguenza, una larga parte delle sue riflessioni è un tuffo nell’Inghilterra del 700 e dell’800, quella interessata dal conflitto tra il vortice della rivoluzione industriale, alimentato dalle teorie economiche di Adam Smith e David Ricardo, e la difesa della società incarnata dalle rivendicazioni sociali del movimento del Cartismo

A questa premessa si accompagna la tesi centrale del pensiero di Polanyi sull’interpretazione del fascismo, scritta a chiare lettere e in modo inequivocabile nella prima riga de “Il virus fascista”: “Il fascismo non è altro che la più recente e virulenta esplosione del virus antidemocratico, insito nel capitalismo industriale fin dall’inizio”. Un inizio che colpisce sicuramente il lettore e che potrebbe indurlo a fare un passo indietro, se non fosse che Polanyi non glielo permette, cercando di spiegare con grande precisione e abbondanza di fonti il suo pungente incipit. In particolare riporta, commentandole, una serie di citazioni dei classici del pensiero liberale inglese come Lord Macaulay, Edmund Burke e John Russell con l’obiettivo di dimostrare come menti illuminate del tempo, e ferventi sostenitori di quelle che consideravano le divine leggi del mercato, considerassero impossibile una coesistenza armoniosa tra governo popolare, dunque democrazia, e capitalismo.

Riporto a proposito, estrapolate dallo scritto di Polanyi, le parole di Lord Macaulay, pronunciate durante un discorso alla Camera dei Comuni contro la petizione presentata dai Cartisti il 2 Maggio 1842 per il suffragio universale, mettendo così in guardia sui rischi della democrazia:

E’ mia convinzione che la società si basi sulla sicurezza della proprietà (…) Consegue da ciò che non è mai possibile, senza incorrere in un pericolo senza scampo, affidare i più elevati compiti del governo di questo paese a una classe che intenda – ne sono moralmente certo – attuare incursioni importanti e sistematiche contro la sicurezza della proprietà”.

E’ importante contestualizzare queste parole nel momento storico in cui vengono pronunciate. Siamo infatti nel periodo delle fortissime rivendicazione cartiste per il suffragio universale, in un’Inghilterra in cui “mai i cittadini si sono rivolti ai governanti in un numero più grande o in nome di un credo più fervido di quei milioni di appartenenti ai ranghi inferiori”, scrive Polanyi, dove il lavoro comincia a essere considerato una merce non diversa dalle altre all’interno di un paese in radicale trasformazione. Una ”grande trasformazione” che produce vincitori, coloro avvantaggiati dal cambiamento, e sconfitti.

Cosa ci vuole dire dunque Lord Macaulay con questa frase? Molto semplicemente questo: qualora a milioni di sfruttati, di sconfitti, in condizioni economiche profondamente svantaggiate venisse data la possibilità di esprimere il proprio peso politico, di far sentire la propria voce, beh, l’intero sistema fondato sulla proprietà sarebbe seriamente minacciato.

E qui arriviamo al punto centrale attorno al quale è costruita l’interpretazione del fascismo secondo Polanyi. Ancora una volta, l’autore ungherese lascia la parola proprio ai fautori liberali dell’ordine vigente nell’Inghilterra vittoriana. Infatti Lord Macaulay, in una lettera d’accusa verso gli USA scritta all’Onorevole Henry E. Randall di New York, in quella che Polanyi considera come l’argomentazione più vicina alla logica inerente al fascismo di qualsiasi altra cosa sia stata mai scritta, scrive così:

Sarete sorpreso di sapere che la mia opinione sul Sig. Jefferson non è molto favorevole, e io mi sorprendo della vostra sorpresa (…) E evidente che il vostro governo (quello americano) non sarebbe mai in grado di controllare una maggioranza indigente e scontenta. Da voi, infatti, la maggioranza costituisce il governo, e i ricchi, che sono sempre una minoranza, sono assolutamente alla sua mercè (…) Quando una società si trova in un periodo di recessione, o la civiltà o la libertà sono destinate a soccombere. Qualche Cesare o Napoleone prenderanno con mano forte le redini del governo, oppure la vostra Repubblica sarà così spaventosamente saccheggiata e devastata dai barbari nel ventesimo secolo come lo fu l’impero romano nel quinto; (…) I vostri Unni e Vandali saranno stati generati all’interno del vostro paese, dalle vostre stesse istituzioni. Essendo questo il mio pensiero, non posso, ovviamente, annoverare Jefferson tra i benefattori dell’umanità”.

Il significato di queste parole è molto chiaro agli occhi del sociologo economico ungherese: se a un paese contraddistinto da insostenibili disuguaglianze venisse concessa la democrazia, allora solo una dittatura, la forza bruta, potrebbe salvare lo status quo. Facendo un salto temporale che ci porta al novecento: “solo il fascismo può salvare il capitalismo” afferma Polanyi. Altrimenti, niente potrà impedire il sovvertimento totale dell’ordine vigente.

È molto interessante notare come questa affermazione polaniana coincida con le parole pronunciate da Giacomo Matteotti in parlamento il 31 gennaio 1921, in un discorso di denuncia dei fatti di sangue accaduti ad opera dei fascisti nelle campagne e nelle città socialiste emiliane. Come riporta Scurati, Matteotti disse

“(..) Oggi in Italia esiste un’organizzazione pubblicamente riconosciuta e nota nei suoi aderenti, nei suoi capi, nelle sue sedi, di bande armate, le quali dichiarano apertamente che si prefiggono atti di violenza, di rappresaglia, minacce, incendi e li eseguono non appena avvenga o si finga che sia avvenuto un fatto commesso dai lavoratori a danno dei padroni o della classe borghese. È una perfetta organizzazione della giustizia privata. Ciò è incontrovertibile.” E poi, puntando un dito tremante di sdegno dritto in faccia a Giolitti urla: “chi di voi si assume la responsabilità del fascismo?! Il governo presume di essere qualcosa al di fuori e al di sopra delle classi, tutore dell’ordine pubblico…Noi invece affermiamo che il governo dell’onorevole Giolitti è complice di tutti questi fatti di violenza!

Non è un caso, se letto con la lente del ragionamento polaniano, che il periodo tra le due guerre mondiali sia stata caratterizzato nella totalità dei paesi europei da una radicalizzazione tanto verso sinistra che verso destra della politica, in quanto entrambe le tendenze sono figlie della stessa volontà di protezione dalle logiche di mercato che tendono alla creazione di insostenibili situazioni sociali. A questo proposito, non deve sorprendere che secondo Polanyi, sia fascismo che socialismo, pur avendo diversi obiettivi (come detto prima, per Polanyi il fascismo “salva” il capitalismo, attraverso l’uso della forza e di un regime dittatoriale mentre il socialismo, al contrario, vuole rovesciarlo), interpretano nello stesso modo le problematiche di quegli anni.

Siamo esattamente nel cuore del concetto polaniano di “doppio movimento”, che troverà spazio nella sua opera più celebre “La grande trasformazione”, ma che già ne “Il virus fascista” viene tratteggiato. Egli interpreta tanto la marea nera fascista che imperversa in Europa quanto lo sciopero generale inglese del 1926, l’abbandono del gold standard nel 1926 da parte della Gran Bretagna, i piani quinquennali sovietici e il new deal americano come reazioni sociali di protezione contro la razionalità del mercato.

Il doppio movimento è dunque questo: da un lato la logica capitalista è nella sua essenza rivoluzionaria,  un continuo vortice guidato dalla ricerca del profitto, che per forza di cose in questa ricerca finisce per invadere sempre più ampie fette della società, fino alla trasformazione dell’intera società in società di mercato, dove tutto si vende e tutto si compra; dall’altro lato, a questo turbine si oppone un movimento contrario, secondo Polanyi, un atteggiamento di protezione che la società adotta per salvarsi dalla logica di mercato e imbrigliarne la sua potenza.

Questo dualismo, venendo agli anni del dopoguerra, ha trovato un equilibrio nel compromesso keynesiano , cioè con un forte ruolo statale nell’economia e con l’introduzione del welfare state, una misura spiccatamente “protettiva”, che ha garantito i cosiddetti “trenta gloriosi” anni post-1945, durante la quale una sorta di pacificazione tra gli interessi di capitale e lavoro fu trovata e mantenuta. La sinistra sosteneva gli interessi del lavoro, operava come forza di ordine e protezione dalle folate del capitale, assicurando l’equilibrio.

Tuttavia,negli anni della crisi petrolifera e della fine degli accordi di Bretton Woods annunciata da Nixon, il vecchio consenso keynesiano non fu più in grado di assicurare prosperità economica, ed entrò in crisi. A quel punto, la soluzione che aveva garantito l’equilibrio venne sostituita dal consenso neoliberale lanciato in Gran Bretagna dal governo Thatcher, che divenne presto egemone. Il credo neoliberale, che poggia sui pilastri fondamentali della sacralità della concorrenza, della deregolamentazione, delle privatizzazioni, del commercio internazionale e, in generale, di un ruolo minimale lasciato all’intervento statale nell’economia,  divenne a tal punto egemone che anche le forze politiche di sinistra vi si adeguarono diventandone alfieri.

Proprio la mutazione antropologica che le forze di sinistra hanno attraversato, da forze che imbrigliavano le logiche rivoluzionarie del capitale allo schierarsi dalla sua parte, introducendo in tutta Europa profonde restrizioni dei diritti sul lavoro, promuovendo la cosiddetta flessibilità e diventando poi alfiere della globalizzazione economica, ha creato le condizione per cui, dopo 30 anni di relativa quiete, il doppio movimento polaniano abbia ripreso forza. In particolare, stiamo attraversando proprio quella fase descritta da Polanyi in cui la società reagisce di fronte all’insicurezza, e dunque alla mancanza di protezione, generata dalle logiche intrinseche del capitale. Quali forme far prendere a questo movimento è la vera grande sfida della politica dei prossimi anni.

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