Atlas Consiglia: «La Guerra dei Meme» di Alessandro Lolli

Cos’hanno in comune una rana e Donald Trump?

Chiunque di noi probabilmente risponderebbe niente.

C’è invece chi sostiene che la realtà sia un’altra e molto più complessa.

Copertina del libro, via Facebook @AlessandroLolli

«La Guerra dei Meme» è un saggio del 2017 pubblicato da Alessandro Lolli, classe 1989 filosofo e redattore per diverse riviste di approfondimento culturale. In particolare, è il primo saggio italiano ad occuparsi del fenomeno dei meme online prima nella loro nascita ed evoluzione e poi nel loro adattamento alla politica.

Per quanto i meme come li conosciamo oggi si siano palesati solo a partire dai primi anni Duemila, essi affondano le loro radici in una scienza, la memetica, fondata più di quarant’anni fa da Richard Dawkins e finora rimasta dimenticata.

Da questa matrice originaria parte l’indagine dell’autore che a mano a mano intreccia l’analisi storica con quella semiotica e culturale per disegnare quella che, come recita il sottotitolo, altro non è che la “fenomenologia di uno scherzo infinito”.

Il meme è l’apice dell’open source, è il compimento della morte dell’autore, un dispositivo linguistico che non nasce solo per essere riprodotto ma per essere reinventato di volta in volta e sopravvive proprio grazie a questo continuo rinnovamento.

Il paradigma è quello dell’ironia, ma perché il meme possa divertire ha bisogno di essere compreso e quindi di fare parte di un universo condiviso da un certo gruppo di persone. È qui che si inserisce la scissione fondamentale per capire poi i risvolti più politicizzati dell’uso dei meme: da una parte i «nerd» e le community di memers, coloro che li creano e li comprendono; dall’altra i «normie», coloro che non cogliendo l’ironia sottesa ridicolizzano e quindi depotenziano il meme stesso e per questo vengono disprezzati e scherniti.

Tutto cambia nel 2015 quando un meme ormai normificato inizia a circolare nelle community in una nuova versione: il meme in questione è la rana «Pepe the Frog», ex mascotte della piattaforma 4chan, ma ora riportata in vita come simbolo dell’ «Alt-right», la nuova ultradestra americana. Dal mondo delle community virtuali emerge così questa nuova ideologia fatta di maschi bianchi misogini razzisti e omofobi, uniti dalla convinzione di essere vittime di una società liberal troppo impegnata nel difendere le donne e le minoranze per accorgersi di loro. E «Pepe the frog» ne diventa il vessillo, forte dell’ambiguità di essere un simbolo politico ma allo stesso tempo solo una semplice rana innocua.

Su questa ambiguità si fonda l’evento chiave della storia dei meme e dell’Alt-right che Lolli mette in evidenza.

Il 13 ottobre 2015, nel pieno della campagna elettorale per la Casa Bianca, Donald Trump pubblica in un tweet l’immagine di sé stesso con le sembianze di Pepe The Frog. L’ambivalenza è manifesta: da una parte per gli ignari c’è un candidato che posta un suo innocuo ritratto in versione cartoon, dall’altra parte per gli insider dell’alt-right c’è una dichiarazione di appartenenza.

≪PepeTrump≫, via KnowYourMeme

È difficile a questo punto continuare a considerare il meccanismo di funzionamento dei meme come una semplice modalità di comunicazione relegata al mondo virtuale e senza risvolti sulla realtà. Il sospetto che la propaganda politica dell’estrema destra si possa facilmente impossessare del linguaggio dei meme è già confermato, ma per Lolli non tutto è necessariamente perduto. Chi ci salverà da Pepe the frog?

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