Quando la politica scende in campo

Siamo ormai agli sgoccioli dei Mondiali di Russia 2018. Dopo giorni febbricitanti trascorsi davanti ai televisori tra amici e birra a tifare o gufare, l’eccitazione per la più importante manifestazione calcistica al mondo sta pian piano scemando e ben presto anch’essa apparterrà alla storia, soprattutto per quei tifosi che, al contrario nostro, hanno avuto la possibilità di poter supportare la propria nazionale ed identificarsi completamente in essa con tutta la passione e l’attaccamento possibili. È infatti proprio questo che succede nelle competizioni sportive a rappresentanza nazionale. Vecchie e nuove rivalità, sportive e non, vengono puntualmente rispolverate e proiettate sul terreno di gioco da ventidue calciatori i quali, dai loro rispettivi tifosi, vengono idolatrati più come eroi nazionali che come atleti. È come se in occasione dei mondiali di calcio ci riscoprissimo tutti nazionalisti. Non c’è cosa più bella che tifare la propria nazionale e cantare a squarciagola il proprio inno, ma quando calcio e politica si intrecciano si eccede l’aspetto goliardico del tifo ed il nazionalismo da sportivo diventa fanatico. Quando in ballo non c’è la vittoria o sconfitta sul campo bensì l’onore nazionale, i risvolti politici dei novanta minuti possono essere imprevedibili.

La politica è sempre stata un fattore di divisione tra le tifoserie di calcio, sia tra quelle di squadre di club che di nazionali. Anzi, soprattutto di nazionali. Basti pensare a ciò che è successo a Belgrado la sera del 14 ottobre 2014. Al Partizan Stadium era in corso la partita Serbia-Albania valida per le qualificazioni per l’Europeo di Francia 2016. A dividere le due tifoserie è la questione del Kosovo e le ferite ancora aperte della guerra per la sua indipendenza dalla Jugoslavia che, dal 1996 al 1999, ha visto contrapporsi appunto la Jugoslavia del serbo Slobodan Milošević ad una coalizione composta da forze Nato ed Albania, con l’appoggio determinante dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), organizzazione paramilitare secessionista kosovaro-albanese.
Negli anni immediatamente precedenti al conflitto infatti, una volta formatosi l’UÇK, Milošević aveva reagito con una vera e propria pulizia etnica ai danni della popolazione albanese del Kosovo, essendo questa il principale gruppo etnico del paese. Le violenze perpetrate contro di essi cessarono solamente con l’intervento della coalizione Nato al fianco dell’esercito albanese e la conseguente ritirata dell’esercito serbo dai territori kosovari. L’indipendenza della Repubblica del Kosovo è stata infine proclamata nel febbraio 2008, eppure la Serbia la considera ancora una propria provincia autonoma.

La sera del 14 ottobre 2014 la nazionale albanese è scesa in campo indifesa e alla completa mercé degli hooligans serbi, visto che la Uefa per questioni di ordine pubblico aveva interdetto l’ingresso allo stadio ai soli tifosi albanesi. Ed è quasi allo scadere del primo tempo che si scatena l’inferno quando, dopo un’intensa sassaiola e lancio di fumogeni da parte dei tifosi serbi contro la squadra albanese, il direttore di gara è costretto a sospendere il match. A gioco fermo, con grande sorpresa di tutti, appare un drone fatto alzare dai tifosi albanesi fuori lo stadio che sorvola il terreno di gioco con la bandiera della Grande Albania, territorio comprendente regioni che attualmente non fanno più parte dello stato albanese come, appunto, il Kosovo. Nella bandiera sono raffigurati anche i volti di Ismail Kemali e Isa Boletini, fautori della resistenza albanese contro l’impero Ottomano e la Serbia e, dunque, dell’indipendenza da essi ottenuta nel 1912.
Mitrovic, giocatore serbo, agguanta e strappa la bandiera, i giocatori albanesi reagiscono e lo aggrediscono ma vengono a loro volta travolti dalla furia dei tifosi avversari. Questi si precipitano in campo armati di bastoni, sedie, coltelli e sassi. Dopo un’inutile tentativo di difendersi, i giocatori albanesi, picchiati e sanguinanti, sono costretti a riparare negli spogliatoi senza rientrare più in campo.

Se quanto successo a Belgrado può sembrare assurdo, surreale se non impossibile sembra invece essere ciò che è accaduto a seguito delle partite di andata e ritorno tra Honduras ed El Salvador valide per le qualificazioni ai Mondiali di Messico ’70, a noi tristemente noti per la sconfitta in finale contro il Brasile stellare di Pelé e Jairzinho.
Un incontro sportivo capitato nel momento sbagliato, data la gravissima crisi politica ed economica allora in corso tra i due paesi. A partire dai primi anni 60, infatti, investimenti economici da parte delle multinazionali statunitensi nel settore dell’agricoltura avevano interessato entrambi i paesi centroamericani, anche se molto più cospicui furono quelli indirizzati ad El Salvador in quanto tecnologicamente più avanzato rispetto all’Honduras. Tutto ciò permise un incredibile sviluppo economico salvadoregno, con il conseguente miglioramento delle condizioni di vita ed un netto calo della mortalità infantile. In pochissimi anni El Salvador divenne uno degli stati più popolosi dell’America Centrale, nonostante la sua piccola superficie territoriale. Paradossalmente, proprio questo fu all’origine di un sorprendente aumento del tasso di disoccupazione nel paese, vista l’impossibilità geografica di destinare ulteriori terreni all’agricoltura per una popolazione che, però, era in continua crescita e bisognosa di lavoro.

In Honduras, invece, la situazione era completamente diversa. I minori investimenti effettuati dagli Usa avevano fatto sì che il settore agricolo fosse ancora ad uno stadio primordiale e, quindi, espandibile. Lo stesso governo honduregno favorì l’immigrazione di lavoratori in eccesso provenienti da El Salvador per far decollare quel preciso settore economico.
Circa 300.000 salvadoregni si recarono in Honduras per scappare dalla disoccupazione e i due paesi nel 1967 firmarono la Convenzione bilaterale sull’immigrazione, che conferiva ai lavoratori salvadoregni diritto di transito, residenza e lavoro in Honduras.
La convivenza con la popolazione locale, che continuava a versare in condizioni economiche estremamente precarie, fu però tutt’altro che facile. Nel 1969 le proteste degli honduregni, che lamentavano salari migliori, divennero talmente violente da indurre l’Instituto Nacional Agrario a confiscare tutte le terre che erano state precedentemente concesse ai lavoratori salvadoregni e redistribuirle tra la popolazione locale, oltre che la conseguente espulsione dei primi dall’Honduras.

È proprio in questo clima di tensione che si giocarono le partite tra i due paesi. La partita di andata, fissata per l’8 giugno 1969 in Honduras, fu fin da subito fortemente viziata dalle tensioni sociali ormai sul punto di esplodere. La notte precedente al match venne preso d’assalto l’hotel che ospitava la nazionale salvadoregna ed il giorno dopo venne attaccato anche il pullman che trasportava la squadra allo stadio. L’Honduras vinse 1-0, segnando allo scadere del secondo tempo. L’esito della partita scosse talmente tanto l’opinione pubblica salvadoregna che una ragazza decise addirittura di togliersi la vita, venendo immediatamente proclamata martire nazionale.

I tifosi del Salvador decisero di ricambiare il favore in occasione della partita di ritorno, giocata il 15 giugno dello stesso anno. Anch’essi presero d’assalto l’hotel dove soggiornava la squadra honduregna che, per motivi di sicurezza, fu costretta a riparare sul tetto dell’edificio per evitare di essere linciata dalla folla inferocita. L’accompagnatore della nazionale dell’Honduras, un ragazzo di nazionalità salvadoregna, venne invece ucciso da una sassaiola all’uscita dell’hotel. Fu necessario l’intervento della polizia per trasferire la squadra ospite in luoghi sicuri.
Il giorno successivo l’esercito dovette addirittura scortare i giocatori honduregni all’interno di carri armati fino allo stadio, per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Inutile dire che i calciatori ospiti, intimoriti dalla violenza salvadoregna, si fecero sopraffare per 3-0.

Poiché all’epoca non vigeva ancora la regola della somma dei goal tra andata e ritorno, fu necessaria un’altra partita per decretare chi tra le due squadre avrebbe potuto accedere alla finale contro Haiti, il cui vincitore avrebbe poi partecipato ai Mondiali. La partita ebbe luogo a Città del Messico il 27 giugno e i tifosi di entrambe le squadre riuscirono a venire a contatto sia all’interno che fuori lo stadio con violenti scontri che misero a ferro e fuoco la capitale messicana.
L’Honduras perse la partita ai tempi supplementari e ciò venne considerato dal paese un’ingiustizia ed affronto nazionale. La sera stessa il governo honduregno ruppe le relazioni diplomatiche con El Salvador e pochi giorni dopo, complici anche vari incidenti militari di frontiera, scoppiò la guerra vera e propria.
Il giornalista polacco Ryszard Kapuściński, che al momento dell’inizio delle ostilità si trovava in Honduras, ribattezzò questo confronto militare come la “guerra del calcio”. Anche se di breve durata, 14-18 luglio 1969, questa fu estremamente violenta con quasi sei mila vittime tra militari e civili. Si concluse poi con il rispristino dello status quo ante bellum per mezzo dell’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani, che evitò un’ulteriore escalation della violenza.

Questi i casi più curiosi, o forse sarebbe meglio dire tragicomici, di intreccio tra politica e mondo del calcio. In realtà ce ne sarebbero molti altri che meriterebbero di essere menzionati, ma non basterebbe un solo articolo. Basti citare l’incontro calcistico tra Germania Est e Germania Ovest nella fase a gironi dei Mondiali del 1974 disputati, per ironia della sorte, proprio in Germania Ovest. La gara, vinta dall’est per 1-0, venne lì per lì celebrata quasi come la vittoria del socialismo sul capitalismo, anche se poi la parte ovest vinse il torneo e si aggiudicò il titolo di campione del mondo. O ancora, il goal di mano segnato da Maradona contro l’Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale di Messico ’86, a soli quattro anni dalla guerra delle Falkland. Lo stesso calciatore, autore in quella partita anche di uno dei goal più belli che siano mai stati segnati nella storia del calcio, riguardo alla Mano de Dios dirà: Chi ruba a un ladro ha cent’anni di perdono, con chiaro riferimento al “furto inglese” delle Falkland.
George Orwell scrisse nel “The Sporting Spirit” (1945) che lo sport è come la politica e la guerra, si gioca per avere la meglio e sopraffare l’avversario. È un combattimento simulato il cui unico obiettivo è la gloria di aver sconfitto qualcuno. Il calcio non è e non sarà mai semplicemente un gioco, è una delle principali rappresentazioni delle masse e, di conseguenza, inscindibilmente legato alla politica. E quando la politica è antagonista, il calcio non può essere da meno.

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