La strategia “vaticana” di Erdogan

Le elezioni politiche bussano ormai alle porte delle nostre case, trovandoci alle prese con una campagna elettorale che ben sintetizza la mediocrità e l’inadeguatezza del dibattito politico italiano. Se però la politica interna è momentaneamente congelata dal marketing elettorale, non si può dire lo stesso per quella estera: il governo Gentiloni ha infatti recentemente affrontato uno dei suoi ultimi impegni di politica internazionale, ovvero la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan concernente la questione, ancora aperta, dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Prima di incontrarsi con Gentiloni e Mattarella, il nuovo sultano si è però recato in visita ufficiale in Vaticano, dove ha avuto luogo un lungo incontro con Papa Francesco. Semplice visita di circostanza o parte di una più ampia e fine strategia politica volta alla riabilitazione internazionale di un capo di Stato altamente contradditorio?

Quella dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è una questione sorta ormai da molto tempo e che precede, diversamente da quanto si crede, l’ascesa al potere di Erdogan nel 2003. Si tratta, infatti, di un obiettivo che la Turchia si era prefissata già verso la fine degli anni ottanta e che, sotto un certo punto di vista, affonda le proprie radici nel processo di occidentalizzazione e laicizzazione che il paese ha sperimentato con Atatürk subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.
Il processo di avvicinamento della Turchia ai paesi europei è stato poi istituzionalizzato quando, nel settembre 1963, venne firmato dai leader della Comunità Economica Europea l’Accordo di Ankara. Questo era un accordo prevalentemente di tipo commerciale, in quanto al centro vi erano infatti le condizioni per un incremento degli scambi tra i paesi europei e la Turchia. Inoltre, l’accordo aveva anche una finalità politica, seppur sottintesa: porre le basi per un’ipotetica e successiva entrata del paese nella CEE, precorritrice dell’Unione Europea.

Nel marzo 2003 Erdogan venne nominato Primo ministro e sotto la sua guida la Turchia si prefisse l’entrata nell’Unione come obiettivo principale della propria politica estera. A tal riguardo, vennero adottate una serie di riforme interne volte al soddisfacimento dei parametri che un paese europeo è obbligato a rispettare per poter entrare nell’Ue. Tra quelle varate dal leader turco spiccarono soprattutto l’abolizione della pena di morte, l’abrogazione di una serie di leggi restrittive per la libertà di espressione, la promozione dell’uguaglianza dei sessi e un netto miglioramento delle condizioni carcerarie (la Turchia era infatti tristemente famosa per la crudeltà del sistema carcerario, come mostra il celebre film Fuga di mezzanotte del 1978 diretto da Alan Parker).
Tali riforme centrarono in parte il loro obiettivo, in quanto fecero sì che il Consiglio dell’Unione Europea avviasse le trattative per la piena adesione della Turchia all’organizzazione. Nonostante ciò, queste trattative furono viziate fin da subito.

A rendere impervia la strada dei negoziati furono e sono ancora, in primis, le differenze culturali, sociali, linguistiche e religiose con i paesi europei, oltre che geografiche, trovandosi il paese in questione solamente per una sua minima parte sul continente europeo.
Sussistono, però, problemi anche sotto il profilo politico. Nonostante le riforme di cui sopra, la Turchia di Erdogan sembra essere ancora molto lontana dal soddisfacimento dei requisiti democratici richiesti per l’ingresso nell’Unione Europea:  la questione dello stato fantoccio della Repubblica Turca di Cipro del Nord, la guerra contro la minoranza curda e la smisurata espansione dei propri poteri sono solo alcune delle innumerevoli lacune democratiche che il nuovo sultano non ha ancora colmato.
La situazione è poi ulteriormente peggiorata a seguito del  fallito golpe anti-Erdogan del luglio 2016. Subito dopo aver ristabilito l’ordine e la propria autorità, il presidente turco ha annunciato lo stato d’emergenza, protrattosi per circa tre mesi, ed una temporanea sospensione della “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”. Pesanti purghe si sono abbattute su membri non allineati dell’esercito, polizia, magistratura, giornalismo e corpo docenti universitario. In aggiunta, sono state emanate una serie di leggi restrittive per la libertà di espressione. Se quindi da una parte il golpe ha fornito al leader turco un assist perfetto per le sue aspirazioni neo-ottomane, dall’altra lo ha portato ad un autogol nel processo di avvicinamento all’Europa. I leader europei hanno infatti duramente criticato la reazione del presidente al colpo di stato e ciò ha contribuito a creare una frattura nei loro rapporti.

Per cercare di ricucire questa ferita e nel disperato tentativo di riabilitare la propria reputazione internazionale ormai ai minimi storici, Erdogan ha recentemente intrapreso il cosiddetto Tour europeo della rinascita. I risultati ottenuti sono stati però di gran lunga diversi da quelli sperati, in quanto il nuovo sultano si è visto letteralmente sbattere le porte in faccia, come ben dimostra l’esito dell’incontro con il presidente francese Macron. Tutto ciò che il  leader turco è riuscito infatti ad ottenere dall’incontro è stata la proposta di uno speciale partenariato con i paesi dell’Unione, ovvero un modo gentile da parte francese per porre fine alle velleità europee di Erdogan. Il risultato di tutto ciò è che, sebbene il 79 per cento della popolazione turca sia favorevole all’entrata nell’Unione Europea, il 69 per cento di essa ritiene che ciò sia un sogno ormai impossibile da realizzare.

Il 5 febbraio di questo anno, Erdogan si è recato a Roma per una breve visita ufficiale con la quale ha concluso il suo tour europeo. Questa scelta non sorprende di certo, essendosi il nostro paese sempre attestato su posizioni favorevoli all’ingresso di Ankara nell’Ue, anche se non mancano di certo divergenze tra i due paesi per quanto riguarda la crisi siriana, le nuove offensive contro le milizie curde del PKK e YPG e la questione dei diritti umani.
Di gran lunga più inusuale ed inaspettata è stata però l’udienza che Erdogan ha espressamente richiesto ed ottenuto dal Vaticano, la quale ha avuto luogo poche ore prima che il leader turco si recasse al Quirinale. Tale evento ha un solo precedente storico, quello del 1959. In quell’occasione Papa Giovanni XXIII ricevette l’allora presidente turco Celal Bayar nell’incontro in cui vennero ufficialmente inaugurate le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Queste, però, furono quasi sul punto di rottura quando, nell’aprile 2015, papa Francesco, nel centenario dell’eccidio degli armeni, condannò duramente l’accaduto usando proprio quella parola che per i turchi è un vero e proprio tabù, ovvero genocidio. La sistematica e programmata eliminazione della popolazione armena non è, infatti, ancora riconosciuta dalla Turchia e fino a pochi anni fa l’articolo 301 del suo codice penale permetteva addirittura di perseguire penalmente coloro che pubblicamente ammettevano il genocidio. Successivamente, una modifica all’articolo 301 ha fatto sì che ciò non fosse più possibile ma rimane comunque la realtà fattuale delle posizioni negazioniste di Ankara nei confronti di quella che è ormai un’appurata realtà storica.
I rapporti tra la Turchia e lo stato del Vaticano non sono dunque dei migliori e ciò rende ancor più difficile il compito di comprendere il significato di tale incontro.

Eppure, dietro l’apparente visita di cortesia, si cela una precisa strategia politica di Erdogan, non tanto per migliorare i rapporti con la Santa Sede quanto per ottenere una riabilitazione internazionale attraverso la figura, apprezzata ovunque nel mondo, di Papa Francesco.
In effetti Erdogan sta attualmente esercitando una politica estera su due livelli: da una parte sta cercando l’ingresso nell’Europa, dall’altra sta tentando di porsi come guida del mondo arabo-musulmano. Un’occasione unica in questo verso gli è stata fornita dal presidente americano Donald Trump con la sua controversa decisione di spostare a Gerusalemme la propria ambasciata. Ciò determinerebbe il riconoscimento de facto della città come capitale dello stato israeliano ed è proprio per tale motivo che la popolazione palestinese ha risposto con episodi di grande violenza.
Ciò che il presidente turco ha dunque fatto, è stato sfruttare questa occasione per ergersi come faro dei popoli arabi, presentando di contro una sua personale posizione sulla quale ha cercato la convergenza del Vaticano: fare di Gerusalemme Est la capitale di uno stato palestinese indipendente.
Questo, dunque, lo scopo ufficiale della sua visita da Papa Francesco, anche se l’intesa con la Santa Sede non è arrivata in quanto il Vaticano sostiene dal 1949 la posizione per cui Gerusalemme debba restare una città sotto l’egida internazionale dell’Onu.
Eppure l’incontro è stato tutt’altro che un fallimento. Il vero scopo del leader turco, seppur non ufficiale, non era, infatti, trovare un accordo prevedibilmente impossibile da sugellare. Durante l’incontro il presidente turco ha invece cercato di accreditarsi presso l’opinione pubblica internazionale, attraverso la figura di Papa Francesco, come pacificatore e mediatore in due diversi conflitti: quello tra la popolazione araba e Israele e quello ben più importante, quanto meno dal punto di vista mediatico, tra l’occidente e l’Islam. Se questa strategia dovesse funzionare ed Erdogan dovesse accreditarsi come uomo di pace, ciò rappresenterebbe una grande vittoria diplomatica della Turchia. Una volta riabilitato internazionalmente, questo paese potrebbe infatti dar nuova linfa ai processi di adesione all’Ue, contando anche su un accresciuto peso geopolitico, quello di rappresentare il mondo arabo, ed il benestare pontificio.

Con le sue politiche, Erdogan si è reso una delle figure più discusse e controverse a livello mondiale. Consapevole della duplice identità del proprio paese, mediorientale ed occidentale al tempo stesso, il nuovo sultano ha sempre giocato una politica ambivalente. La deriva autoritaria che la Turchia sta sperimentando ormai da due anni e il pugno di ferro nei confronti della minoranza curda (non più solo turca ma anche siriana) rendono di fatto la Turchia un paese incompatibile con la cultura europea. Ma come si sa, in politica internazionale il risultato prevale sulle considerazioni di natura etica e rimane pur sempre un dato obiettivo la straordinaria importanza geopolitica della Turchia, ponte di collegamento con il continente asiatico. È proprio questo il motivo per cui, se da una parte l’Ue ha momentaneamente congelato le negoziazioni per una completa adesione turca, dall’altra continua però a mantenere in vita delle particolari relazioni con questo paese, come dimostra l’accordo di collaborazione per la gestione dell’immigrazione sul fronte balcanico. La nuova strategia turca, inaugurata con la visita in Vaticano, potrebbe dunque aprire nuovi importanti scenari sia per quanto concerne il rapporto e le negoziazioni con l’Unione Europea che per lo scacchiere mediorientale. Non ci resta dunque che osservare l’evoluzione degli eventi alla luce di questi ultimi sviluppi.

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