L’attore presidente

Il 31 marzo 2019 si sono tenute le elezioni presidenziali in Ucraina, che diversamente dalle precedenti del 2014, hanno necessitato del ballottaggio del 21 aprile 2019 per decretare un vincitore: l’attore Volodymyr Zelensky. In quello che anche l’Osce ha dichiarato essere l’ex Stato sovietico che più di tutti garantisce libere elezioni, ha trionfato una figura esterna alla politica. Prima di capire come questo sia stato possibile, è necessario fare qualche passo indietro.

Il filorusso Janukovyč

Nel 2010 diventava presidente Viktor Janukovyč, esponente di spicco del Partito delle Regioni, nonché politico filorusso e dalle tendenze dispotiche. Nell’ultimo periodo della sua presidenza, Janukovyč aveva promosso una serie di misure volte a consolidare il suo controllo sul parlamento per le elezioni del 2012: potere discrezionale su nomine e dimissioni dei membri del governo; meccanismi che scoraggiano la partecipazione elettorale – creazione di alte soglie di sbarramento, opposizione alla formazione di alleanze partitiche e ad un sistema elettorale misto; controllo sulla libertà di parola; divieto di partecipazione alle elezioni parlamentari per l’ex primo ministro Julija Tymošenko, da lui accusata d’abuso d’ufficio nel 2009.
In politica estera, ha favorito le relazioni con Mosca, prolungando fino al 2042 il mandato russo sulla base navale di Sebastopoli. In concomitanza si sono raffreddati i dialoghi con la Nato – con cui Kiev aveva già collaborato per le missioni Kfor in Kosovo e Isaf in Afghanistan – e anche quelli con l’Unione Europea, che oltre a chiedere una maggiore libertà di opinione e di stampa come requisiti di accesso, non aveva gradito la gestione dell’affaire Tymošenko.
Il mese di svolta durante la presidenza Janukovyč è senza dubbio il novembre 2013, quando si sono tenute manifestazioni pacifiche pro-UE in Piazza dell’Indipendenza a Kiev, per la mancata firma a Vilnius dell’ASA (Accordo di Associazione e Stabilizzazione). La capitale chiedeva anche le dimissioni dell’esecutivo e del presidente. Nel 2014 le proteste sono aumentate a seguito della legge che vietava ulteriormente la libertà di manifestazione del popolo ucraino. Con il crescere delle tensioni e dopo le fallite mediazioni con i partiti dell’opposizione, Janukovyč si è rifugiato in Russia e al suo posto si è insediato un governo ad interim che ha indetto nuove elezioni presidenziali per il maggio 2014. La risposta di Mosca è stata l’invio di truppe in Crimea per avviare il processo di annessione della provincia alla Russia e contro cui la comunità internazionale si è espressa approvando sanzioni – non ha riconosciuto la legittimità del gesto.
Parallelamente si sono tenuti dei referendum nelle regioni separatiste del Donbass con la vittoria dei filorussi. Da notare è l’alto livello dei consensi ottenuto a Donetsk: sul 75% dei votanti, l’89% si è espresso a favore dell’indipendenza dal governo ucraino. I referendum hanno perciò portato alla nascita delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, entrambe non ancora riconosciute dalla comunità internazionale, ma “de facto” separate dall’Ucraina.

Porošenko e il rapporto con il gas

A fine maggio 2014 Petro Porošenko, imprenditore che ha fatto fortuna grazie al cioccolato, ha ottenuto il 54% delle preferenze al primo turno delle presidenziali. Tra le sue prime parole ha espresso la volontà di voler risolvere la questione delle regioni separatiste, che hanno risposto con l’occupazione dell’aeroporto di Donetsk. Per quanto riguarda i rapporti sul fronte orientale, ha inaugurato la strada del dialogo con Putin discutendo del prezzo del gas russo e del pagamento dei debiti.
Il gas è stato un tema fondamentale durante la presidenza Porošenko. Nel 2014, per poter usufruire dei 14,7 miliardi di dollari del Fmi, il governo ucraino dovette cedere alla richiesta di Washington di riportare il prezzo del gas ai livelli del mercato mondiale. L’alternativa per l’allora presidente non era ad ogni modo possibile: non poter utilizzare i fondi, avrebbe inflitto un duro colpo alla stabilità macroeconomica del paese.
A questo si aggiunge che dal 1° luglio 2015 al 12 ottobre dello stesso anno, la società russa Gazprom aveva sospeso le forniture all’Ucraina, lasciandola quasi totalmente al buio. Queste erano poi riprese grazie alla firma di un accordo, avvenuta sotto la supervisione dell’Unione Europea.

I principali candidati (sconfitti) alle presidenziali

Alla ricerca di un secondo incarico, Porošenko il 31 marzo, con il 15,92% dei voti, guadagnava la corsa per il ballottaggio. Il suo era un destino già scritto. Oltre ad avere uno dei suoi collaboratori, Ihor Hladkovskyy, coinvolto nello scandalo di contrabbando di armi con la Russia, l’ex presidente era inviso al popolo ucraino perché non aveva incarnato lo spirito di Euromaidan e a ben vedere a poco è valso ripetere agli elettori di essere l’unico candidato che avrebbe potuto garantire ottimi dialoghi con l’UE e allo stesso tempo dare del filo da torcere alla Russia. Il popolo lo ha accusato di non avere smantellato il sistema oligarchico e corrotto dello Stato e di non aver dato voce ad una stampa libera, in un paese in cui i canali di informazione sono ancora nelle mani di pochi ricchi. Non ha ceduto alle richieste delle province separatiste, ma non ha nemmeno mantenuto la promessa di risolvere la questione Donbass, dove dal 2014 imperversa una guerra che ha già causato 13 mila vittime, ¼ dei quali sono civili. Nel 2018 ha permesso al paese una crescita economica del 3,4% rispetto all’anno precedente, tutto questo a spese dei tagli ai sussidi per il gas e ad un aumento dei costi della vita in primis. Nonostante la sua voglia di imboccare un’economia liberale, l’Ucraina continua a restare il Paese più povero d’Europa, con un Pil pro capite pari a $2,964.193 (secondo i dati del Fmi), di cui l’11% proviene dalle rimesse. La sua è stata solo una campagna incentrata sul tema del nazionalismo: supporto all’esercito schierato al confine con la Russia, indipendenza religiosa da Mosca e ucraino lingua nazionale, come dimostra il suo motto “Esercito, Lingua, Fede”.
La candidata europeista Julija Tymošenko, ex primo ministro, ha incentrato la sua campagna principalmente accusando il rivale Petro Porošenko e questo le ha permesso di arrivare soltanto al terzo posto con il 13,4% dei voti.
Il candidato filorusso più votato è stato Yuriy Boyko (11,67%), ex ministro del settore energetico, ha dimostrato come la componente a sostegno di Mosca, anche senza i voti della Crimea e delle due Repubbliche Popolari, possa intralciare il cammino degli europeisti, ancor più se si aggiungono le preferenze ottenute dall’altro filorusso Vilkul Oleksander (4,15%).

Il vincitore

Il candidato fra tutti più estraneo alla politica – che per certi versi ricorda le dinamiche italiane – era Volodymyr Zelensky, attore della serie televisiva ucraina “Il servitore del popolo”, in cui un insegnante diventa presidente della repubblica. L’attore ha ottenuto oltre il 30% dei voti al primo turno e il 73% al ballottaggio. Figlio di un sentimento europeista, risalente al 2013, anche lui fa parte di quella popolazione che vorrebbe inserirsi nell’area occidentale – l’80% dei cittadini degli oblast dell’ovest sono favorevoli, mentre ad est lo sono il 30%. La sua campagna è stata sponsorizzata dal magnate Igor Kolomoysky, proprietario del canale televisivo “1+1” – che negli ultimi mesi invitava nei suoi programmi Zelensky e mandava in onda la sua serie – ma anche della PrivatBank, la principale banca ucraina, e di un’industria aeronautica. Nel 2016 il tycoon è stato accusato di aver rubato 5,5 miliardi di dollari alla PrivatBank. Nonostante sia stato colpito da scandali e non sia per nulla estraneo al sistema oligarchico di cui anche Porošenko ha fatto parte, il suo pupillo Zelensky si è presentato come il candidato out-sider e più vicino al popolo tra tutti quelli presenti in rosa. L’Ucraina adesso da lui si aspetta un miglioramento delle condizioni economico-sociali e la risoluzione delle controversie con le province separatiste.

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