L’Italia del 2019: un Paese spaccato, nel nome di Matteo Salvini

I risultati delle elezioni europee: il voto in Italia

Domenica 26 si sono svolte le Elezioni Europee, nona tornata per eleggere i rappresentanti degli stati dell’Unione al Parlamento Europeo.

Dalle urne italiane è emerso un assoluto vincitore, la Lega di Matteo Salvini, competitor capace, oltre che di ottenere la più alta percentuale alle urne, di aumentare i propri consensi, sia in termini percentuali che assoluti. Passando dal 6,16% (1,686 milioni di voti) di cinque anni fa, dal 17,35% (5,698 milioni di voti) delle politiche del marzo 2018, al 34,33% (9,153 milioni di voti) nello scorso weekend.

Tra i partiti in grado di superare la soglia di sbarramento patria del 4%, l’unica altra formazione a crescere, in termini assoluti e percentuali, è stata Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che rispetto alle politiche d’un anno fa ha aumentato il proprio bacino elettorale di quasi 300 mila unità, di 2,11 punti percentuali (6,46%). Complice anche il crollo di Forza Italia, ferma al 8,79%, con un’emorragia di quasi la metà del proprio elettorato dell’ultima tornata. Fagocitata sia da Salvini, capace di sfondare al sud e nelle isole, che da Fratelli d’Italia, in grado di sopravanzare il partito di Silvio Berlusconi nella circoscrizione Italia Centrale.

Causa astensione, aumenta le proprie percentuali rispetto alla debacle del 4 marzo, dal 18,76% al 22,69%, il Partito Democratico di Nicola Zingaretti, perdendo però un po’ più di 100 mila voti. I quali, tuttavia, non hanno impedito ai dem di divenire la seconda forza elettorale del Paese, davanti al Movimento Cinque Stelle, il grande sconfitto. Il partito di Luigi Di Maio, infatti, in un anno ha praticamente dimezzato i propri consensi: dai 10,732 milioni di voti, valevoli il 32,68% l’8 marzo, ai 4,552 milioni, il 17,07% il 26 maggio.

Numero di voti per elezione dei cinque partiti eletti al Parlamento Europeo.
(* I dati escludono i risultati della Val d’Aosta;
** alle politiche del 2013 Forza Italia si presentò come Partito delle Libertà)
[Fonte: Ministero degli Interni]

Vincitori e vinti: l’Italia del 2019

Al nord ha vinto la Lega, in Italia Matteo Salvini

Matteo Salvini, prima ancora che la Lega, è stato il grande vincitore delle elezioni europee. Ancorché, ragionevolmente, il leader del Carroccio, candidato capolista da nord a sud alle isole, non andrà certo al Parlamento Europeo, è stato il volto che in tutta Italia, in tutte e cinque le circoscrizioni, ha preso più preferenze rispetto ad ogni altro candidato. Complice anche una strategia di forte personalizzazione del partito, Salvini è riuscito, oltre che a consolidare la presenza della Lega al nord, sforando nel nord-ovest e nel nord-est il 40% (“prendendosi” anche il Piemonte alle elezioni regionali, dopo Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Liguria), a sfondare anche nelle circoscrizioni di centro (primo partito col 33,45%), sud (secondo partito dietro i Cinque Stelle, 23,46%) ed isole (22,42%, dietro il Movimento).

Nonostante la vetrata dell’ingresso principale della sede della Lega in via Bellerio, divenuta celebre nella notte tra domenica e lunedì per la finestra da cui Giancarlo Giorgetti ha celebrativamente esposto una statua di Alberto da Giussano, reciti ancora “Prima il nord”, claim utilizzato nel (lontano) 2013 dall’allora segretario Roberto Maroni, il partito di Salvini è oggi un partito più che mai nazionale. A trazione, come lo è tradizionalmente stato, veneto-lombarda.

Il voto, per comune, in Italia alle Elezioni Politiche del 2018 e alle Europee del 2019.
2018: in giallo il Movimento Cinque Stelle, in verde la Lega, in arancione il PD, in azzurro Forza Italia, in rosso Liberi e Uguali e in grigio SVP.
[Fonte: WikiCommons]
2019: in verde la Lega, in giallo il Movimento Cinque Stelle, in rosso il PD, in azzurro Forza Italia, in grigio scuro SVP e in grigio chiaro i dati non ancora disponibili.
[fonte: profilo Twitter ufficiale di YouTrend]

Vasi e travasi

Se è vero, com’è vero, che in Italia l’elettorato è volatile, è altrettanto certo che, generalmente, i voti non cambiano tra un polo e l’altro, tra una coalizione e l’altra, ma all’interno degli stessi, delle stesse. [Corbetta, Segatti, 2004; Bartolini, Mair, 1990]

In questo senso, dunque, può essere spiegato il ribaltone tra Lega e Movimento Cinque Stelle, che tra il 2018 e il 2019 si sono sostanziale scambiati le percentuali. Da una parte, infatti, la Lega e Salvini hanno saputo mobilitare il proprio elettorato, evitando l’astensionismo; pagato caro, invece, dal Movimento Cinque Stelle. Dall’altra, sono stati abili nell’intercettare più di tre milioni e mezzo di voti dal partner di Governo e dall’alleata Forza Italia: secondo l’Istituto Demopolis, su 100 elettori della Lega alle europee, 58 l’avevano già votata alle politiche del 2018, mentre 18 votarono M5S e 19 Forza Italia.

Da questo punto di vista, il Carroccio ha sfruttato i mesi trascorsi al Governo con il Movimento, approfittando anche della fase calante, che per la verità prosegue da molti anni, di Forza Italia. Se ciò porterà ad una crisi di Governo, per quanto improbabile sembri, è difficile da dirsi. Matteo Salvini, nelle numerose apparizioni televisive e sui quotidiani che hanno contraddistinto le successive ventiquattro ore la vittoria, ha più volte ripetuto che «non chiederò una sola poltrona» e che «gli alleati di governo per me sono amici». Di Maio, tuttavia, nelle poche dichiarazioni fatte trapelare alla stampa, il giorno dopo, ha invece detto come «il nostro alleato è il contratto di governo». Non certo, dunque, colui al quale, secondo Demopolis, sono andati il 16% dei voti pentastellati del 2018.

I flussi di voto dalle Politiche del 2018.
[Istant poll di Quorum/YouTrend per SkyTg24.
Fonte: profilo Twitter ufficiale di You Trend]

Un paese fratturato, nel nome di Salvini

Nord vs Sud

Storicamente, nel contesto dell’Unione Europea la formazione dei sistemi di partiti ha fatto riferimento ad alcune fratture sociali, dette cleavages, che hanno assunto un ruolo fondamentale nell’edificazione degli stati o durante il processo di industrializzazione: le frattura centro/periferia, stato/chiesa, città/campagna e imprenditori/classe operaia [Lipset, Rokkan; 1967]. In Italia, le principali fratture che dalla Seconda Guerra Mondiale hanno segnato la storia politica nazionale sono state quelle tra: stato/chiesa, salariati/imprenditori, fascismo/antifascismo e la collocazione in merito ai riferimenti internazionali [Biorcio, 2010].

In Italia, nel 2018 e nel 2019, la principale frattura appare quella tra nord e sud. Con un nord compatto, non più diviso tra un est “bianco” DC e un ovest “rosso”, e un sud, isole comprese, che da democristiano a berlusconiano è ormai da qualche anno pentastellato. Al netto di una prima, tanto forte quanto inaspettata, breccia leghista. Imponente ed imperiosa, invece, al centro, nonostante pallide, timide resistenze da parte della “zona rossa”, il tradizionale bacino comunista che quattro anni fa valse a Matteo Renzi il 40% alle elezioni europee.

I risultati di Movimento Cinque Stelle, Lega e Partito Democratico suddivisi per provincia.
[Elaborazioni: YouTrend;
fonte: profilo Twitter ufficiale di YouTrend]

Le grandi città

Se il Partito Democratico risulta pressoché inesistente al sud (terzo partito col 17,85%; dietro al Movimento Cinque Stelle col 29,16% e, sopratutto, alla Lega, forte del 23,46%, dallo 0,75% di cinque anni prima) e nelle isole (18,48%; M5S al 29,85%; Lega al 22,42% dallo 0,99%), i dem sono il primo partito in molte delle grandi città del nord e del centro, ma anche di sud ed isole. Quali, ad esempio, le pentastellate Torino e Roma, ma anche Milano, Bergamo, Genova, Ancora, Roma, Cagliari e Reggio Calabria (province, tuttavia, le otto citate, dove ha vinto la Lega). Oltre alle roccaforti Bologna e Firenze. 

Così i Cinque Stelle, scomparsi dal nord-ovest (11,12%, contro il 18,43% della non irresistibile tornata del 2014) e dal nord-ovest (dal 18,97% di cinque anni fa al 10,30%), si difendono nelle grandi città del sud: Bari, Palermo, Messina, Catania e Napoli (dove sfiora il 50%).

Nelle prime dieci città italiane per abitanti, dunque, nonostante una crescita generalizzata e corposa, la Lega rimane o al secondo o al terzo posto. Pur, in molti casi, essendo il primo nelle province. 

Il post-voto: possibili scenari

Difficile dire, ora, cosa succederà. L’unica certezza, nell’incertezza, è che numerose dinamiche si sono aperte all’interno dei partiti e del Governo, ancorché conoscere oggi le traiettorie e le possibili tappe delle stesse sia praticamente impossibile. 

Certo, come il vincitore, è ciò che Lega e Matteo Salvini vorranno, «un’accelerazione» sulle proprie proposte: «tasse», «grandi opere», ovvero TAV, e giustizia, leggasi «in Italia ci sono sessanta milioni di presunti innocenti». Dossier, questi ultimi due, su cui il Movimento Cinque Stelle, sin da subito, un po’ sulla difensiva, un po’ (ancora) all’attacco, non vorrà scendere facilmente a compromessi, forte della maggioranza in Parlamento.

La tenuta del Governo, almeno nell’immediato, certamente non meramente in ragione del voto, non dovrebbe essere a rischio: a Salvini la convivenza (soprattutto dopo averla promessa) conviene ancora, nonostante la crescita di Fratelli d’Italia, che potrebbe tagliar fuori da una possibile futura alleanza Forza Italia. Mentre i Cinque Stelle devono trarre il dado di una riorganizzazione, programmatica e politica. Numerose, da questo punto di vista, le voci e le indiscrezioni su un possibile (forzato) passo indietro di Luigi Di Maio della leadership del partito. Processo che non si annuncia né facile né rapido, data la farraginosità dei meccanismi interni del Movimento, nonché la reticenza al riconoscimento della debacle. Identica, da questo punto di vista, nelle enormi differenze, la situazione di Forza Italia. 

Qualcosa si muove anche nel Partito Democratico, andato a dormire col segretario Nicola Zingaretti che festeggiava il «ritorno del bipolarismo», svegliatosi con alcuni fedelissimi di Matteo Renzi che comparavano il risultato del giorno prima con quello di cinque anni fa. Un «centro-sinistra» da ricostruire «guardando ai valori» per alcuni, uno «spazio libero al centro da occupare» per altri. 

Se in campagna elettorale in Germania s’è parlato dei poteri del Parlamento Europeo e di come aumentarli, in Italia la posta in palio erano i rapporti di forza interni al Governo. Fermo restando che il Bel Paese è quello dove tutto deve cambiare, perché tutto rimanga com’è. “Governo del cambiamento” compreso? 

Foto pubblicata da Salvini il 28 maggio, con la dicitura finale: “il Futuro ci appartiene”
[fonte: profilo Twitter ufficiale di Matteo Salvini]

Corbetta P., Segatti P. (2004), Bipolarismo immaginario, Bologna, il Mulino, 1/04.

Bartolini S., Mair P. (1990), Identity, Competition, and Electoral Availability: The Stabilisation of European Electorates, 1885–1985, New York, Cambridge University Press, p. 363.

Lipset S. M., Rokkan S. (1967), Party Systems and Voter Alignments: Cross-National Perspectives, New York, London, Free Press. p. 554.

Biorcio R. (2010), Gli antecedenti politici della scelta di voto: l’identificazione di partito e l’autocollocazione sinistra-destra; in Bellucci P., Segatti P., Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Bologna, il Mulino, pp. 187-211.

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