Lo Stato Islamico ha dimensione globale

I nomi sono importanti, poiché a livello geopolitico e nell’epoca della globalizzazione proiettano una forma che può divenire realtà: questa non è affatto retorica, soprattutto quando si parla di IS. Questa realtà ha avuto dunque molti nomi, alcuni attribuitile, altri autoassegnati: ISI (Stato Islamico dell’Iraq), al-Dawla (lo Stato), Dāʿish, ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), IS (Stato Islamico)… Se i nomi sono importanti, come ci converrà chiamare questo “evento”? “IS” (Stato Islamico) esprimerebbe la dimensione puramente non territoriale e la vocazione globale dello Stato Islamico, definito appunto da una stortura in chiave ideologica della naturale proiezione globale dell’Islam, proiezione affatto scontata nelle religioni. Potremmo altresì chiamare “ISIS” la sua forte dimensione territoriale (assolutamente impensabile per Al-Quaeda), stretta attorno a potenti “roccaforti nel deserto”, con una tassazione e una solida presenza militare-statale sul territorio, parallela alla sua dimensione globale, ineffabile, fumosa e ancora poco chiara. E’ importante notare come però in tutti questi nominativi sia presente sempre la parola “Stato”, la cosa più territoriale che esista: i fondamenti costitutivi dello Stato moderno sono territorio, popolo e sovranità. La dimensione territoriale dell’ IS fa da base e da trampolino di lancio (anche se non vitale) della sua proiezione globale.

La dimensione territoriale dell’ IS consiste nella sua pura e concreta presenza fisica, con tassazione organizzata e controllo assoluto sullo spazio, in grande mutamento. E’ molto complesso delimitare i territori appartenenti all’ IS oggi, in ogni caso possiamo affermare che esso è in declino, pur trattandosi di una forza anomala, più volte sottovalutata e più volte sopravvalutata , nata grazie alle debolezze e alle divisioni dell’Iraq e della Siria, capace di espandere la propria forza, mediatica e ideologica, ben oltre il proprio minuscolo territorio. L’ IS si propone un piano quinquennale di conquista che comprenda Medio Oriente, India, Pakistan, Africa Sahariana, Balcani e Penisola iberica (volontà di affermarsi globalmente, presenza forte già in Libia e Sinai, fortissima capacità di reclutamento nel Caucaso). Qualunque esperto di strategia riderebbe davanti a queste affermazioni, prendendole come propaganda o come vaneggiamento fanatico: la realtà è che l’IS è terribilmente serio riguardo alla “conquista globale”, non importa se ci vorranno dieci o diecimila anni, l’unica cosa che potrà fermare la loro volontà sarà la morte del corpo. Non si tratta di novelli “terminators”, non si tratta di retorica: se noi occidentali tendiamo a plasmare il mondo con la tecnica adattandoci tuttavia alla realtà, “loro” (termine voluto) plasmano il mondo ignorando la realtà, poiché sono assolutamente certi di stare nel giusto conoscendo la verità, e che tutti gli “altri” siano nel falso.

Dice Domenico Quirico, grande esperto della realtà siriana, rapito prima in Libia e poi in Siria: «Noi ragioniamo in termini di teatri di conflitto separati. Adesso tutta l’attenzione è concentrata sulla Siria, di quello che fanno i Boko Haram in Africa non importa niente a nessuno, della Libia parliamo solo per il problema dei migranti. Ma nel progetto rivoluzionario del califfato tutte le azioni sono collegate fra loro, che si tratti dell’assalto a un villaggio in Nigeria o di un agguato all’esercito egiziano nel Sinai: la globalità territoriale del progetto del califfato, l’unità degli scenari ci sfuggono. Non è che al-Baghdadi da Mosul coordina gli attacchi, no: è una coerenza intima del progetto che si manifesta, per cui ogni colpo aumenta la massa critica del califfato globale. Il califfato è il nuovo stato che distrugge tutti gli stati, è la globalità del vero Dio che cancella le frontiere. Il primo atto dell’Isis al potere è stata la rimozione dei cippi di confine fra Siria e Iraq, simbolo del vecchio ordine coloniale e post-coloniale».

L’IS non si rivolge ai musulmani di Iraq e Siria, ai musulmani di una determinata area, bensì alla Umma, la comunità islamica nel mondo compresa nella sua totalità, senza alcuna caratteristica etico-linguistico-culturale. La Umma compone la Dar-al Islam, la porzione del globo dove si professa l’Islam, da “riempire” con il Jihad (traducibile con “sforzo”), che può essere “collettivo” (piccolo Jihad) o “personale” (grande Jihad).

Scarcia Moretti afferma che: “I confini territoriali (islamici) sono spesso convenzione e non barriera, demarcazione di differenze e non ostacolo alla libera circolazione di idee e di individui: su dati di fatto, non solo su sogni, si alimentano i pur improbabili progetti cui si è accennato della rinascita islamica” (1998) e ancora “il confine si dilata al di là dell’orizzonte quotidiano, e ingloba, almeno in termini astratti, tutta la Dar al-Islam, quella fetta consistente di globo terrestre dove si professa l’islam e dove governo musulmano è in carica” (2001).

Non bisogna assolutamente confondere una critica all’ Islam adottato in una dimensione politica e iperideologica, con una critica all’ Islam in quanto tale e all’ incondizionata libertà di culto che gli deve essere assicurata; ancora maggiormente non si deve confondere una critica con un’analisi. L’unica “ideologia” che abbia una dimensione globale e potenzialmente universale oggi, (esclusa chiaramente la globalizzazione) è l’Islam (per il Cristianesimo il discorso è totalmente diverso e sarebbe opportuno trattarlo a parte). Non  si tratta qui di leggere bene o male il Corano, di capire o fraintendere la religione islamica: la propensione globale e totale insita nel pensiero islamico è un fatto certo, tuttavia questa “conquista di cuori e menti” è, nelle intenzioni comuni, pacifica, e da ottenere naturalmente grazie all’ ovvia superiorità e perfezione del messaggio islamico. L’ IS ha, più efficacemente di altri, tradotto questa “conquista dei cuori e delle menti” in “conquista di carne e di sabbia”, intesa come conquista dei corpi e dei territori dei nemici. L’ IS riesce a spingere sconosciuti in ogni parte del mondo a morire e ad uccidere, a volte senza nemmeno averli contattati e senza averli direttamente incoraggiati: non esiste un “potere” (inteso come effettiva capacità di spingere gli altri ad obbedire ad un comando o a una tendenza) simile nel mondo. Le nostre società sono completamente estranee alla guerra e considerano il sacrificio per la patria, o comunque per un “bene superiore”, totalmente assurdo e insensato: l’ IS, invece, può ingaggiare una guerra totale di pensiero e di sangue, e può farlo ovunque, poiché ha una chiara dimensione globale.

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