Marchionne: vita, morte e miracoli

Lo scorso 25 luglio Sergio Marchionne è morto a Zurigo, dove da alcune settimane era ricoverato, e da alcuni giorni si trovava in coma irreversibile. Il manager, per 14 anni amministratore delegato di Fiat-Chrysler, aveva da poco compiuto 66 anni. Il gruppo Fca, in un comunicato ufficiale emesso sabato pomeriggio, aveva confermato che le sue condizioni di salute erano gravissime: «Non potrà riprendere la sua attività lavorativa», si leggeva nella nota. Informazioni successivamente emerse hanno specificato che Marchionne, dopo l’intervento alla spalla subito il 28 giugno, aveva avuto complicazioni inattese e gravissime, che lo avevano costretto in uno stato di coma irreversibile a partire da venerdì. Al suo posto, in FCA è subentrato come amministratore delegato il britannico Mike Manley, mentre la carica in Ferrari è passata a carica a Louis Carey Camilleri, con John Elkann presidente di entrambe le aziende.

Gli studi e i primi passi. Nato a Chieti nel 1952, dopo l’adolescenza in Abruzzo Marchionne seguì la famiglia in Ontario, dove si era già stabilita una zia materna. In Canada ottenne la laurea in filosofia presso l’Università di Toronto, seguita da una laurea in legge alla Osgoode Hall Law School of York University e quindi un Master in Business Administration presso la University of Windsor. Descrisse così nel 2011 i suoi inizi, riportati dalla biografia del giornalista Giorgio Dell’Arti: «Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro e ho fatto prima il commercialista, poi l’avvocato. E ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro».

Dopo avere esercitato la professione di procuratore legale, Marchionne entrò nel 1983 in Deloitte Touche come avvocato commercialista ed esperto nell’area fiscale, primo passo di una carriera che nel 2000 lo portò in Svizzera alla carica di A.d. del Lonza Grou, attivo nel settore dei prodotti per le industrie farmaceutica e sanitaria. A portarlo sotto i riflettori il successo ottenuto nel risanamento di Sgs, colosso elvetico nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, di cui divenne amministratore delegato nel 2002. I risultati ottenuti in Sgs, che fra i suoi clienti aveva proprio Fiat, lo portarono all’attenzione del Lingotto.

La carriera. Arrivato in Fiat nel 2003, come consigliere di amministrazione, assume la carica di ad l’anno successivo. “Perdiamo due milioni di euro al giorno, la situazione non è semplice”, aveva constatato. Il suo primo successo è la rinascita di Fca dopo la rottura del patto con Gm e la restituzione dei debiti alle banche; l’azienda è così più solida, ma il vento della crisi mondiale mette di nuovo tutto in difficoltà. Nel 2009 Marchionne compie il suo miracolo manageriale: in un’America piegata dalla crisi finanziaria Fiat ottiene dall’Amministrazione Obama il 20% di Chrysler, una delle ‘Big Three’ dell’automobilismo Usa, praticamente fallita dopo la fallimentare alleanza con Daimler. A convincere Washington, oltre alla personalità di Marchionne, l’esperienza e le garanzie offerte da Fiat su nuove formule di mobilità ‘verde’.

Questo è stato il primo passo di un percorso che, tramite l’acquisizione delle rimanenti quote, porta il colosso torinese al controllo del 100% di Chrysler nel 2014. Nasce così Fiat Chrysler Automobiles ed emerge a livello mondiale la figura di Marchionne come protagonista dell’industria automobilistica mondiale. Un cammino scandito da alcune grandi operazioni (alcune delle quali ancora in via di realizzazione), a iniziare dal rilancio di Jeep, divenuta ormai il gioiello della corona di Fca, passando per la rinascita di Maserati e la scommessa su una Alfa Romeo ‘premium’, marchio caparbiamente negato ai concorrenti tedeschi. Nel 2010 inizia lo scontro con la Cgil, con Marchionne che chiede la rinuncia allo sciopero, come aveva ottenuto in America. I sindacati si dividono, ma il piano Fabbrica italia, travolto dalla crisi globale, non viene realizzato. Nel 2014 Marchionne fissa un nuovo obiettivo: entro fine 2018 azzeramento dei debiti e della cassa integrazione. Il primo viene centrato, la cassa riguarda ancora il 7 per cento dei dipendenti. Era il 27, quattro anni fa. Negli ultimi anni Marchionne tenta un nuovo accordo con Gm per creare il primo produttore mondiale e risparmiare sugli investimenti, ma da Washington questa volta arriva un secco “no”. Nel 2017 annuncia la sua uscita di scena da Fca e che sarebbe rimasto presidente di Ferrari dall’aprile 2019.

Controversie. A dicembre 2011 il Times gli ha dedicato la propria copertina e le sue imprese manageriali non sono sfuggite neppure all’occhio di Fortune, che gli ha dedicato nello stesso periodo un approfondimento. Ne hanno sottolineato le doti manageriali sia l’ex inquilino della Casa Bianca Barack Obama sia l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ma se all’estero Marchionne ha goduto di stima e piena fiducia, in Italia la situazione è storicamente stata un po’ diversa: tra i suoi sostenitori l’ex segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti e, in cima alla lista dei detrattori, il segretario generale Fiom Maurizio Landini, entrato in collisione con Marchionne nel 2010, quando l’azienda uscì da Confindustria svincolandosi dal contratto collettivo nazionale di lavoro. In mezzo, anche e soprattutto la delocalizzazione di numerose produzioni, con la conseguente chiusura di diversi impianti italiani, primo fra tutti quello siciliano di Termini Imerese che portò a una frattura mai ricomposta con i sindacati. E l’ultimo piano industriale, presentato appena lo scorso primo giugno, confermava quanto già annunciato da tempo, ovvero il declino del marchio Fiat, cui sarebbe stato preferito sui principali mercati quello della ‘famiglia’ 500, e l’uscita di scena di Lancia.

“Quel maglioncino blu”. Pochi gli hobby conosciuti, tra i quali una passione per le Ferrari, che acquistava di tasca propria, e per la musica lirica; e un vezzo, diventato “mitico”: quello di presentarsi agli appuntamenti più importanti (persino alla Casa Bianca o al Quirinale) con un informale maglioncino blu, diventato il simbolo di un’era come fu l’orologio sopra il polsino di Gianni Agnelli. Fra le poche eccezioni, l’ultima sua uscita internazionale, quando il primo maggio scorso al Balocco, sotto il tradizionale pullover, rivelò una cravatta. Era un impegno che aveva assunto per il giorno in cui Fca sarebbe stata senza debiti. Well done Sergio.

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