Matteo Salvini, le ragioni del consenso

Frenetico flusso di pubblicazioni sui social, leadership indiscussa del centrodestra, opposizioni poco incisive e disorganizzate, timidezza del “contraente” di governo. Sono queste, sommariamente, le motivazioni che stanno alla base dell’incremento di consenso per Matteo Salvini, leader leghista e Ministro dell’Interno. Se nel 2016 David Allegranti, autore di “Matteo Le Pen”, lo definiva come “un leader non ancora pronto a vincere”, due anni dopo, quello stesso leader, è riuscito a riportare la Lega al governo senza lo storico alleato Silvio Berlusconi. Ma, ancor di più, è riuscito a conquistare l’attenzione del dibattito pubblico grazie a un disegno tutt’altro che casuale.

Social e comunicazione

È il 2009, la Lega Nord di Umberto Bossi fa parte del governo Berlusconi IV con tre ministri, un viceministro e quattro sottosegretari. Nello stesso anno, nasce il Movimento 5 Stelle. È un Movimento rivoluzionario, perché cambia il modo di fare (e comunicare) politica, sfiancando i mezzi tradizionali di informazione e sviluppando il ruolo centrale di internet. Quello di Gianroberto Casaleggio è uno studio delle reti, dei nodi, dei gruppi. Ingegneria sociale. È una visione anticipatoria della disintermediazione di oggi. La Lega Nord, però, come tutti gli altri partiti tradizionali, si trova sorpresa e impreparata. Dopo la crisi del governo Berlusconi IV, il Carroccio passa transitoriamente nelle mani di Roberto Maroni, fino al 2013: anno che vede l’incoronazione di Matteo Salvini (con l’82% delle preferenze leghiste). Salvini è giovane, utilizza i social, si serve di personale informatico competente (da molti anni la comunicazione social è pensata con l’aiuto di un “filosofo dell’informatica”, Luca Morisi) e, per questo, riesce a colmare il gap con i pentastellati, forse superandoli. La comunicazione social di Salvini inizia subito con il piede sull’acceleratore, uno dei post più discussi recita testualmente: “Berlusconi CONDANNATO a 4 anni. Adesso sono curioso di sentire come faranno i Kompagni del PD, sia in Parlamento che su Facebook, a giustificare il fatto che sono al Governo con un Condannato…”. L’obiettivo è quello di prendere, fin da subito, le distanze dall’alleato Berlusconi. E i toni sono alti e provocatori. Cinque anni dopo è il politico più seguito su Facebook. Non solo in Italia, ma in tutta Europa. Nell’era della disintermediazione tra politica ed elettorato, dove le vendite della carta stampata calano a picco e i talk show sono seguiti meno per informarsi, ma più per tifare il proprio leader come se fosse una partita di calcio “in trasferta”, avere un seguito del genere è un vantaggio tutt’altro che marginale. Come ha notato, tra gli altri, Edoardo Novelli (professore di comunicazione politica all’Università di Roma Tre), l’agenda setting, meccanismo tramite cui si stabilisce la “notiziabilità” di un’informazione in base al grado di salienza, non è dettata più dai mass media. Il processo si è invertito: i mass media ormai non offrono più, come prima, gli argomenti di discussione per l’opinione pubblica. Adesso è la politica, tramite i social, a dettare l’agenda setting, stabilendo di fatto notiziabilità e salienza delle informazioni. Ecco perché, in questo periodo, ma non solo, parliamo ogni giorno di Matteo Salvini. La sua è una comunicazione social incentrata sulla proliferazione continua di contenuti e pubblicazioni, perlopiù temi divisivi (vaccini e immigrazione, per citare gli ultimi nel momento in cui si scrive) che diventano oggetto di interesse della programmazione televisiva e giornalistica in generale. Nel bene o nel male, purché se ne parli.

La conquista del centrodestra

Matteo Salvini ha formalmente conquistato la leadership del centrodestra il 4 marzo 2018. Questo risultato, tuttavia, è frutto di un percorso iniziato già quattro anni prima. Il 9 dicembre 2014, innanzitutto, quando il leader del carroccio porta la Lega anche nel Mezzogiorno con la presentazione del movimento “Noi con Salvini”. Poi il 27 ottobre 2017, con la scelta, elettoralmente premiata, di eliminare la dicitura “Nord” dal nome del partito, segnando una cesura storica e aprendosi definitivamente, in questo modo, all’elettorato nazionale. Dopo aver rubato a Berlusconi, senza troppe difficoltà, lo scettro di leader del centrodestra, ora tenta di oscurare Conte e Di Maio alla guida del governo. La già iniziata transumanza verso la Lega dei forzisti conferma il cambiamento dei rapporti di forza all’interno della coalizione e lascia presagire a futuri scenari di ancor maggiore disequilibrio. Dall’altro lato, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha faticato e fatica ancora ad imporsi come reale competitor. Il partito nazional-sovranista funge da cassa di risonanza (involontaria) delle proposte avanzate da Salvini. Le due forze politiche si contendono un elettorato molto simile, che oggi si sente rappresentato maggiormente da Salvini. Quello che non è riuscito a Bossi e a Fini in passato, dunque, è riuscito al leader milanese. Ed ora, se gioca in casa, non ha più rivali.

Gli errori del Movimento 5 Stelle

Il successo di Salvini trova una chiave di lettura anche nell’incapacità del Movimento 5 Stelle di far valere la maggiore percentuale ottenuta rispetto alla controparte governativa. I rapporti di forza intergovernativi sembravano, inizialmente, preponderare verso la sponda pentastellata: percentuale più alta, maggior numero di ministri, premier indicato da Di Maio (e Bonafede). Alla luce di una base di partenza di questo tipo, Salvini ha subito cercato di rendersi protagonista tramite le sue dichiarazioni. In questo modo ha messo subito alla prova l’intesa governativa per osservare la reazione o la non-reazione dei cinquestelle. Gli esponenti pentastellati, oltre all’arduo compito di trattenere il consenso dell’elettorato di sinistra, hanno quindi dovuto anche cercare di contenere il partner leghista. I risultati, a giudicare dai sondaggi, sono tutt’altro che soddisfacenti: il M5S si è visto superare proprio dalla Lega, che ha incrementato di molto il proprio gradimento (circa 13 punti), arrivando alla soglia del 30%. Per interpretare questo dato non bisogna dimenticare che la Lega ha in dote “animali politici” che riescono a navigare le acque della politica istituzionale in maniera molto agile, uno su tutti: Giancarlo Giorgetti. Se il Movimento 5 Stelle vuole invertire la rotta e preservare il proprio elettorato, è necessaria una svolta di coraggio, a costo di mettere “in pericolo” l’alleanza di governo.

Se l’opposizione è ancora incumbent

Matteo Salvini sta vivendo un momento di “trance agonistica”: l’opposizione delle forze politiche parlamentari (su tutte, il PD) e della società civile (nelle figure di vari scrittori e giornalisti) accresce il suo consenso. Il che è paradossale. Tuttavia, una situazione del genere non può durare per sempre. Una delle possibili chiavi esplicative è rappresentata dal fatto che il Partito Democratico è ancora visto come l’incumbent, ovvero il governo uscente. Per questo motivo l’elettorato ricorda perfettamente le politiche dell’ex governo che ha bocciato il giorno delle elezioni, e non può raffrontarle con le politiche attuate dal nuovo governo (eccezion fatta per provvedimenti simbolici, come nel caso della nave Aquarius). L’altro elemento è costituito dal diverso ruolo che, oggi, svolgono gli intellettuali all’interno della società. Quella “funzione pedagogica” del passato oggi è avversata e rifiutata dai ceti popolari, che non intendono più essere “istruiti” da personaggi visti ormai come lontani dalla realtà. Riguardo questo ultimo aspetto, dunque, risulta altamente controproducente, per le forze che contrastano Matteo Salvini, incolpare gli elettori di “votare male” sulla scia del “democracy is overrated”. Il medesimo discorso è estendibile alle voci di critica (al di là di come vengono riportate) che si sollevano dall’Europa da parte di politici e tecnici stranieri. Se la Lega di Salvini cresce nei sondaggi, è (de)merito anche di un’opposizione strutturata in questo modo.

 

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