Migranti, sicurezza e disobbedienza civile

Da qualche anno, la questione dei migranti è inevitabilmente uno degli argomenti centrali del dibattito politico europeo e, soprattutto, italiano. A partire dalla campagna elettorale per le ultime elezioni nazionali, la gestione dei flussi migratori è diventata forse il tema principale, accanto al tanto ripetuto fattore “sicurezza“. Negli ultimi giorni, a partire dall’entrata in vigore del decreto sicurezza, si sono progressivamente delineati due schieramenti opposti: da un lato, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ideatore del decreto, e i personaggi politici e non che ne difendono l’utilità; dall’altro lato, i sindaci e i governatori regionali, a partire dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che si rifiutano invece di applicare il decreto.

Decreto sicurezza e immigrazione

Il ddl 840/2018, ovvero il decreto sicurezza e immigrazione, è stato approvato dal parlamento il 27 novembre 2018. Il governo ha posto la questione di fiducia sulla proposta di legge: questo ha comportato, da un lato, la velocizzazione delle procedure parlamentari, ma, dall’altro, l’impossibilità di discutere gli emendamenti avanzati dai deputati. Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Fratelli D’Italia hanno votato a favore del decreto, mentre Partito Democratico, Liberi e Uguali e alcuni membri del M5S si sono opposti. Ma cosa prevede concretamente il tanto discusso decreto?

  • nuove disposizioni per quanto riguarda la concessione dell’asilo e abolizione della protezione per motivi umanitari;
  • estensione del trattenimento (anche per i richiedenti asilo) nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) fino a un massimo di 180 giorni;
  • trattenimento dei richiedenti asilo negli hotspot e nei centri di prima accoglienza, per accertarne l’identità e la cittadinanza, fino a un massimo di trenta giorni;
  • stanziamento di più fondi per i rimpatri;
  • ampliamento del numero di reati che fanno scattare la revoca o il diniego dello status di rifugiato o della protezione internazionale;
  • procedimento accelerato davanti alla commissione territoriale, che si occupa di valutare le domande di asilo;
  • istituzione di un elenco di paesi di origine sicuri;
  • restrizione del Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar), gestito dai comuni, a chi è già titolare di protezione internazionale;
  • esclusione dall’anagrafe de richiedenti asilo;
  • revoca della cittadinanza a chi l’ha acquisita nel caso di condanna per reati connessi al terrorismo.

La protesta dei sindaci

Sono in particolare gli ultimi due punti a suscitare perplessità e critiche, che sfiorano l’accusa di incostituzionalità. A partire da questo ha preso forma la protesta di diversi primi cittadini e governatori regionali italiani, che si sono rifiutati di applicare le norme previste dal decreto e hanno chiesto un incontro con i vertici del governo per rivedere e modificare i nodi più controversi. A dare l’avvio a questa mobilitazione è stato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che ha disposto di sospendere «qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica».

A questa prima presa di posizione ne sono seguite altre, a partire dal primo cittadino di Firenze, Dario Nardella, che ha affermato di voler agire nella legalità ma cercando una via alternativa a quanto previsto dal decreto sicurezza. Con lui si schierano Giuseppe Falcomatà (sindaco di Reggio Calabria), amareggiato per la scarsa concertazione nell’approvazione della norma; Federico Pizzarotti (sindaco di Parma), preoccupato che il decreto vada a creare problemi più gravi di quelli che già ci sono; Mimmo Lucano (sindaco sospeso di Riace), che esorta a disobbedire a una legge contro il rispetto della dignità umana. Nicola Zingaretti, governatore della regione Lazio e candidato alla segreteria del Pd, esprime la sua vicinanza a Orlando, mentre Beppe Sala, primo cittadino di Milano, ribadisce la necessità di rivedere il decreto e di tenere in considerazione le posizioni dei sindaci.

Particolarmente delicato è il caso del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, recentemente al centro del dibattito riguardante la Sea Watch, la nave con 32 migranti a bordo che da giorni è ferma nel Mediterraneo in attesa di essere accolta da un Paese europeo. Mentre il ministro Salvini prosegue sulla linea dura di chiusura dei porti, De Magistris si è detto disponibile e pronto ad accogliere i passeggeri della nave nella sua città. Commentando la sua decisione di non applicare il decreto sicurezza, difende la posizione di Napoli «dalla parte dei diritti» e afferma che si tratta di  «obbedienza alla Carta [costituzionale] e non disobbedienza civile».

Obbedienza alla Carta o disobbedienza civile?

Come può essere risolta, dunque, questa situazione di tensione? Secondo il ministro Salvini non ci sono dubbi: i sindaci e gli amministratori in disaccordo con il decreto devono dimettersi. Questo perché «se c’è una legge approvata dal Parlamento, dal governo e firmata dal Presidente della Repubblica, si rispetta», come ha affermato durante una diretta su Facebook, e ha continuato intimando ai sindaci di occuparsi dei problemi dei cittadini italiani, prima di pensare a quelli dei migranti. Anche Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale italiana, ricorda che non spetta alla pubblica amministrazione sollevare questioni di legittimità costituzionale e, di conseguenza, a meno che non sia esplicitamente previsto, un sindaco non può scegliere deliberatamente di disapplicare una legge dello Stato.

I dubbi di costituzionalità riguardo il decreto sicurezza, tuttavia, rimangono, e nonostante il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sia detto disponibile a un incontro fra il governo e l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), la questione sembra ben lontana dall’essere risolta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *