Il Movimento 5 Stelle è populista?

Le elezioni del 4 marzo sono alle porte e, in piena campagna elettorale, una delle parole che sembra riscuotere più successo è il termine populista. E non è un mistero che sul banco degli imputati, tra i destinatari di tale etichetta usata in senso negativo, ci sia anche il Movimento 5 stelle. Se a torto o a ragione, proveremo a stabilirlo in seguito, non senza difficoltà.

Per quanto il concetto abbia infatti una natura impalpabile e profondamente scivolosa, che si presta a numerosi abusi, in realtà alcuni punti fissi è possibile tenerli. Altrimenti si corre il rischio di cadere nuovamente in quel calderone da campagna elettorale in cui si può dire tutto e il contrario di tutto, con la stessa velocità di un tweet. Cosa caratterizzi un partito populista e se il Movimento 5 stelle possa essere considerato tale è proprio quello che cercheremo di stabilire nelle prossime righe.

Definire il populismo

Per la maggior parte degli osservatori, il Movimento 5 stelle presenta gli aspetti tipici di un movimento populista. Cercando di chiarire i confini del fenomeno, recentemente Marco Tarchi ha definito il populismo come quella mentalità o modo di pensare che considera il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili; depositaria di virtù etiche e qualità naturali contrapposte ai vizi delle élite; che rivendica il primato del popolo come unica fonte di legittimazione del potere, al si sopra di ogni mediazione e rappresentanza. I punti chiave della nostra analisi sembrano dunque essere tre: l’appello al popolo, la polemica contro le élite, la critica contro le istituzioni. Vediamoli nel M5S.

Appello al popolo

Non è difficile riscontrare nella comunicazione del M5S e nell’oratoria di Grillo un continuo richiamo ad un popolo eticizzato, buono di per sé, una comunità unitaria non solcata da divisioni. Parlando a nome dell’uomo comune qualunque, fanno appello alla ribellione dei cittadini onesti contro i potenti, contro i politici di professione egoisti, corrotti. Il desiderio è quello di riottenere la legittima sovranità, usurpata dalle élite politiche, sociali ed economiche. La divisione fondamentale dunque non è più quella destra-sinistra, quanto quella sopra (corrotti) e sotto (onesti). In questa visione redentrice, che vede l’eterna contrapposizione manichea popolo-bene e élite-male, non c’è spazio per tutto ciò che non è popolo, gli stranieri, i diversi.

Anti-élite, anti-istituzioni

La protesta del M5S, sin dalle origini del Blog e dei Vaffa-Day, è spiccatamente indirizzata contro i vertici della politica e delle istituzioni. Contro tutti i partiti tradizionali, contro la casta politica, economica e degli intellettuali. Alle virtù etiche dei molti, la laboriosità, la semplicità, l’onestà, vengono contrapposti i vizi dei pochi che esercitano il potere a danno del popolo stesso. Gli attacchi al Parlamento “scatoletta di tonno”, al Presidente della Repubblica “mummia”, alla lentezza dei processi parlamentari. E’ qui che si manifesta tutta la loro l’insofferenza verso le istituzioni rappresentative e i vincoli imposti dai meccanismi democratici, in favore di un contatto diretto e genuino tra il popolo e il potere. Senza mediazioni e deleghe di rappresentanza. La fiducia nel popolo è totale, così come totale è richiesta la fiducia verso i leader, portavoce esclusivi degli interessi del popolo.

Personalizzazione

La personalizzazione è un tratto genetico del M5S: il movimento nasce centralizzato nelle mani di Beppe Grillo, fondatore e capo indiscusso e indiscutibile. Se l’organizzazione del movimento è strettamente leaderistica, in realtà il rapporto con la base è stato tormentato. La contraddizione tra un leader dominante da un parte, e l’esaltazione del cittadino e dell’autogoverno quasi anarchico dall’altra, è profonda. Numerose sono state infatti le epurazioni e i contrasti aperti tra la struttura verticistica di Grillo e la base territoriale. L’uno vale uno delle origini è stato via via subordinato alle decisioni imposte dai leader; il fronte movimentista è stato via via silenziato con l’entrata e la permanenza del movimento nell’arena parlamentare. Il M5S nasce quindi come un populismo quasi puro, ma la frequente messa in discussione delle direttive di Grillo, lo scontro interno con la base territoriale e l’emergere di una quasi-classe dirigente capitanata da Di Maio, rendono il movimento un partito che, sebbene profondamente populista, mantiene caratteristiche sui generisAnche se la sua lenta transizione potrebbe completarsi già con le prossime elezioni del 4 marzo.

Populismo e democrazia

Per concludere, è emersa nell’analisi una questione spinosa che, forse, è la causa stessa della scivolosità concettuale del tema: il rapporto tra populismi e democrazia. Del resto appare evidente che, per usare le parole di Margaret Canovan, la democrazia e il populismo nascono come due “gemelli siamesi”. Per quanto litigiosi, sono costretti a stare insieme perché condividono la stessa origine, il concetto di sovranità popolare.

E’ l’insopprimibile tensione che oppone i principi nobili della democrazia e il suo funzionamento concreto. I populisti altro non fanno che pretendere il ripristino completo della “democrazia letterale” di cui parlava Giovanni Sartori, interamente fondata sulla sovranità popolare e priva dei vincoli costituzionali. E’ questo il rimedio invocato contro il dominio oppressivo delle élite tradizionali, contro la corruzione e il declino della politica. E’ questa la soluzione prospettata quando non è più tollerabile il distacco tra la volontà popolare e il volto pragmatico della democrazia, tra ciò che il popolo chiede e ciò che la democrazia riesce a fare. Un distacco che, come la frattura tra i pochi governanti e i molti governati, nella politica moderna è, di fatto, ineliminabile. Il populismo non solo prospera in questa ferita insanabile, ma la politicizza.

Per tanto, al di là della loro concezione meramente negativa, i partiti populisti si configurano come una alternativa sempre possibile nei sistemi politici contemporanei. Agiscono come campanello d’allarme, come spia d’emergenza ogniqualvolta la politica si sbilanci eccessivamente sull’autoreferenzialità e sull’autoconservazione, perdendo di vista i principi e gli ideali che dovrebbero guidarla. Primo tra tutti l’essere al servizio del popolo che rappresenta.

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