What’s in a name – La questione macedone

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno riempito le strade di Atene nella giornata di domenica. Alla violenza dei dimostranti radunati davanti al Parlamento hanno risposto i poliziotti lanciando gas lacrimogeni. Da qualche giorno la tensione all’interno del Paese sta crescendo esponenzialmente, ma il climax è stato raggiunto ieri, quando decine di migliaia di cittadini si sono diretti verso la capitale, provocando il caos generale. Qual è l’origine delle proteste?

What’s in a name?

Ciò che ha innescato la serie di manifestazioni è un accordo in discussione al parlamento greco, attualmente non ancora approvato, che prevede un cambio di nome per lo stato al confine nord con la Grecia. Il paese, comunemente identificato come Macedonia, dovrebbe modificare la propria denominazione da Repubblica di Macedonia (o Ex Repubblica Jugoslava di Macedoniacome è chiamata a dall’ONU sin dal suo ingresso nel 1993) a Repubblica della Macedonia del Nord. Fin qui, sembrerebbe trattarsi di una questione di poco conto, una mera precisazione burocratica, ma in realtà implica molto di più.

Una storia complicata

La Repubblica di Macedonia, ora indipendente, ha un passato piuttosto complicato. Ha fatto parte di numerosi imperi nel corso dell’antichità, da quello di Alessandro Magno a quello bizantino, passando per quello romano. È stata una provincia dell’impero ottomano dal XV secolo fino alla sua dissoluzione in seguito alle guerre balcaniche del 1912-1913. Dopo la prima guerra mondiale si unì al regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, rinominato nel 1929 Jugoslavia. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Macedonia fu occupata dalle potenze dell’asse, molti slavi macedoni appoggiarono il movimento di resistenza guidato dal maresciallo Tito, che sarebbe diventato, finita la guerra, presidente della Repubblica Popolare (in seguito Socialista) Federale di Jugoslavia. La macedonia si separò pacificamente dalla Jugoslavia nel 1991, rimanendo estranea alla guerra civile jugoslava dei primi anni ’90, m fu parzialmente coinvolta nella guerra del Kosovo del 1999. Dopo che circa 360000 albanesi si spostarono dal Kosovo in Macedonia, iniziarono a manifestarsi forti tensioni sociali, che videro necessario l’intervento di un piccolo contingente di forze NATO nel 2001. Da quel momento in poi, la situazione nel paese è rimasta relativamente tranquilla, anche se la questione del nome ufficiale non è ancora stata risolta.

Più di una Macedonia

Il problema del nome ha origine dal fatto che il termine Macedonia, che oggi viene comunemente usato per identificare la Repubblica di Macedonia, corrisponde in realtà a una regione geografica più ampia che comprende anche la parte settentrionale della Grecia e Tessaloniki, la seconda città greca per popolazione. Il fronte greco che si oppone all’adozione del nome ufficiale di Repubblica della Macedonia del Nord sostiene che si tratterebbe di appropriazione culturale, a cui si aggiunge il timore che la Repubblica di Macedonia possa in futuro sentirsi legittimata a rivendicare anche la Macedonia greca come parte del proprio territorio. Oltre a ciò, non mancano le critiche dal punto di vista etnico-culturale: alcuni cittadini greci non accettano che si usi la denominazione Repubblica di Macedonia perché ritengono che l’etnia (principalmente derivante dal gruppo slavo) non sia la stessa della regione greca. È per questo che da molto tempo la Grecia spinge per l’adozione di nomi composti quali nuova macedonia o macedonia superiore.

Difficile trovare un accordo

Zoran Zaev (sinistra) e Alexis Tsipras (destra)

Nel corso del tempo, la controversia tra i due Paesi ha assunto dimensioni tali che Atene ha posto il veto per l’ingresso della repubblica di macedonia sia nella NATO che nell’Unione Europea. Se il processo di cambio del nome andrà come previsto dalla Macedonia, la Grecia dovrà formalmente ritirare le proprie obiezioni all’ingresso del Paese nell’UE e nella NATO. Lo scorso 30 settembre si è tenuto in Macedonia un referendum non vincolante sul cambio del nome in cui il 90% dei votanti si è espresso a favore, ma cui ha partecipato solo un terzo degli aventi diritto, rendendo di fatto il referendum non valido. L’11 gennaio, il primo ministro macedone Zoran Zaev è riuscito ad ottenere l’appoggio dei due terzi del parlamento nei confronti di un emendamento costituzionale che renda possibile il cambio del nome, nonostante ci siano state proteste anche a Skopje. Ora spetta al parlamento greco dare o meno l’approvazione all’accordo stipulato da Zaev e il primo ministro greco Alexis Tsipras.

E ora?

Atene deve esprimersi sull’accordo entro questa settimana. Nonostante il presidente Tsipras appoggi l’ipotesi della modifica del nome, il ministro della difesa Panos Kammenos ha lasciato l’incarico la scorsa settimana, per disaccordo riguardo la questione macedone. Essendo Kammenos il leader dei Greci Indipendenti, partito che sostiene Tsipras dal 2015, il primo ministro si è visto costretto a chiedere un voto di fiducia al Parlamento per riconfermare il proprio governo. Se ciò viene analizzato alla luce delle proteste degli ultimi giorni, un voto favorevole alla Macedonia è tutt’altro che scontato.

Se la proposta riuscisse ad avere successo, significherebbe la fine di una disputa tra i due Stati confinanti durata 28 anni e l’inizio di un nuovo capitolo per la Repubblica di Macedonia, che sarebbe finalmente libera dalle imposizioni e dai veti della Grecia. Nel caso in cui, invece, l’accordo venisse respinto, è probabile che ciò porterebbe a una degenerazione dei rapporti tra i due Paesi. Pare che la questione macedone sia lontana dal concludersi.

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