Noa, l’eutanasia e i giornali: un cortocircuito mediatico

Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto. […] La mia non è una decisione impulsiva. Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno. Sopravvivo, ma nemmeno quello. Respiro, ma non sono più viva.

Le parole di Noa Pothoven, la ragazza olandese morta la scorsa settimana dopo aver smesso di nutrirsi, raccontano la sua storia meglio di tante altre. Noa aveva 17 anni e da bambina era stata abusata sessualmente più volte: a 11 anni durante una festa di compleanno, poi di nuovo un anno dopo e una terza volta a 14 anni. Da allora soffriva di disturbi da stress post-traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Più volte aveva tentato il suicidio ed era stata ricoverata in cliniche specializzate, e aveva raccontato la sua storia in un libro autobiografico, «Vincere o imparare».

Lo scorso dicembre la ragazza aveva contattato una clinica specializzata dell’Aja nel tentativo di ottenere l’eutanasia (la somministrazione da parte dei medici di un farmaco letale) o il suicidio assistito (l’assistenza medica per la somministrazione del farmaco). Richieste che le erano state rifiutate dalla sanità olandese, nonostante nei Paesi Bassi l’eutanasia sia legale anche per pazienti minorenni, sebbene a condizioni molto stringenti; condizioni che secondo i medici non erano presenti nel caso di Noa.

La sua vicenda si è trascinata fino alla fine di maggio, quando la ragazza ha annunciato di aver smesso di mangiare e bere e che entro dieci giorni sarebbe morta. In «un letto d’ospedale» nella sua casa di Arnhem, dopo aver salutato la famiglia – ormai consenziente – e le persone a lei care.

Già nelle ore successive alla sua morte, alcuni tabloid inglesi hanno pubblicato la storia di Noa sostenendo che la ragazza avesse davvero ottenuto l’«eutanasia legale» e quindi fosse morta con l’intervento attivo dei medici. Una ricostruzione errata che si è trasformata in una notizia falsa. I media inglesi sono stati poi ripresi da molti giornali e agenzie di stampa internazionali, con quelli italiani che hanno dedicato prime pagine e lunghi editoriali alla vicenda della «17enne olandese morta di eutanasia».

Per oltre due giorni una notizia falsa ha quindi dominato il ciclo mediatico in Italia e – in misura minore – negli Stati Uniti, in Canada e Spagna. Un clamoroso caso di disinformazione che mette in luce il pressapochismo e la sciatteria che troppo spesso caratterizzano il lavoro delle grandi redazioni. Una tale superficialità riservata a una vicenda umana così tragica può indurci a inorridire e riduce ulteriormente la fiducia nei confronti dei media tradizionali. Viene spontaneo liquidare il tutto accusando i soliti giornalisti senza cervello e sputando sullo stato del giornalismo italiano, sempre pronto a gettarsi sul sangue delle vittime. Viene spontaneo pretendere scuse e dire loro che si devono vergognare.

Ma forse è più utile indagare i meccanismi che hanno reso possibile la rapida diffusione di una notizia falsa. Ricostruire il percorso che ha fatto rimbalzare su testate rispettabili la notizia dell’«eutanasia su una minorenne», una storia paurosa e divisiva – irresistibile per i clic che porta e per i dilemmi a cui rimanda; indagare le logiche che regolano il lavoro delle redazioni tradizionali, all’insegna di semplici automatismi, ingenuità e piccoli interessi personali. Per arrivare non tanto alle scuse e non solo alla correzione dell’errore, ma a prendere provvedimenti perché simili episodi non si ripetano più.

Un cortocircuito mediatico

Una dettagliata ricostruzione del «cortocircuito disinformativo» si deve a Valigia Blu, che ha evidenziato come la catena di disinformazione sia «partita dal Regno Unito per poi diffondersi in altri paesi, dall’Australia all’India, fino ad arrivare in Italia». Inizialmente in Olanda ne hanno parlato solo due giornali, attenti a non definirlo un caso di eutanasia. Il primo sito straniero a dare la notizia è il Daily Mail, screditato tabloid inglese che – «unendo gli indizi» seminati su Instagram da Noa – arriva alla conclusione che si sia trattato di «eutanasia legale». Senza fare alcuna verifica sul campo.

L’articolo viene poi ripreso da Newsweek e da Euronews, che aggiungono nuovi dettagli, dal Times e dall’Indipendent in Gran Bretagna, da Fox News e dal Washington Post negli Stati Uniti. La notizia sbagliata è quindi partita da fonti inaffidabili (i tabloid inglesi), è stata ripresa da media semi-affidabili (Newsweek) ed è poi finita su giornali generalmente affidabili (il Washington Post). Come nota Rivista Studio, si è creata una catena che procede per livelli di inaffidabilità: «difficilmente un giornale di alto livello si sarebbe fidato di un tabloid inglese come fonte primaria, ma visto che la notizia era stata ripresa da testate di livello buono, seppure non eccelso, si sono fidati».

A segnalare che in realtà Noa non aveva ottenuto l’autorizzazione per l’eutanasia e di fatto si era lasciata morire è una giornalista di Politico Europe, seguita da una parlamentare di Sinistra Verde e, in Italia, da Marco Cappato. Intanto però la notizia dell’eutanasia ha guadagnato le homepage dei quotidiani italiani, prima del Corriere della Sera e dell’agenzia Ansa (i cui lanci vengono ripresi dai vari media), poi da La Stampa e dalle reti all news. Mentre arrivano i primi commenti politici: da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, a Papa Francesco, secondo cui «l’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti».

La Repubblica e Il Giornale scrivono che «la morte di Noa Pothoven scuote l’Olanda», anche se nel suo paese non se ne è quasi parlato. «Dov’è successo, in Olanda? Ah lì l’eutanasia è legale. Metti, metti che scuote l’Olanda, che di sicuro c’è un casino là!». L’automatismo di un titolo, una piccola pigrizia che contribuisce a costruire un castello di falsità.

E ancora il giorno dopo, i giornali cartacei riportano la morte della ragazza per eutanasia e pubblicano una serie di editoriali sulla vicenda: Gramellini titola «Lasciatemi andare» la sua rubrica sul Corriere, la Repubblica ospita le riflessioni della filosofa Marzano e dello psicanalista Recalcati, mentre Borgonovo su La Verità parla di «passo verso l’abisso». Tutte analisi basate su una notizia falsa generata da una cultura della non verifica e del sensazionalismo, e solo in alcuni casi da faziosità politica: come nota Luca Sofri, «la falsificazione è stata ritenuta utile sia da chi ha un’agenda contro il tema del fine vita sia da chi sosterrebbe senz’altro di non averla o di averla opposta».

La fotonotizia sulla prima pagina del Resto del Carlino del 5 giugno

Non tutti però sono caduti nella trappola dello «Stato che uccide una minorenne». In Italia c’è stata una sorta di frattura generazionale, con i media rivolti a un pubblico giovane che hanno affrontato la questione della bufala in modo molto più diretto rispetto ai media mainstream. Il Post, Vice e Wired – certo desiderosi di distinguersi dai «fratelli maggiori» – hanno approfondito la diffusione della falsa notizia; la stessa cosa hanno fatto Fanpage e David Puente su Open. Più che sul divario «alto-basso», la divisione nell’approccio dei media si è quindi basata sulla distinzione «giovane-vecchio».

Le possibili reazioni

Fin qui la ricostruzione di questa incredibile spirale di cattiva informazione. Ma cos’è successo dopo, quando l’errore era ormai venuto alla luce? Con il passare delle ore quasi tutte le testate hanno modificato gli articoli, sottolineando che a Noa era stata rifiutata l’eutanasia, ma poche hanno ammesso l’errore: nella maggior parte dei casi, i giornali italiani hanno accennato all’emergere di «nuovi elementi» che avrebbero chiarito il «giallo della sua morte», fino ad ammettere che la ragazza si è lasciata morire, rifiutando cibo e acqua. Niente eutanasia quindi, anche se l’impressione è che per le grandi testate «in fondo la sostanza non cambia».

Più rare sono state le rettifiche pubblicate dai giornali. In Italia soltanto la Repubblica e La Stampa hanno inserito una nota di chiarimento alla fine dei loro pezzi, e il direttore Verdelli si è scusato su Twitter. Gli altri siti si sono limitati a modificare in silenzio gli articoli. All’estero si è distinto il Washington Post, che ha pubblicato una rettifica inserendola in apertura dell’articolo e rilanciandola sui social.

E quindi, cosa si può fare dopo? Di certo riconoscere esplicitamente l’errore e modificare l’articolo, o forse addirittura cancellarlo – dato che se non si fosse erroneamente parlato di eutanasia la notizia nemmeno avrebbe superato i confini olandesi. Ma di per sé le scuse servono a poco e rischiano di essere vuote. Ciò che serve davvero è un impegno concreto a cambiare i sistemi che producono simili errori, cambiare i meccanismi che regolano la routine di molte redazioni.

Si pensi ad esempio ad alcune testate locali – magari anche con una loro dignità – che sfornano ogni giorno decine di pezzi su piccoli casi di cronaca; articoli che hanno come prima e unica fonte le «veline» delle forze dell’ordine, i lanci d’agenzia o i comunicati stampa di qualche azienda o istituzione. Senza che chi vi lavora percepisca alcuna contraddizione tra queste dinamiche e l’idea di fare bene il proprio mestiere. Altro che accuratezza e controllo delle fonti!

Serve insomma un cambiamento della cultura giornalistica italiana, da sempre caratterizzata da un basso livello di professionalità. Un’impresa non facile che richiede ai vecchi media di ripensarsi con trasparenza, se non vogliono perdere ulteriore credibilità e fiducia: come ha fatto Euronews, che dopo aver corretto la falsa notizia ha ammesso di averla pubblicata senza verifiche e ha avviato un’indagine interna per capire cosa non ha funzionato, annunciando di aver intrapreso «azioni appropriate per evitare che ciò accada di nuovo».

Sempre che i media tradizionali abbiano la volontà di mettersi in discussione e non solo di chiudersi in logiche corporative. Perché intanto i «media giovani», sempre meno «giornali» di breaking news e sempre più spazi di approfondimento – liberi da vecchie logiche e da modelli di business superati – non restano fermi a guardare.

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