Non chiamatela alternanza!

I dati flop del cuore della legge 107/2015 chiamata “Buona Scuola” ci impongono di ripensare in senso europeo il concetto di lavoro formativo nelle scuole, oggi ancora contraddistinte dal vecchio classismo.

Ciò che ha richiamato in piazza gli studenti delle scuole superiori il 13 ottobre non è un appello di “bamboccioni”, “menefreghisti radical-chic” che “fanno caciara appena si parla di lavoro alle superiori”. Perché le reazioni susseguitesi hanno coinvolto persone di ogni età, in particolare di altri giovani loro coetanei che hanno riversato sul web i loro complessi problem solving e imitazioni anglosassoni della filosofia no pain no gain. Per esempio: “Lavare i piatti è formazione eccome! Invece di studiare e laurearmi io l’ho fatto a Londra per anni”. “Delle tue aspirazioni il mercato se ne frega! I sogni sono un problema vostro, non sperate che vi diano il lavoro retribuito per cui avete studiato”. “Parti dal basso, lavora anche gratis e fatti un’esperienza di vita vera!”

Tutti questi richiami destrorsi al lavoro che nobilita l’uomo e soprattutto lo studente scansafatiche, non sono contemplati nell’analisi della questione. Per spiegare gli effetti di due anni di “Buona Scuola” bisogna allontanarsi dagli opinionisti dei salotti di facebook e twitter.

Prima della legge 107/2015 l’Alternanza scuola-lavoro si sviluppa in alcuni istituti grazie ad alcuni insegnanti innovatori, ma solo nel 2005 viene codificata dal Dlgs 77 che attua le disposizioni della legge 53/2003. Ciò nonostante le esperienze in Italia rimangono frammentate e occasionali. Con l’ultima legge, l’alternanza come “metodologia didattica” e “modalità formativa”, diventa obbligatoria per gli studenti degli ultimi tre anni della secondaria superiore. Nel triennio lo studente frequenta periodi di apprendimento a scuola e altri in contesto lavorativo. Il monte di ore è di circa 400 negli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei. I presidi di questi ultimi spiegano come sono stati forzati a partire da zero, mentre gli altri istituti avevano consolidato negli anni una rete di imprese dove formare i gli studenti.

Tralasciando l’ideologica positività dell’avvicinamento dello studente al percorso lavorativo e al miglioramento delle proprie competenze, coinvolgendo 900.000 aderenti al progetto della legge, non è ancora possibile cantare vittoria. La riforma del Ministero ha prodotto risultati diversi a seconda delle scuole, spesso impreparate a collocare gli studenti per un grande monte di ore e senza i finanziamenti adeguati. Sono tanti i racconti degli studenti che segnalano l’inutilità delle mansioni svolte presso istituti pubblici o privati, associazioni, musei e imprese. Lo sforzo ricade sui professori che devono esaminare centinaia di progetti dei propri studenti e stabilire contatti con le aziende disposte a ospitare i ragazzi. “Un docente responsabile dei progetti per l’alternanza – racconta il professore – ha dovuto seguire 1300 studenti: ha dovuto tenere i contatti con le imprese, con le famiglie, sottoscrivere gli accordi, controllarli” spiega Giannelli, ricercatore in Scienze dell’amministrazione all’università di Urbino. Al mancato controllo della qualità dei progetti, si aggiunge una alta soglia minima obbligatoria di ore per completarli, costringendo a distribuire l’alternanza anche nei mesi estivi. E quest’ultimo aspetto compromette coloro che d’estate vorrebbero lavorare davvero per contribuire al pagamento dei propri studi.

Secondo la ministra Valeria Fedeli: “L’alternanza non è apprendistato. Si è introdotta un’innovazione didattica nella scuola, per consentire ai ragazzi di completare il proprio percorso formativo con competenze nuove, che difficilmente maturerebbero nel solo ambito scolastico. Mentre in apprendistato si impara come si fa un lavoro”. Ma a spingere gli studenti a manifestare il 13 ottobre sono stati i casi di sfruttamento travestiti da lavoretto formativo, il cui palmarès della subalternità è conteso tra le aziende McDonald’s, Zara e Autogrill.

Il Miur ha convocato gli stati generali per il 16 dicembre con l’intento di modificare le criticità della riforma e introducendo la “Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro”, prevista dal comma 37 della 107, insieme a una piattaforma. Chi valuta l’attività svolte fuori dalle aule? Sono previsti due tutor, uno interno alla scuola e l’altro nel luogo di lavoro; inoltre gli studenti presenteranno un elaborato agli orali della maturità a partire dal 2019. Ma è difficile presentare senza criticità un triennio di manodopera gratuita, mentre l’edilizia scolastica nazionale è pessima, il Diritto allo studio non assicurato e le famiglie costrette a spendere dai 1000 ai 1500 euro annui in trasporti inefficienti, tasse e libri. Ecco quindi che il Miur, ad oggi, difende la Buona Scuola perché normativa che prepara gli studenti a un mondo di precariato e sfruttamento. Per scelta politica si è stabilito di non investire nella formazione permanente destinata al lavoro, come furono le 150 ore inaugurate nel 1973 in Italia, o nell’istruzione di alto livello seguendo l’esempio della Germania. Si sono preferiti i McJob, lavori sottopagati con nessuna possibilità di avanzamento, la cui maggioranza dei casi impediscono di far emergere le esperienze positive di alternanza scuola-lavoro, ancora poche (circa il 20% dei progetti).

L’intenzione di collegare le scuole con il mondo del lavoro eliminando il divario tra teoria e prassi, ha accentuato, invece di contrastare, il classismo. I banchi non sono tutti uguali oggi, citando l’ultimo libro del giornalista, scrittore e professore Christian Raimo. L’ultima rilevazione dell’Istat fissa infatti la dispersione scolastica al 14,7%, con picchi del 24% in Sicilia o in Sardegna: la media europea è dell’11%, e stanno peggio di noi solo Spagna, Portogallo, Malta e Romania. Una ricerca dell’Isfol (l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) certifica che i figli di genitori privi di titolo di studio proseguono oltre l’obbligo solo nel 44,9% dei casi, mentre per i figli di genitori laureati la percentuale è del 99,1%. Come attesta uno studio della Fondazione Einaudi del 2016, più di metà di coloro che proseguono oltre la scuola dell’obbligo e concludono gli studi segue lezioni private. Non è necessario specificare il giro di affari che esclude coloro che non possono permettersi costi aggiuntivi da un insegnante che, molto spesso, è costretto a impartire corsi a casa propria per sbarcare il lunario.

Si è perso il concetto di scuola pubblica di Condorcet che nel Settecento sosteneva che dovesse “diminuire l’ineguaglianza che nasce dalle condizioni economiche, mescolare tra di loro le classi che tale differenza tende a separare”. La diseguaglianza aumenta di istituto in istituto, di regione in regione, e l’inserimento di stage curricolari male imposti e incontrollati confermano l’idea che la formazione non promette un lavoro dignitoso e retribuito, mentre all’università pubblica si iscrivono “5,3% dei figli di genitori senza titolo di studio, il 14% dei figli di genitori con la sola licenza elementare, il 45% dei figli di diplomati e l’83,6% dei figli di laureati”.

Se l’inserimento dell’alternanza scuola lavoro compromette l’idea dell’istruzione uguale, gratuita e accessibile a tutti, è giusto ascoltare e schierarsi con gli studenti che rivendicano un radicale cambio di passo e politica. Le soft skills diffuse nel linguaggio aziendalese e nei manuali di management sono entrati nelle circolari scolastiche del Ministero dell’Istruzione, senza guidare i presidi e il personale verso una “Buona alternanza” con i parametri da rispettare. Se non si combattono i pregiudizi speranzosi del “modello italiano” non resta che rassegnarsi alla professionalizzazione dell’istruzione e a guardare minacciosamente il latino, il greco, le facoltà umanistiche e di “scienze delle merendine.”

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