Offerta politica o politica dell’offerta?

Parenti serpenti

Tre dogmi di fede ruggiscono poderosi nei decenni, provenienti dalla penisola italica: 1) non ci sono più le mezze stagioni; 2) investire, sempre e comunque, sul mattone; 3) il centro-destra unito vince. Che alla prossima tornata elettorale vinca il centro-destra, dunque, è pressoché certo, tautologico; ma il centro-destra è davvero così unito?

Il referendum per l’indipendenza (sigh!) di Veneto e Lombardia è stato, per Matteo Salvini, «un’occasione unica per la prima volta nella storia»; per Giorgia Meloni, una rincorsa agli «egoismi locali»; mentre Silvio Berlusconi, dopo aver «chiesto ai [suoi] avvocati», «[sperava] di votare». La Lega, poi, tra i suoi punti programmatici propone «l’azzeramento» della Legge Fornero, mentre per Berlusconi «alcune cose vanno tenute». Infine, in materia di moneta unica europea, mentre Salvini registra il marchio “Basta Euro”, Berlusconi dichiara che «non si esce dall’euro, su questo ho convinto Salvini. Ma per sostenere i consumi delle famiglie occorre introdurre una seconda moneta, come si è fatto nel Dopoguerra con le Amlire. Avrei voluto chiamarla Silvia, ma invece si chiamerà Lira». 

Se non fosse quello dell’Europa, il motto del centro-destra sarebbe “uniti nella diversità”: un covo di serpi, in cerca del bis.

 

Rally e ragli

La corsa elettorale è iniziata (pur non essendosi mai conclusa) e Luigi Di Maio, candidato del Movimento 5 Stelle, ha mani sul volante e piede sull’acceleratore, inossidabile guida a 5-stelle. Il #rally è cominciato, tra costanti accelerazioni, brusche frenate e sgommate sull’asfalto del proporzionale e nelle mutande dell’uninominale.

Il Giggino nazionale, moderato nei suoi eccessi («sono senza laurea per non approfittare del mio ruolo»), instancabile tanto nelle salite («l’euro è uno strumento […]: il problema sono le regole che [gli] girano attorno»; dunque il Movimento propone «un referendum sull’euro») quanto nelle discese (la Legge Fornero «va abolita non solo per chi deve andare in pensione, ma per tutti»), prosegue indomito: tra rapidi cambi di marcia («è ora di pensare in grande: nuovo Statuto e regole per le candidature»), errori col GPS («bisogna dialogare [con i] paesi del Mediterraneo come la Russia») e rapide inversioni a “U” («non tocchiamo gli ottanta euro»).

L’andatura sportiva, almeno inizialmente, fa aumentare l’autostima del conducente, ma la possibilità d’un incidente aumenta, così come la certezza di far vomitare i passeggeri. Tipico rischio, quest’ultimo, di parlare alla pancia del Paese.

 

Grasso è bello

Pietro Grasso ha deciso di fare il definitivo salto di qualità: quello da una poltrona all’altra. Così, conscio che l’ultima carica dello Stato a defilarsi dal proprio partito per candidarsi fondando il proprio fu Gianfranco Fini, ha deciso di correre ai ripari (invece che a Montecarlo).

Addentratosi nel terreno scivoloso della sinistra (extra PD, dunque della sinistra) ha deciso di mostrarsi solido, fermo e credibile. «Aboliamo le tasse universitarie»: un target giovane, per un neonato partito, guidato da un uomo di Stato, credibile ed istituzionale, soltanto per chi non lo conosce. “Grasso è stato un grande magistrato”, ma soltanto per chi non può sapere o ricordare che rifiutò di firmare, o anche solo vistare, l’atto di appello della propria Procura contro l’assoluzione in primo grado di Giulio Andreotti. “Ha conseguito molti successi nell’antimafia”, ancorché abbia processato soltanto Totò Cuffaro e Vincenzo “Mangialasagne” Lo Giudice, sprecando tempo e risorse col pentito Antonio Giuffrè. “E’ un uomo di sinistra”, che tuttavia si è accaparrato tre leggi ad personam (le contra Caselli) del governo Berlusconi, uomo che, dal Vangelo secondo Pietro, merita un «premio speciale» antimafia.

«Grasso, quando era giovane, giocava a calcio nella mia squadra, la Bacigalupo, ed era famoso perché a fine partita usciva sempre pulito dal campo: anche quando c’era il fango, lui riusciva sempre a non schizzarsi». Parola di coach Marcello Dell’Utri.

 

La bomba del Bomba

Il migliore, ma solo perché “nuovo è sempre meglio”, è Matteo Renzi. Padre costituente mancato, più che mai figlio di Tiziano, il Bomba nazionale ha deciso, definitivamente, di fare il botto. Non ce n’è: lui in campagna elettorale le spara.

Il primo proiettile estratto dalla cartucciera elettorale si chiama «abolizione del canone RAI»: incoerenza per i più disattenti, genialità per gli altri. Non solo Matteo, da fine statista, ha unito l’Italia sotto l’ombrello della tassazione del canone, ha fatto cessare la pioggia (d’altronde, com’è noto, se piove il governo è ladro). Renzi ha trasformato gli italiani da popolo d’evasori del canone a popolo costretto al suo pagamento, soltanto per renderlo popolo legittimato, per legge, alla sua evasione.

Massimo D’Azeglio è stato definitivamente superato: fatta l’Italia, abbiamo legalizzato l’evasore.

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