Paraguay, gli ultimi sviluppi di una storia di solitudine

Cosa sappiamo del Paraguay? Augusto Roa Bastos, il più celebre scrittore paraguaiano di tutti i tempi, definì il suo Paese “un’isola circondata dalla terra”, epicentro sconosciuto del continente sudamericano. Per i guaranì, invece, sarebbe “l’Oceano che va verso l’acqua”, sebbene il Paraguay non goda di alcuno sbocco sul mare. Tra le due definizioni intercorre una contraddizione che sembra trovare un denominatore comune in una dichiarazione di isolamento. Non a caso, quella del Paraguay è soprattutto una storia di solitudine, una storia di emarginazione edificata da dittature inamovibili che nel tempo hanno contribuito a creare una narrazione manipolata, tuttora oggetto di controversie. Se oggi possiamo ricostruire quasi due secoli di storia del Paraguay è proprio grazie alle opere di Roa Bastos, che nel corso della sua carriera di scrittore ha prodotto importanti pagine destinate a diventare le uniche opere in grado di consegnare alla letteratura mondiale la testimonianza di un Paese ai più ignoto. Un Paese che, forse per vocazione geografica, ha sviluppato una certa inclinazione isolazionista, dove il potere politico si è sedimentato in maniera irreversibile senza aprire la strada ad istanze di rinnovamento. Ed è proprio da questo Paese che oggi ci arrivano notizie preoccupanti. Un Paese esasperato che si sta già preparando ad una stagione di pesanti conflitti.

 

“Io, il Supremo”

Nel 1974 Augusto Roa Bastos scrisse “Yo, el Supremo”, considerato dalla critica il suo romanzo più importante. Scritto durante l’esilio in Argentina, il titolo fu un chiaro riferimento al “dittatore perpetuo” Gaspard Rodriguez de Francia che terrorizzò il Paraguay dal 1816 al 1840, chiudendo ermeticamente le frontiere del Paese. Con questo romanzo, lo scrittore volle comunicare come l’impianto della “dittatura perpetua” in Paraguay fosse già destinato a perdurare in maniera irreversibile, segnando il destino politico del Paese nei decenni successivi. Erano questi gli anni della feroce di dittatura di Alfredo Stroessner, un periodo che durò dal 1954 al 1989, dove il Partido Colorado, di stampo conservatore, instaurò un potere granitico. Dello stesso partito fa parte l’attuale presidente del Paraguay, Horacio Cartes, in carica dal 2013. Quest’ultimo è ora al centro di un’accesa polemica che qualche settimana fa ha portato centinaia di manifestanti ad incendiare la sede del Congresso paraguayano. La protesta è scoppiata dopo che si era diffusa la notizia che venticinque senatori, di maggioranza e di opposizione, avevano imbastito una sessione parallela e a porte chiuse della Camera alta, nella quale avevano approvato all’unanimità una riforma costituzionale che permette la rielezione del capo dello Stato, a seguito di una modifica del regolamento che prevedeva una maggioranza di almeno trenta voti per poterla portare a termine. La riforma è nata a sua volta da un accordo politico, mai riconosciuto pubblicamente, fra l’attuale presidente Horacio Cartes e il suo predecessore Fernando Lugo, destituito nel 2012 attraverso un “impeachment”. Con questa riforma potrebbero ripresentarsi entrambi come candidati alle elezioni del 2018, manovra che molto probabilmente porterebbe alla rielezione dell’attuale presidente in carica, anche se, proprio poche ore fa, Cartes ha annunciato con una lettera all’arcivescovo di Asunción Edmundo Valenzuela, di rinunciare a presentarsi nuovamente come candidato alla Presidenza della Repubblica. Dal 1992, infatti, la rielezione del presidente era vietata per proteggere il Paese dalle dittature, mentre questa riforma sembra voler riportare il Paraguay ad un’involuzione in senso autoritario delle istituzioni dello Stato. La presunta decisione di Cartes ora sembra poter aprire la strada al dialogo tra le forze politiche ed alcuni attori sociali, tra questi, su tutti, la Chiesa Cattolica. Ma tra l’opinione pubblica al momento prevale la diffidenza nei confronti di Cartes e di una classe politica corrotta, con la paura che la sequélle del “Supremo” possa continuare sotto mentite spoglie.

 

“Senza sbocco sul mare”

Se le proteste dei manifestanti sono la cifra dell’esasperazione popolare, di certo non si sono fatte attendere le reazioni delle forze dell’ordine. Nei giorni scorsi hanno fatto il giro del mondo le immagini del momento in cui Rodrigo Quintana, venticinquenne, militante del Partido Liberal Radical Autentico (PLRA) del Paraguay – principale partito anti-governativo – viene ucciso a sangue freddo da un agente durante un’incursione della polizia nella sede del partito di Asunción. Immagini di una violenza inaudita che offrono agli occhi del mondo il ritratto di un Paese che sta attraversando non solo una grave crisi istituzionale, ma una crisi di nervi che difficilmente potrà essere sopita. E mentre c’è chi pensa che il giovane Quintana sia l’equivalente paraguayano di Mohamed Bouazizi – il ragazzo tunisino che si diede fuoco a Sidi Bouzid innescando la primavera araba –  per le strade di Asunción si respira un’aria tesa. D’altronde, la stessa che probabilmente si respira da sempre all’interno di un Paese senza sbocco sul mare.

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