È possibile la coesistenza tra Islam e Occidente?

Qualche giorno fa ho avuto un’interessante conversazione con un mio amico, Antonio. Stavamo discutendo sull’Islam in generale: la dimensione etica che vi è dietro, la routine di preghiera, il mese di digiuno del Ramadan e il continuo contatto spirituale con Dio, che in un certo senso si manifesta anche nelle espressioni più colloquiali e quotidiane come Inshallah (“se Dio vuole”) o Mashallah (espressione di gioia, gratitudine o apprezzamento che letteralmente significa “Dio l’ha voluto”) o ancora Wallah/Wallahe (“te lo assicuro!”, ovvero il solenne “giuro su Dio!” che in italiano non usiamo tanto).
In particolare Antonio chiedeva la mia opinione riguardo ad un innocuo episodio avvenuto poco prima: aveva discusso con due suoi amici, musulmani, sull’inconciliabilità di alcuni “valori islamici” con quelli “occidentali”.
Inizio a pensarci.

Sicuramente è sbagliato partire dal presupposto che l’Islam sia un fenomeno prettamente sud-orientale: i musulmani oggi nascono e crescono anche in Occidente e sono parte integrante e attiva del tessuto sociale locale. Certamente essere musulmano o musulmana significa essere membri di una comunità che va oltre i confini regionali o statali, ma appartenere alla Umma non implica l’isolamento più o meno intenso dalla società civile in cui si vive come invece si è propensi a pensare. Si tratta di una semplice categoria identitaria trasversale e trans-nazionale, che –per quanto forte possa essere– non potrà mai imporsi su tutti gli altri fattori identitari che l’individuo sente come propri: un certo Amir nato a Damasco e cresciuto a Torino non potrà mai sentirsi solo musulmano perché sarà sempre anche uomo, italiano, siriano, torinese, damasceno e magari anche cestista, scacchista e così via.
L’uomo è un animale sociale e come tale è fatto di identificazioni e differenziazioni eterogenee e fluide che lo rendono aperto al cambiamento. Il cattolicesimo non è più il collante della società italiana: dovremmo smettere di guardare all’Islam come se fosse sinonimo di estraneità culturale e come se gli italiani fossero tutti esclusivamente cattolici.
Esiste un Islam Occidentale, con istanze e prerogative diverse rispetto a quelle dei paesi d’origine, frutto del colonialismo, della globalizzazione, delle migrazioni massicce e dei conflitti generazionali.
Citando un interlocutore della Consulta per l’Islam italiano: «l’Islam non è altro che una peculiarità della nostra identità italiana più complessiva» (intervista del 25 agosto 2006 per Affari Italiani).

Ma se esistono versioni dell’Islam adatte ai nuovi contesti storici, politici e sociali, allora perché vi è un appiattimento della diversità presente tra i vari attori musulmani? Come mai non ne sappiamo nulla?
Generalmente tendiamo a polarizzare i musulmani tra radicali, chi crede nella presa totalitaria dello stato e legittima la forza, e moderati, chi invece ha fiducia nelle riforme democratiche e nella giustizia statale. Questo perché, in particolare dopo l’11 settembre, viviamo in un contesto politico e mediatico globale che certo non favorisce un dibattito interreligioso sereno e privo di sospetto. Viviamo negli anni delle guerre al terrorismo e il terrore non crea distensione e accettazione ma odio e discriminazione. Il sistema sociale in cui siamo inseriti però risponde agli stimoli e agli umori: è normale e meccanico che i due amici di Antonio si siano ritirati sulla difensiva creando un “noi musulmani” opposto ad un “loro occidentali”, perché quello in cui vivono è un apparato che non li vuole integrare ma solo assimilare. Oggi i musulmani vengono visti principalmente all’interno di due «cornici interpretative» (A. Frisina, Giovani musulmani d’Italia, Carocci, 2007): una sicuritaria, nella quale l’Islam viene associato al terrorismo internazionale e i musulmani diventano presunti colpevoli, e una culturalista, in cui l’Islam è visto come incompatibile con la democrazia e i musulmani diventano i radicalmente altri, riproponendo gli stereotipi classici dell’orientalismo (E. W. Said, Orientalism, Pantheon Books, 1978). La verità è invece che, al contrario di ciò che indicano le statistiche per cui è musulmano chi è figlio di immigrati da paesi a prevalenza musulmana, la maggior parte dei musulmani di seconda generazione non si definisce neanche credente, ma l’islamofobia non favorisce l’autocritica e spinge su posizioni difensive che talvolta vivificano e radicalizzano l’identità islamica.

La concezione prevalente sembra quella culturalista che essenzializza le differenze e le considera quindi monolitiche e immutabili. Così facendo però perdiamo la visione d’insieme: sta infatti nascendo una classe media musulmana progressivamente de-etnicizzata, nella quale la memoria culturale legata strettamente al territorio d’origine si sta evolvendo in una serie di valori condivisi a livello sovra-nazionale e per la quale la religiosità islamica non viene vissuta come un rifugio identitario ma come una risorsa per la partecipazione sociale. Si tratta di un Islam post-nazionale che non si basa su una visione legalista dei precetti del Corano in cui vige il binomio halal/haram (lecito/illecito), ma in cui si dà spazio alle interpretazioni personali e all’individualizzazione della fede.
Si sta sviluppando un Islam progressista che non ruota attorno alla semplice approvazione o meno delle politiche dei governi attuali, come invece accade tra i musulmani moderati e radicali occidentali, ma che promuove attivamente la giustizia sociale, il pluralismo e le pari opportunità tra uomo e donna. È nata una nuova categoria societaria, più inclusiva e democratica e ben lontana dal radicalismo: quella dei giovani cittadini italiani di fede islamica, giovani che non rinnegano le proprie origini e che sono intrisi di senso civico e di voglia di partecipazione politica e sociale, ma che con l’odio e i pregiudizi imperanti certo non stanno incontrando pochi ostacoli.

Quindi no, Antonio, Islam e Occidente non sono inconciliabili. L’Islam non è unico e ne esistono di innumerevoli forme. Ciò che è radicale è per definizione incompatibile con la maggioranza della società e l’Islam sicuramente non promuove il messaggio negativo di esclusione che siamo quotidianamente portati a pensare. Non vedere nei discorsi di quei due tuoi amici degli attacchi ai “valori occidentali”: principi come il pluralismo, la laicità, la democrazia e i diritti umani sono assolutamente condivisi e condivisibili dai musulmani, i tuoi amici stavano semplicemente assumendo un atteggiamento difensivo a protezione di quella che è la loro dimensione etica e a protezione di quei valori di morigeratezza e spiritualità con cui sono cresciuti e che spesso vivono come uno stigma. La loro è una moralità che va un po’ controcorrente rispetto a quella dei “tipici giovani occidentali”, ma ugualmente inseribile nella cornice democratica in cui viviamo oggi.
È importante però garantire la libertà culturale e il diritto alla differenza, «la libertà di scegliere le proprie identità» (rapporto dell’UNDP, 2004, pp. 20-2), senza scadere nel solito slogan dello «scontro di civiltà», perché il nemico che si sta cacciando non è esterno ma interno. Se parte della società italiana continuerà a considerare ogni musulmano italiano come straniero sarà ben difficile prevenire la radicalizzazione di alcuni soggetti: la domanda di inclusione è insita nell’uomo e se la risposta non proviene dalla società e dallo stato in cui vive allora andrà a cercarla altrove, cadendo anche nell’illegalità.
La lotta contro il radicalismo ha bisogno di politiche sociali e culturali piuttosto che di misure repressive: sarà la sfida delle istituzioni e delle società occidentali costruire una cittadinanza più inclusiva e attiva nei processi di identificazione e di inclusione dei giovani musulmani che le appartengono.

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