Quale futuro per l’UE? Prospettive dal Parlamento europeo

Di questi tempi parlare di Unione europea non è trendy. Tantomeno parlare del futuro dell’Unione europea. Non si capisce cosa sia e che ci stia a fare, figurati scervellarsi su dove andrà a finire. È più comodo darsi risposte facili, che cercare di addentrarsi nelle viscere di un problema. Same old story, non è certo la scoperta dell’acqua calda. Ma, se si tende bene l’orecchio al di fuori del chiasso mainstream, ci si accorgerà che c’è un mondo che parla, ragiona, si interroga e dibatte su quel che sarà di ciò che molti si ostinano a non riconoscere come casa propria. L’Unione europea è, nella sua imperfezione fisiologica, un po’ come quelle casette tutto sommato confortevoli, ma che presentano qua e là delle crepe che non ci fanno stare completamente tranquilli. Invece che fasciarci la testa sul fatto che ci possa crollare addosso, oppure pensare a un trasloco il più presto possibile, basterebbe un attimo fermarsi a riflettere e porvi rimedio laddove necessario.

La società civile, il mondo accademico e l’associazionismo, tutti si stanno mobilitando per avanzare una riflessione profonda sulla crisi che sta attraversando la nostra Unione europea. Il tema è sentito e dai giovani quasi visceralmente, perché siamo noi (mi ci includo) la generazione che più di tutte può definirsi interamente ‘europea’. Libertà di viaggiare, di trasferirsi per qualche mese, di usare la stessa moneta, di studiare in altre università, di non pagare più il roaming, di lavorare per uno, due, tre mesi, magari un anno o tutta la vita, e poi spostarsi di nuovo, di stringere amicizie dall’Atlantico agli Urali, di innamorarsi in un’altra lingua e, in tutto questo, di vivere in pace, con persone di altri Paesi che puoi chiamare concittadini. Noi tutto questo lo sentiamo, e lo difenderemo. Ne do testimonianza nel mio piccolo, io come migliaia di altre persone, giovani e meno giovani. Siamo tanti e dobbiamo farlo sentire.

Se c’è questa richiesta di cambiamento, direte voi, le istituzioni europee stanno recependo il messaggio o fanno orecchie da mercante? La mia risposta è che, sì, c’è un dibattito sul futuro dell’Unione che da più di un anno si fa strada e che tocca tanto il Parlamento europeo, quanto Consiglio e Commissione. Se ne conoscono poco i contenuti, ma si farebbe il gioco dei populisti disfattisti se non fossimo sinceri per lo meno nell’ammettere che qualcosa bolle in pentola. Se sia poi qualcosa di commestibile, questo è un giudizio personale. Mi limiterò, d’ora in poi, a riportare solamente quello che è lo stato dell’arte del dibattito in corso al Parlamento, rimandando le altre letture agli opportuni link ipertestuali.

Il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 16 febbraio tre Relazioni di iniziativa sul futuro dell’Unione europea, il cosiddetto “Pacchetto sul futuro dell’UE”.

La prima, a firma degli onorevoli Elmar Brok (PPE)  e Mercedes Bresso (S&D), ha come obiettivo il miglioramento del funzionamento dell’Unione Europea partendo dal trattato di Lisbona, il cui potenziale sembrerebbe non esser stato ancora pienamente sfruttato. Premettendo che il principio della governance multilivello e la preferenza del metodo comunitario su quello intergovernativo rimangono gli strumenti più adatti per affrontare le sfide correnti, la relazione si concentra fondamentalmente su tre aspetti. A livello istituzionale, si propone che il Consiglio, abbandonando la pratica dell’unanimità, sia trasformato in un’autentica camera legislativa (tipo Senato), creando quindi un autentico sistema bicamerale che comprenda Consiglio e Parlamento, con la Commissione che funge da esecutivo. Si auspica altresì che la posizione di Presidente dell’Eurogruppo e quella di Commissario competente per i problemi economici e finanziari vengano fuse in una sola carica che ricoprirebbe anche il ruolo di Vicepresidente della Commissione, dunque responsabile come tutto il Collegio di fronte al Parlamento. Potrebbe anche chiamarsi “Ministro delle Finanze dell’UE”, una volta istituiti una reale capacità di bilancio e il Fondo monetario europeo. Il ruolo dei Parlamenti nazionali deve essere poi rafforzato, passando da “un loro ruolo negativo (difesa della sussidiarietà) a un ruolo propositivo, basato sulla logica della cooperazione istituzionale e politica”. Sulla dimensione economico-sociale, dunque, si auspica un pronto completamento dell’Unione Economica e Monetaria così da rendere le sue procedure più trasparenti e democratiche tramite una maggiore partecipazione dell’Eurocamera. Oltre a prevedere l’introduzione del Meccanismo europeo di stabilità nel sistema istituzionale, occorre una vera capacità di bilancio dell’eurozona per far fronte alle crisi e finanziare uno spettro maggiore di politiche, comprese quelle sociali ponendo in rilievo l’importanza del salario minimo, nonché le opzioni per un sistema di prestazioni minime di disoccupazione. Sulla dimensione esterna dell’UE, si richiede maggiore coerenza e responsabilità delle istituzioni, chiedendo più controllo parlamentare e più flessibilità finanziaria al fine di evitare i ritardi nell’erogazione operativa dei fondi. La cooperazione strutturata permanente nel campo della difesa è considerata infine una priorità non più rinviabile (effettivamente poi avvenuta con la PeSCO lanciata il 13 novembre scorso).

La seconda relazione è firmata dall’onorevole Guy Verhofstadt (ALDE). Essa condivide con la Relazione Brok-Bresso l’obiettivo di base di riformare l’Unione ma suggerisce di realizzare tale obiettivo attraverso una riforma dei Trattati. Alla luce di tale scenario si chiede la fine dell’Europa “à la carte”, suggerendo che “la prossima revisione dei trattati sia intesa a razionalizzare le attuali differenze foriere di disordine, ponendo fine alla pratica delle clausole di partecipazione e di non partecipazione e delle deroghe per singoli Stati membri al livello del diritto primario dell’UE, o almeno riducendola drasticamente”. A livello istituzionale, la Commissione – il governo dell’Unione – deve essere numericamente più snella, con i Vice Presidenti limitati al Ministro delle Finanze e a quello degli Esteri e diventare maggiormente responsabile di fronte al Parlamento europeo attraverso una riforma della legge elettorale che rafforzi il processo di elezione diretta del Presidente della Commissione. Il Consiglio europeo deve diventare un semplice organo di coordinamento del Consiglio dei Ministri, trasformato a sua volta nella Camera degli Stati. Avere un sistema di risorse proprie del bilancio UE, riducendo drasticamente i contributi nazionali, è la condizione per avere maggior autonomia e capacità di azione, soprattutto sul piano economico. Tre le proposte cardine a riguardo: un codice di convergenza giuridicamente vincolante, una comune capacità fiscale dell’area euro e la condivisione del debito, previo rispetto delle regole di convergenza (ndr per evitare il cosiddetto ‘moral hasard‘). Riguardo la politica estera, il rapporto prevede la creazione di un’Unione di difesa che costituisca il pilastro europeo della NATO, ma possa agire anche in modo autonomo, soprattutto per stabilizzare le regioni limitrofe.

Firmata dagli onorevoli Pervanche Berès (S&D) e Reimar Böge (PPE), la terza relazione affronta invece il tema della creazione di una capacità di bilancio della zona euro, con l’obiettivo di pervenire alla definizione di una fiscalità europea basata sulle risorse proprie dell’Unione. Viene espressamente criticato il fatto che “l’Unione economica e monetaria (UEM) sia inficiata da carenze sin dalla sua istituzione in virtù del trattato di Maastricht con l’attribuzione della politica monetaria al livello europeo, laddove la politica di bilancio resta di competenza degli Stati membri ed è soltanto inquadrata da disposizioni relative a un coordinamento limitato delle politiche nazionali”. Una politica monetaria comune senza una politica di bilancio comune non è perciò in grado di assorbire gli shock asimmetrici all’interno della zona euro. Il rapporto sottolinea che nello sviluppo della governance economica per la zona euro dovrebbe prevalere il metodo comunitario e che il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali abbiano un ruolo rafforzato.

Ovviamente le brevi sintesi di sopra riportate non esauriscono le proposte contenute dalle singole relazioni. Vi invito a leggerle, come anche gli articoli e saggi che si occupano di queste materie: sono temi che in larga parte stanno circolando e circoleranno ancora per un bel po’. Il Parlamento all’ora attuale sta continuando il dibattito, specialmente nella Commissione per gli affari costituzionali, nel cui sito potete trovare tutti gli aggiornamenti e i documenti del caso.

Le istituzioni stanno dunque mettendo carne sul fuoco, in vista della prossima legislatura che si prospetta cruciale per capire quali orientamenti prenderà l’UE nei decenni a venire.

Teniamoci costantemente aggiornati, restiamo sempre critici.

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