Il Regno Unito di domani

Boris Johnson e Jeremy Hunt sono i contendenti alla leadership del partito conservatore britannico. Ieri è andato in onda il primo dibattito pubblico fra i due candidati, durante il quale sono venuti inevitabilmente a galla tutte le preoccupazioni del Regno Unito di oggi, dalla Brexit alle recenti tensioni diplomatiche con gli Usa. Ancora nel mezzo di un periodo di incertezza politica, rimane da chiedersi: come sarà il Regno Unito di domani?

Goodbye, Theresa

Theresa May, entrata in carica come primo ministro dopo le dimissioni di David Cameron nel 2016, ha abbandonato a sua volta l’incarico lo scorso 7 giugno. Sostenitrice del Remain al referendum del 2016, nel corso di poco meno di tre anni May ha affrontato un inconcludente negoziato sulla Brexit, le dimissioni di diversi membri del governo, l’opposizione di una parte del suo partito, poi del Parlamento, e infine di una nazione scontenta. Il 24 maggio, quindi, May ha annunciato che sarebbe stato “nel migliore interesse della nazione” se un’altra figura avesse preso il suo posto nel processo della Brexit. Tuttavia, continuerà a svolgere il ruolo di Primo Ministro fino a quando non sarà eletto il suo successore.

Le dimissioni di May sono state accolte con entusiasmo dall’ala più intransigente del Tory party, soprattutto da chi insisteva per un atteggiamento più duro nei confronti dell’Unione Europea. La corsa per l’elezione del nuovo leader conservatore (e quindi del nuovo Primo Ministro) è iniziata un mese fa, il 10 giugno, con un numero iniziale di dieci candidati. Dopo cinque votazioni, la scelta si è ridotta a due contendenti: Boris Johnson e Jeremy Hunt. Oltre alle inevitabili differenze di opinione, il principale motivo di disaccordo tra i due parlamentari riguarda il processo della Brexit, e nello specifico la data in cui il Regno Unito dovrebbe effettivamente lasciare l’UE.

Per capire queste divergenze, analizziamo brevemente il profilo dei due candidati.

Johnson vs Hunt

Boris Johnson e Jeremy Hunt condividono un percorso educativo sia simile – entrambi hanno frequentato scuole private e poi l’università di Oxford – ma si differenziano nella carriera pre-parlamentare. Mentre Johnson ha svolto per diversi anni la professione giornalistica, essendo anche columnist per il Daily Telegraph, Hunt ha lavorato nel mondo degli affari e delle pubbliche relazioni.

Boris Johnson è entrato in Parlamento nel 2001. È stato sindaco di Londra per la durata di due mandati, dal 2008 al 2016. Ha fatto parte del governo May in qualità di Ministro degli Esteri fino alle sue dimissioni avvenute nel 2018, a causa dei ripetuti scontri con il Primo Ministro e altri membri del Gabinetto. È stato uno dei più agguerriti sostenitori del Leave durante il referendum del 2016 ed è ora il punto di riferimento più accreditato per chi sostiene una “Brexit a tutti i costi“, anche in caso di uno scenario no-deal.

Jeremy Hunt è stato eletto parlamentare per la prima volta nel 2005. Ha ricoperto diversi incarichi di governo: prima come capo del Ministero per Cultura, Media e Sport (gestendo anche la preparazione alle Olimpiadi di Londra del 2012), poi come Ministro della Salute e infine come Ministro degli Esteri, subentrato in seguito alle dimissioni di Johnson lo scorso anno. Dalla parte del Remain nella campagna referendaria del 2016, Hunt non crede particolarmente nella strategia dell’intransigenza nei confronti dell’UE, e ha detto che cercherà di evitare la soluzione di una no-deal Brexit.

Al momento, i sondaggi danno Boris Johnson come il favorito assoluto. Nonostante il suo rivale possa vantare maggiore esperienza nei ruoli di governo, Johnson può contare sull’appoggio di almeno il 60% dei membri del suo partito, come è emerso chiaramente dall’ultimo round di voti: Johnson ha ottenuto la schiacciante maggioranza relativa di 160 voti su 313, mentre Hunt si è fermato a 77, appena due voti sopra al terzo classificato Michael Gove (poi eliminato).

In disaccordo

La Brexit è l’argomento su cui i due parlamentari sono più divisi. L’obiettivo di Jeremy Hunt è di trovare un accordo valido per il divorzio dall’UE, ma ha anche affermato che, se necessario, è pronto ad affrontare uno scenario di no deal, seppure “with a heavy heart“. Se eletto, sceglierà dei nuovi negoziatori con cui proporre un’alternativa al piano May e in contemporanea riaprirà il dialogo con i vertici UE. Nel caso in cui i negoziati no portassero da alcuna parte, rinuncerà al dialogo e si concentrerà sullo scenario senza accordo.

Boris Johnson è inflessibile sulla data di uscita dall’Unione Europea: dal suo punto di vista, la Brexit deve verificarsi tassativamente entro e non oltre il 31 ottobre di quest’anno, qualunque sia il tipo di accordo raggiunto. Sostiene, però, che la possibilità di un no deal sia “una su un milione”. Inoltre, Johnson vuole rinegoziare i termini del cosiddetto backstop (il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda) e rifiuta che il Regno Unito paghi i 39 milioni di sterline dovute all’UE fino a quando non sarà raggiunto un nuovo accordo.

Jeremy Hunt è dell’opinione che una linea così intransigente sulla Brexit potrebbe anche condurre a nuove elezioni o addirittura a un secondo referendum – scenario in cui il Labour party sosterrebbe il Remain, come confermato di recente dal suo leader Jeremy Corbyn, e quindi uscirne vincitore sui Tories.

Durante il dibattito si è arrivati anche a discutere le recenti tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Sir Kim Darroch, l’ambasciatore del Regno Unito negli Usa, avrebbe accusato l’amministrazione Trump di essere “inetta, incompetente e disfunzionale”. In risposta, il presidente Trump ha definito l’ambasciatore uno “stupido” e ha classificato come “sciocca” la strategia May per la Brexit. A tal proposito, mentre Hunt ha affermato che il presidente non avrebbe dovuto rivolgere tali commenti nei confronti del Primo Ministro ancora in carica, Johnson ha evitato di rispondere in modo diretto, forse per evitare di creare dissapori con Trump, con cui è in buoni rapporti da tempo. È delle ultime ore la notizia delle dimissioni dell’ambasciatore Darroch.

Il Regno Unito di domani

Boris Johnson e Jeremy Hunt rappresentano due ali del partito conservatore britannico per cui il trovarsi d’accordo non è scontato. Ciascun candidato, se eletto leader, darà sicuramente un’impronta diversa al partito, che non necessariamente troverà l’approvazione degli altri membri. Si dovrà attendere fino al 23 luglio per conoscere il nuovo Primo Ministro, e il volto del Regno Unito di domani.

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