Quando e come gli scacchi raccontano la Guerra Fredda

Scacchi e Unione Sovietica, una storia d’amore.

Anche i meno appassionati associano con facilità gli scacchi ad esotici nomi russi: non pochi hanno sentito infatti nominare, e conoscono, giganti come Garri Kasparov e Anatolij Karpov. Qualcuno che sia leggermente più interessato potrebbe aver anche sentito parlare di Petrosian o Spassky, di Kramnik e Karjakin. In effetti, a gettare frettolosamente lo sguardo su una lista di Granmaestri che abbiano partecipato a tornei internazionali dal dopoguerra in poi, verrebbe da pensare che le uniche persone interessate a muovere pezzi su una scacchiera provengano tutte dall’Unione Sovietica. E a dominare i campionati mondiali sono sempre i sovietici: nel 1951, dopo un periodo di interregno dovuto alla morte del precedente campione Alexander Alekhine (sovietico), è Mikhail Botvinnik (sovietico) a detenere lo scettro per dieci anni, dal 1951 al 1963, con due brevi interruzioni nel 1957 e nel 1960 causate da Vasily Smislov (sovietico) e Mikhail Tal (sovietico). A rubargli il titolo, nel campionato del 1963, è Tigran Petrosian (sovietico) che difende il titolo nel 1966 per perderlo poi nel 1969 contro Boris Spassky (sovietico). La breve, ma ardente, comparsata di Bobby Fischer nel 1972 porta, solo tre anni più tardi, all’inizio dell’era Karpov/Kasparov (entrambi sovietici) che durerà oltre la fine della guerra fredda. E’ solo con il disfacimento dell’Unione Sovietica che la totale supremazia russa sugli scacchi inizierà ad incrinarsi – almeno un po’.

Tutto ciò non è casuale: gli scacchi hanno una grande tradizione in Russia, tradizione che risale all’epoca cavalleresca, che si snoda nei secoli XVI e XVII in seguito al divieto posto sul gioco dalla chiesa ortodossa e che raggiunge pieno riconoscimento a metà del 1800, quando il manuale di scacchi di Aleksandr Petrov diventa praticamente un best-seller nazionale.

Tra i grandi fan di questo gioco non può mancare Lenin, che dopo aver scoperto gli scacchi in famiglia, con il padre e i fratelli, ne fa prima uno dei suoi passatempi preferiti durante gli anni di esilio in Siberia, per poi renderlo sport nazionale in Russia dopo la Rivoluzione, favorendone la diffusione su tutto il territorio dell’URSS. La sua idea è quella di rendere gli scacchi parte della cultura proletaria, di farne un gioco di massa. E ci riesce: se nel 1917 si potevano contare solo 300 scacchisti, nel 1934 sono più di 500.000, e si tratta solo di scacchisti “organizzati”. In realtà il gioco diventa popolare a tutti i livelli e a tutte le età.

Il regime si rende contro presto che uno sport divenuto così popolare può ben servire gli ampi interessi politici della patria Sovietica. Gli scacchi diventano così un mezzo di propaganda: il gioco degli scacchi è arte celata sotto forma di gioco, recita uno degli slogan in voga. I Granmaestri di scacchi sono a quel punto tra le figure più privilegiate del regime. Gli stipendi sono generosi, sono permessi i viaggi all’estero, le limousine si sprecano e la considerazione di cui godono i Granmaestri è altissima, ma così anche le aspettative. Le sconfitte non sono bene accette dalla gerarchia comunista, come può ben raccontare Marc Taimanov, caduto in disgrazia dopo una sola sconfitta subita ad opera di Bobby Fischer. Come spiega egli stesso, “tre erano i pilastri della propaganda all’epoca: il circo, il balletto e gli scacchi. In questi tre rami non avevamo rivali e chiunque fosse impegnato in queste attività era considerato un ambasciatore dell’Unione Sovietica nel mondo. La vetrina del comunismo”. Rappresentare l’Unione Sovietica in occidente è, ovviamente, un compito di fondamentale importanza: non si tratta solo di vincere delle competizioni sportive; si tratta di affermare la superiorità del sistema comunista su quello capitalista, di celebrare vittorie sul fronte di una guerra mai realmente combattuta dove, come parti inscindibili della narrativa di una società, la politica, il progresso tecnologico, l’arte, lo sport diventano arma e conquista – e gli scacchi non possono mancare all’appello, soprattutto perché la superiorità sovietica, qui, è evidente.

 

Boris Spassky vs. Bobby Fischer, “The match of the century”.

Nel 1962, però, appare nella rosa dei candidati al titolo mondiale il nome di Bobby Fischer. Giovanissimo, non ha nemmeno vent’anni, si piazza al quinto posto. Ancora non desta particolari preoccupazioni all’establishment sovietico, sebbene sia diventato campione degli Stati Uniti a soli quattordici anni, imparando a giocare a scacchi praticamente da autodidatta. Non desta preoccupazioni, eppure sarà proprio lui a battere Taimanov nel 1971, provocando un terremoto nella tradizione ormai ben consolidata che vede i sovietici alla guida del gioco. Il “moccioso di Brooklyn”, come viene chiamato Fischer dal dipartimento dello sport dell’Unione Sovietica, batte il Granmaestro sovietico 6 a 0. Ma non si ferma: nel corso dello stesso anno batte Bent Larsen e Tigran Petrosian e ogni altro candidato al titolo mondiale. “Fu allora”, racconta Taimanov “che quegli stessi funzionari si resero conto che quel moccioso di Brooklyn era invicibile”.

Il campionato del mondo del 1972 è il primo dopo moltissimi anni, dunque, in cui la lotta per il titolo non si gioca fra due sovietici. Non solo: Fischer ha già criticato aspramente la dominazione sovietica negli scacchi, accusando sulla stampa i giocatori d’oltreoceano di accordarsi per pareggi veloci tra di loro nei tornei in modo da risparmiare le energie per gli incontri finali (cosa che verrà in effetti confermata successivamente). Ma quel che è più importante ancora, tuttavia, è che lo sfidante provenga direttamente dagli odiati Stati Uniti d’America.

Il match, quindi, diventa immediatamente un affare di stato, più che una partita di scacchi. Da un lato, in Unione Sovietica, vengono convocati tutti i migliori scacchisti per stilare un profilo dello sfidante, del suo gioco e delle sue debolezze. Spassky viene seguito in maniera maniacale sotto ogni aspetto, sottoposto a diete intese a migliorare il suo stato fisico e mentale e coccolato con ogni genere di comfort (tra cui un nuovo appartamento a quattro stanze).

Dall’altro lato, i continui problemi sollevati da Bobby Fischer – tra cui la scelta del luogo dove disputare la finale (rifiuta di giocare in Yugoslavia) e il suo compenso (chiede circa il triplo del denaro solitamente accordato per questi eventi) – fanno sì che venga persino scomodato l’allora Segretario di Stato Henry Kissinger. Durante la partita, Fischer è estremamente nervoso. Perde il primo match e alla seconda partita non gioca nemmeno: si lamenta delle telecamere, delle luci, del rumore che fanno i bambini scartando le caramelle; fa smontare la sua sedie per controllare che dentro non ci sia nulla che possa infastidirlo. A questo punto Kissinger lo chiama, intimandogli di smetterla di creare problemi e di vincere per il bene degli Stati Uniti.

E Fischer lo fa: da quel momento non perde più una partita, e il primo settembre diventa il nuovo Campione del Mondo mettendo fine a 24 anni di dominazione sovietica.

Il valore politico di questa vittoria è universalmente riconosciuto e la sconfitta brucia enormemente alla gerarchia sovietica. Nel 2016, Garry Kasparov commenta il match così:

“Credo che la ragione per cui si guardò questa sfida non fu tanto per il fattore scacchi, quanto per l’elemento politico, che era inevitabile perché in Unione Sovietica gli scacchi erano considerati dalle autorità un importantissimo strumento ideologico utile a dimostrato la superiorità intellettuale del regime comunista sulla decadenza occidentale. Questo è il motivo per cui la sconfitta di Spassky venne considerata su entrambe le sponde dell’Atlantico come un momento di rottura nel bel mezzo della Guerra Fredda”.

I due giocatori rappresentano i due opposti schieramenti e a nessuno sfugge quanto questa sia una rappresentazione propagandistica. Nel film Pawn Sacrifice, dedicato a Bobby Fischer, l’avvocato del campione statunitense definisce la sfida come una guerra di percezione, dove il povero ragazzino di Brooklyn sfida, da solo, l’intera Unione Sovietica.

Il momento di gloria, però, non dura a lungo. Bobby Fischer ha un carattere complicato e probabilmente problemi mentali mai diagnosticati. Quando nel 1975 Anatoly Karpov vince il diritto a sfidarlo, Fischer inizia ancora una volta a lamentarsi di ogni cosa, si rifiuta di giocare, e la FIDE decide infine di nominare Anatoly Karpov campione a tavolino. Bobby Fischer sparisce dalla scena per oltre vent’anni. Quando vi riappare, poi, non è più lo stesso.

 

Karpov Vs. Korchnoi, un eroe e un traditore.

Da quel momento, Karpov domina la scena a lungo, fino all’arrivo di Kasparov. Durante il suo regno difende da ogni sfidante e con incredibile metodicità il suo titolo, anche dall’ex sovietico Viktor Korchnoi, eccezionale giocatore, e lo fa in due occasioni, a Baguio City nel 1978 e a Merano nel 1981.

Se il match con Bobby Fischer aveva avuto una copertura mediatica internazionale per le sue implicazioni politiche, lo scontro fra Anatoly e Viktor viene seguito principalmente in URSS, ma i match con Korchnoi non sono meno affascinanti nemmeno dal punto di vista politico.

Da un lato Anatoly Karpov è un membro stimato del Partito Comunista, il campione del mondo di scacchi che ha riportato in patria il titolo (pur non giocando). Dall’altro lato Viktor Korchnoi è, per l’URSS, un orrido personaggio, il rinnegato che nel 1976 ha abbandonato l’Unione Sovietica per l’Olanda. Tutte le sue precedenti vittorie sono dimenticate, non contano più. Come tutti i traditori, Korchnoi viene in Unione Sovietica formalmente dimenticato, cancellato per sempre dalla memoria comune e dalla storia.

Korchnoi viene ripetutamente boicottato: gli è praticamente impossibile giocare qualunque match con i giocatori sovietici. Karpov, tuttavia, accetta di difendere il titolo contro di lui. Quando i due si incontrano a Baguio City nel 1978, i due giocatori, praticamente, si detestano. Tutta l’Unione Sovietica segue la sfida, anche se questo pone ovviamente un problema alle autorità sovietiche, visto che ufficialmente Korchnoi non esiste più. Eppure è lì e sfida il campione sovietico, cosa che rende un’eventuale sconfitta di Karpov totalmente inaccettabile.

Karpov arriva nella città filippina con uno staff di dimensioni incredibili, tra i quali si conta anche un parapsicologo, Vladimir Zukhar, il cui solo compito è quello di fissare Korchnoi per tutta la durata della partita. Korchnoi non la prende bene: innervosito, si lamenta. Al terzo game sostiene di essere stato ipnotizzato, al settimo inizia ad urlare e tira un pugno sul naso a Zukhar. Il parapsicologo viene finalmente spostato nelle file posteriori, ma Korchnoi non è comunque soddisfatto. Parte per Manila e torna con un paio di Yogi con l’intento di contrastare lo sguardo diabolico di Korchnoi. Che in quell’occasione si sia davvero combattuta una battaglia paranormale o che tutto fosse frutto della suggestione, l’escamotage funziona e Korchnoi riesce a riportare il match in parità.

Tuttavia, nel novantaduesimo giorno, Korchnoi perde la partita decisiva e Karpov riesce a tenere il titolo, con grande sollievo da parte del Politburo.

Korchnoi non è contento e non crede che Karpov sia più forte di lui. Indica come causa della sua sconfitta il boicottaggio, gli intrighi politici e nel 1981 è di nuovo pronto a sfidare Anatoly, questa volta in Italia, a Merano.

I due giocatori hanno stili molto diversi. Karpov, come Capablanca o Fischer, predilige un stile di gioco classico, pulito e logico. Gioca molto in difesa, conosce a memoria centinaia e centinaia di aperture e variazioni. Lo stile di Karpov innervosisce Korchnoi, che è invece un giocatore molto più “romantico”, orientato all’attacco, dedito al costante, ma necessario sacrificio di pezzi. Non a caso, il gioco del campione sovietico viene paragonato ad una composizione di Mozart, con la sua economia di mezzi, mentre i sotto-temi di Korchnoi ricordano le caotiche sinfonie di Mahler.

Nonostante Korchnoi cerchi di confondere Karpov con i suoi attacchi, però, il giocatore sovietico mantiene una grande lucidità e riesce a mantenere il titolo di campione anche in quell’occasione.

Da molti commentatori vengono però sollevate molte critiche nei confronti di Karpov. In particolare Lein sottolinea come il match sia sostanzialmente ingiusto, visto che il campione russo può contare sull’aiuto di un battaglione di Granmaestri sovietici pronti a suggerire la mossa migliore ogni qualvolta una posizione viene aggiornata all’incontro successivo. “Korchnoi”, dice Lein, “non sta giocando solo contro Karpov, ma contro l’intero apparato di scacchisti dell’Unione Sovietica”.

Quale sia la ragione della sua sconfitta, tuttavia, Korchnoi perde talmente male che il match viene in seguito ricordato come “il massacro di Merano”. L’Unione Sovietica continua dunque a dominare il panorama scacchistico anche contro i cosiddetti “traditori” e la sfida torna ad essere una faccenda interna: dal 1984 al 1993 il gioco sarà tutto fra Karpov e Kasparov. In cinque match i due giocheranno 144 partite, concluse con 104 pareggi, 21 vittorie di Kasparov e 19 di Karpov.

L’implosione dell’URSS pesa ovviamente moltissimo sui giocatori sovietici, sia dal punto di vista psicologico che tecnico. Nel 1993 Karpov perde il titolo contro Nigel Short, ma i russi non spariscono certo dalla scena: ci pensano giocatori come Kramnik, Kahlifman e Karjakin a mantenere viva una tradizione che, alla fine, è viva in Russia da molto prima e molto oltre l’esperienza dell’Unione Sovietica.

 

Per vedere i match:

Fischer vs. Spassky 1972

Korchnoi vs. Karpov 1978

Korchnoi vs. Karpov 1981

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