Scissione Pd: calcoli politici e motivazioni ideologiche

Il 14 ottobre 2007 nasceva il Partito Democratico sintetizzando due anime, quella rappresentata dai “Democratici di Sinistra”, e quella de “La Margherita”. Come disse Romano Prodi “Il Partito Democratico è cresciuto sulle radici dell’Ulivo” cioè da un’esperienza politica che cercava di coagulare in un unico contenitore tutte le forze riformiste che si riconoscevano intorno a tre principi ispiratori: la cultura social-democratica progressista, quella cattolico-democratica e quella liberal-democratica. Dieci anni più tardi il partito si trova invischiato nella crisi più grave della sua storia: Matteo Renzi, in occasione dell’Assemblea Nazionale del partito del 19 febbraio, ha rassegnato le sue dimissioni innescando l’avvio anticipato del Congresso che si concluderà con le primarie del 30 aprile. Inoltre l’uscita, concretizzatasi nell’ultima settimana, di Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema e Vasco Errani, 3 padri fondatori che furono protagonisti nel 2007 del comitato costituente “14 ottobre”, e di Roberto Speranza, Enrico Rossi e Guglielmo Epifani tra gli altri, rappresenta certamente una svolta importante nella breve storia del Partito Democratico.

In questo articolo cercherò di affrontare con ordine i seguenti punti: innanzitutto i fatti che hanno portato alla scissione, una fusione tra calcoli politici dettati dalla congiuntura attuale, un’aria diventata irrespirabile all’interno del partito e motivazioni ideologiche. Cercherò poi di descrivere alla luce della scissione avvenuta la nuova organizzazione delle forze politiche di centro-sinistra in Italia, seppur in divenire. Tenterò infine di inquadrare le vicissitudini recenti del Partito Democratico italiano in un quadro più ampio, quello della crisi dei partiti social-democratici in Occidente, provando a dimostrare che stiamo parlando di sintomi diversi figli della stessa malattia: la ricerca di un’identità per la sinistra del XXI secolo.

Le imminenti elezioni amministrative che si terranno in primavera, i due referendum (data ancora da definire) promossi dalla Cgil su abolizione dei voucher e modifica alla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti e la decisione della Consulta che ha dichiarato incostituzionali parti fondamentali della legge elettorale “Italicum”, sono tre elementi da considerare nella spiegazione della scissione.
Vediamo perché. La goccia che ha fatto traboccare il vaso lacerando gli ormai già logori rapporti all’interno del Pd è stata la diatriba sulla scelta della data in cui svolgere le primarie. Matteo Renzi sosteneva la necessità di un congresso sprint e dunque di primarie da svolgersi il prima possibile. Ufficialmente perché dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre ritiene esaurito il suo mandato, ma in realtà perché un’eventuale vittoria alle primarie lo avrebbe rafforzato in vista delle amministrative e dei due referendum della Cgil, due sfide che si preannunciano difficili per l’ex premier. L’opposizione interna al partito chiedeva invece più tempo per poter meglio organizzare le proprie forze in vista di un congresso rifondativo e per sfidare un Renzi indebolito. Veniamo alla legge elettorale. La bocciatura da parte della Consulta di parti fondamentali dell’Italicum mette la parola fine alla svolta maggioritaria, mai del tutto realizzata, che ha interessato il sistema politico italiano a partire dalla prima metà degli anni 90, sancendo un ritorno al proporzionale. Non è un caso che la scissione sia avvenuta dopo la decisione della Corte Costituzionale. L’ex minoranza interna al partito avrebbe ora la possibilità, anche in caso di un esiguo consenso elettorale, proprio grazie al proporzionale, di diventare un interlocutore fondamentale all’interno di un sistema sempre più simile a quello che ha caratterizzato la Prima Repubblica. Alla luce dei fatti delle ultime settimane diventa anche più intuitivo capire perché Renzi fece approvare la legge elettorale a colpi di fiducia: una legge elettorale maggioritaria aveva anche l’effetto implicito di mantenere coeso il partito.

Tuttavia la sola congiuntura politica attuale non è sufficiente a spiegare una scissione interna di questa portata. La verità è che i rapporti personali tra Renzi e la minoranza si sono talmente logorati da non permettere (ormai) una riconciliazione. Le responsabilità di Renzi, in quanto segretario, è preponderante.
La trasformazione del partito da una comunità fatta di tante voci diverse all’uomo solo al comando è stata portata avanti con incredibile arroganza dal “Giglio Magico” renziano. Lo “stai sereno” riferito a Letta, la minoranza interna tante volte etichettata come “gufi”, il “ciaone” di Carbone twittato durante il referendum sulle trivelle ad urne ancora aperte non hanno fatto altro che esasperare ancor di più il clima all’interno del partito.

Infine anche posizioni ideologiche, su alcuni temi chiave molto distanti, hanno contribuito alla spaccatura che si è realizzata nell’ultima settimana. La linea politica del governo Renzi è stata quella di imboccare una riedizione della “terza via” vent’anni dopo Bill Clinton e Tony Blair. L’opposizione interna al partito ha più volte rimarcato la necessità, in questo momento storico caratterizzato dalla costante ascesa di partiti di destra populista, di recuperare il contatto con i cittadini adottando politiche orientate più a sinistra. Pierluigi Bersani, durante la Direzione Nazionale del partito il 13 febbraio, ha affermato a proposito: “alla destra populista che corteggia le classi lavoratrici che si trovano in difficoltà bisogna rispondere dando a quelle stesse persone in difficoltà risposte di sinistra. Se non saremo noi a togliere i voucher li toglieranno loro”.

Come saranno strutturate le forze politiche di sinistra dopo questa scissione?
La situazione è in costante divenire: i fuoriusciti Bersani, Speranza, Rossi hanno lanciato sabato 25 Febbraio una nuova organizzazione politica chiamata “Articolo 1-Movimento democratici e progressisti” che vedrà al suo interno anche alcuni parlamentari appena usciti da Sinistra Italiana. Questa formazione sottrae al PD alla Camera circa 22 deputati ed al senato circa 15 senatori ed il loro posizionamento sarà condizionato anche dall’esito delle primarie del PD, se Renzi ne uscisse sconfitto questi potrebbero riavvicinarsi all’originario gruppo di appartenenza.
Il 15 febbraio Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, ha presentato il manifesto di “Campo progressista” con l’intento di raccogliere i valori progressisti presenti nelle diverse anime movimentiste della società civile che non trovano risposte nel PD, esperimento già riuscito a Pisapia nell’esperienza che lo aveva condotto alla nomina di Sindaco di Milano e, più recentemente, nel sostegno, decisivo, offerto a Sala che gli è succeduto quale primo cittadino del capoluogo lombardo. E’ chiaro che il ruolo di “pontiere” tra il PD e le diverse anime sociali progressiste, nelle intenzioni di Campo Progressista, viene ora un po’ diluito dalla scissione del PD.
Ancora più a sinistra abbiamo il movimento guidato da Beppe Civati “Possibile” e “Sinistra Italiana”, nata dalle ceneri di SEL, che si è costituita in partito politico nel corso del congresso fondativo svoltosi a Rimini dal 17 al 19 febbraio 2017.
Lo scenario è dunque molto articolato e al momento prevederne gli sviluppi è impossibile, tutto dipenderà dagli eventi che si verificheranno nei prossimi mesi.

In ogni caso le difficoltà che sta attraversando il Partito Democratico in Italia rientrano all’interno di un fenomeno più esteso: la crisi dei partiti social-democratici occidentali. L’Economist sostiene che nell’Europa occidentale il sostegno ai partiti social-democratici abbia raggiunto il suo punto più basso in 70 anni. Al di là delle estemporanee congiunture politiche e delle antipatie personali che possono crearsi all’interno di un partito, i problemi della sinistra sono molto più profondi. Francois Hollande, durante un’intervista a “Le Débat”, ha rilasciato una dichiarazione che deve far riflettere: “Quello che è in gioco oggi è se la sinistra, più che il socialismo, abbia ancora un futuro nel mondo, o se la globalizzazione abbia ridotto o addirittura annientato questa speranza». In un momento storico in cui, come sostiene Ezio Mauro, sta finendo quel lunghissimo dopoguerra caratterizzato dalla vittoria della democrazia e dei suoi valori incontestabili sui totalitarismi, in un momento cruciale come questo, la sinistra ha il dovere di avere un ruolo nel mondo e non può permettersi di lasciare il futuro in mano alla destra populista. Per fare questo è indispensabile rispondere a questa domanda: cosa vuol dire oggi, nel XXI secolo, essere di sinistra?

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