Il sistema educativo: le reliquie coloniali francesi – pt. 2

Qualche tempo fa abbiamo approfondito il ruolo del CFA Franc – il franco africano – moneta unica di gran parte di quegli Stati, un tempo colonie francesi. Nell’analisi precedente abbiamo visto come gli effetti economici di quest’area valutaria comune possono andare dalla condanna all’export alla lotta all’inflazione, passando per investimenti e crescita, talvolta scarsissimi. Ripercorrendo le fila di quella lettura passiamo alla seconda parte del nostro approfondimento: il sistema educativo.

Andando a considerare la cosiddetta CFA Franc Zone, negli Stati dell’UEMOA (Union Économique et Monetaire Ouest-Africaine) e della CEMAC (Communauté Économique et Monetaire De l’Afrique Centrale) (fig.1) abbiamo diversi esempi di come la politica educativa risenta ancora dell’influenza della Francia coloniale.

Il modello assimilazionista repubblicano – alla Francese

I francesi successivamente alla Prima Guerra Mondiale diedero vita ad uno specifico modello di integrazione da utilizzare con le minoranze all’interno del Paese e soprattutto da attuare all’interno delle colonie. L’idea del c.d. “modello assimilazionista repubblicano alla Francese” parte dal presupposto che la sfera pubblica rimanga divisa da quella privata; e che solo all’interno di quest’ultima sia possibile vivere le proprie singole identità etnico-religiose e culturali. Da sempre la Francia promuove quindi una “laicità negativa” per la quale lo spazio pubblico tenta di rimanere indifferente alle confessioni di appartenenza. Se le minoranze nel Paese e le Colonie accettano l’assimilazione ad un modello di sfera pubblica secolarizzato, lo Stato si fa garante delle politiche che agevolano e semplificano la vita dei cittadini. Nello specifico, in ambito coloniale, in cambio dell’accettazione dei diritti e doveri dello Stato Francese – come anche l’adozione della lingua e della cultura – veniva talvolta data la possibilità di acquisire la cittadinanza.
L’obbiettivo del modello assimilazionista era da un lato, la completa neutralità dell’individuo; che in pubblico nega la sua identità collettiva (Islam, cattolicesimo…) in favore della laicità dello Stato Francese. Dall’altro, “colonialmente” parlando, l’assimilazione andava di pari passo con la diffusione degli usi, i costumi e le tradizioni francesi alle colonie. Di questo modello troviamo ancora diversi strascichi, in Ciad, Costa d’Avorio e Camerun. Per citarne alcuni. E tra le tante storie la più esemplificativa sembra essere quella del Senegal.

La storia della scuola in Senegal

In Senegal, ad esempio, la diffusione e lo sviluppo del sistema scolastico appare ancora limitata e disomogenea. Nelle zone rurali c’è grandissima carenza di istituti scolastici e il tasso di frequentazione delle scuole elementari di quelle zone rimane al di sotto del 30%. Al contrario di quanto invece accade nelle zone di Dakar e Ziguinchor, dove i livelli di scolarizzazione hanno raggiunto quasi l’universalità.

La storia della scuola in Senegal nasce nell’800 con la fondazione di quattro istituti a Saint Louis e nell’isola di Gorée, due delle zone territoriali francesi.

A metà dell‘800, le élite senegalesi, insoddisfatte delle c.d. “Pioneers’ School”, spingono quindi per l’importazione del modello “missionario”: scuole cattoliche gestite dai Ploërmel Brothers, insegnanti provetti di qualità morali ma poco ferrati nell’insegnamento prettamente pedagogico.
Accanto ad esse, subito dopo l’arrivo del Governatore Generale Faidherbe, nacquero le “Trading-post schools”, istituti dove gli insegnanti parlavano, scrivevano e insegnavano la lingua araba.E quasi a conferma dell’aumento progressivo della popolazione musulmana, a fine ‘800 vi erano già 40 Trading-post schools sul territorio. Ma rimaneva scarso il livello di preparazione del corpo docenti.

Così all’inizio del ‘900, a rinforzo del controllo sul Senegal, la Francia modificò la struttura del sistema educativo. Le scuole dei “Brothers and Sisters” vennero presto rimpiazzate da scuole “secolarizzate”, a seguire la linea assimilazionista dello Stato Francese. Ciò scontentò ovviamente la popolazione senegalese islamica e fu considerato spesso ostacolo ad un buon livello di istruzione, anche a causa della lingua principale d’insegnamento: il francese per l’appunto.
Fino all’indipendenza nel 1960 furono quindi instaurate quelle che Michel Vandewiele nella sua ricerca scientifica presso “Ecole Normale Supérieure, Uni. de Dakar chiama “Metropolitan Schools”, che riproducevano senza particolari modifiche il sistema educativo francese.

Al momento dell’indipendenza, 1960, sarebbe dovuto iniziare poi, quel processo di emancipazione che sembra invece tuttora in corso. E difatti nei vent’anni successivi alla decolonizzazione il Presidente Leopold Sedar Senghor spesso parlava di “French as the language of Gods” e tutt’ora, nonostante le riforme, la lingua d’istruzione predominante rimane comunque il francese. Questo resta un grave problema poiché solo una forbice tra l’1 e 5% della popolazione parla francese correttamente.

Inmigrazione Onlus ci racconta nel suo dossier sulle “scuole altrove” che, nel 1972 fu fatto un primo tentativo di “africanizzazione” dei programmi.  Il problema sorse però poiché il curriculum di studi veniva mantenuto inalterato sul modello francese, e al suo interno erano solo stati aggiunti “tratti della cultura africana”. Nell’81 poi, l’educazione entra in crisi e lo conferma la chiamata alla conferenza “Etats Généraux” dell’amministrazione Abdou Diouf. All’ordine del giorno le difficili condizioni lavorative degli insegnanti, la predominanza del curriculum francese e l’esigenza dell’introduzione dello studio delle lingue nazionali; per attuare una riabilitazione culturale e sfatare la tradizione impostasi secondo la quale Vandewiele riflette:

“[There was a] feeling of interiority by the Senegalese from the overly intensive assimilation the French have endeavored to enforce. […] The assimilation has always tended to rank everything French as the model of excellence and everything local as at best, a poor imitation”.

La storia educativa del Senegal è stata fondamentalmente basata sulla convinzione che l’assimilazione ad un sistema educativo straniero funzionante, potesse essere in grado di avere i medesimi risultati in un contesto completamente diverso. L’imposizione di una cultura, una lingua e un’eredità straniera non sembra aver funzionato; ed ognuno di questi Stati, come il Senegal, dovrebbe comprendere che:

“The cultural perspective ha to be switched from Europe to Senegal; teaching of history, geography, etc… has to be done from a Senegalese point of view and not from a French colonialist or patronizing one.”

 I problemi che emergono dall’esempio Senegalese sembrano poi estendersi a macchia d’olio agli altri Stati, eredi di una pesante storia coloniale. Le maggiori difficoltà comuni sembrano essere:

  • Le condizioni salariali precarie dei docenti e le classi sempre in sovra-numero
  • La discrepanza tra aree scolarizzate e aree prive di istituti
  • La predominanza della lingua francese che è spesso, dalle stesse testimonianze raccolte da Inmigrazione Onlus, motivo di difficoltà di apprendimento dei ragazzi. Anche perché nella maggioranza dei casi nei contesti familiari non si parla il francese
  • Lingue nazionali mancanti di forme scritte – che disincentivano il processo di riabilitazione culturale di questi Stati
  • Il gap nel riconoscimento dei curricula di studio. Difatti benché in diversi stati coesistano i sistemi educativi a modello francese, a stampo religioso islamico e quelli propri delle singole culture africane, non sembrano mai parificati nella valenza del titolo di studi acquisito. Mantenendo e rafforzando la matrice elitaria dell’educazione in Africa.

E nonostante si potrebbe continuare ad enumerare le difficoltà ancora da risolvere, senza nemmeno citare quelle di stampo economico nello stanziamento dei fondi per l’istruzione, vogliamo ripartire dagli esempi positivi.

Come la politica educativa del Mali, che ha coraggiosamente tentato l’obbligatorietà scolastica tra i 7 e i 16 anni, o quella della Guinea che dall’indipendenza nel 1958 eliminò il sistema educativo francese riformando la scuola dal punto di vista: dell’uguaglianza della fruizione dell’istruzione nei diversi territori, dell’introduzione di contenuti legati alla tradizione storica africana e l’inserimento poi dei diversi insegnamenti delle lingue nazionali. L’esempio della Guinea sembra essere estremamente positivo, si stima difatti che in una decade la popolazione della scuola primaria sia cresciuta da 42000 a 252000 studenti.

Nonostante ciò, serve un ripensamento che prenda spunto dalle esperienze positive senza però tentare ancora una volta di assimilarle non tenendo conto delle caratteristiche intrinseche del Paese. Sembra necessaria un’educazione che istruisca i ragazzi di ogni provenienza sociale, che sia in grado di creare una futura classe dirigente, politica, lavoratrice e imprenditoriale che sappia rispondere alle esigenze dei paesi africani; che abbia gli strumenti per mettere in atto cambiamenti politici, economici e sociali. Un’educazione che permetta ai ragazzi dell’Africa Centrale e dell’Ovest di riappropriarsi delle proprie radici, senza rinnegare il percorso attuato dal colonialismo francese ma che ne evidenzi meriti ed errori. Serve un’educazione che ricostruisca un’identità secolare senza svilirla a confronto con quella europea; che sia in grado di modernizzarsi e progredire senza dover rinnegare la propria storia.

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