Stiamo tutti bene: fatti essenziali sulla vicenda dell’Aquarius

Le vicende della nave Aquarius, sulle prime pagine dei quotidiani nazionali negli ultimi giorni, mi hanno ricordato terribilmente il testo di una canzone che ha partecipato a Sanremo 2018, Stiamo Tutti Bene, presentata al festival tra le nuove proposte dal suo autore Mirkoeilcane.

“Ma guarda te la jella proprio a me doveva capitare
Quattro giorni su sta barca e intorno ancora solo mare
Ma ti pare giusto uno va in vacanza per la prima volta
E quelli lì davanti son capaci di sbagliare rotta”

La canzone parla del viaggio mediterraneo, e ne parla con una semplicità a dir poco disarmante. Un bambino affronta la rotta della morte, senza sapere come e che cosa sta affrontando, circondato da orrori che cerca di mascherare con la speranza e la fantasia.  Tutti dovremmo ascoltarla, per renderci conto di quanto troppo spesso l’approccio utilizzato nell’analizzare gli avvenimenti legati alla migrazione sia cinico e superficiale.

Tornando ai fatti di questi ultimi giorni, la chiusura dei porti italiani alla nave battente bandiera di Gibilterra ha acceso nuovamente il dibattito sulla delicata questione migratoria nel nostro paese.

L’azione, senza precedenti, del Ministro dell’Interno Matteo Salvini mostra la necessità di aprire un nuovo dialogo politico tra i partner europei sul Mediterraneo come frontiera comune degli Stati Membri dell’Unione e di condividere in maniera più bilanciata le responsabilità dell’immigrazione. A questo proposito, le risposte dei leader del vecchio continente non sono tardate ad arrivare, talvolta con toni di critica molto accesi nei confronti della decisione italiana.

“Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario. Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani”, è stata la risposta del ministro della Giustizia spagnolo, Dolores Delgado, che ha poi sottolineato le ragioni della decisione spagnola di aprire il porto di Valencia alla nave umanitaria. Ma, nonostante alcune eccezioni che sottolineano la necessità di continuare con il percorso dell’accoglienza, la gran parte dei paesi europei considera al momento come necessario un rafforzamento del controllo della frontiera mediterranea dell’Unione. A quanto riferito dal premier austriaco Kurz, Vienna, Berlino e Roma sarebbero pronti a formare un asse contro l’immigrazione irregolare. Asse Roma Berlino Vienna, insomma, che evoca delle memorie a dir poco raccapriccianti.  A loro supporto, senza dubbio, si andrebbero ad aggiungere i paesi del Visegrad, che sostengono da tempo la necessità di chiudere definitivamente la “Fortezza Europa”, non avendo per nulla condiviso le decisioni prese a Bruxelles, specialmente quelle relative al ricollocamento. Che questi paesi non ricordino che cosa stavano affrontando, fino a 30 anni fa, e che se l’Europa si fosse voltata dall’altra parte, forse sarebbero ancora sotto quei regimi? Tra l’altro, la mancata volontà di cooperare a livello europeo, cosi come la chiusura dei paesi del Visegrad a qualsiasi tipo di cooperazione con i partner europei, andrebbero ricordate a Salvini, che ha spesso indicato Orbán e gli altri leader dell’Europa centro-orientale come i primi tra i suoi alleati.

In generale, la direzione che si rischia di prendere è molto preoccupante. Infatti, il dialogo tra i leader europei sembra concentrato esclusivamente su un massiccio blocco delle frontiere, diametralmente opposto da quello che dovrebbe essere il suo scopo principale: accogliere coloro che hanno bisogno di aiuto, in maniera efficiente e puntuale, per una migliore gestione del flusso migratorio a livello europeo.

Inoltre, in questo momento, il dibattito interno tra i paesi dell’Unione non dovrebbe essere considerato l’urgenza maggiore. Ciascuno di noi dovrebbe sentire, in primis, la necessità di salvare quelle vite, e non considerarle disponibili nel giocare il ruolo di prova di forza tra paesi europei. Non dovrebbe essere un braccio di ferro a chi cede più facilmente, ma semplicemente un’urgenza dettata da buon senso e osservanza dei diritti umani.

Che cosa dice la legge a proposito?

Partendo dal tema della Ricerca e Soccorso, cioè il salvataggio di persone in pericolo in mare aperto, la conferenza IMO (International Maritime Organization), tenutasi nel 1997 a Valencia, ha tentato di semplificare la questione sancendo una sorta di divisione del Mediterraneo in aree di responsabilità. In queste aree, come stabilito dalla Convenzione di Amburgo, ogni paese è tenuto a condurre le operazioni di Ricerca e Soccorso. Riferendosi a questi due documenti, l’area libica è rimasta priva di una specifica copertura, non avendo la Libia assunto queste zone come proprie aree di responsabilità. Dunque,  le operazioni nelle acque territoriali libiche sono spesso coordinate dal MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma.

Una volta avvenute le operazioni di soccorso, il percorso da seguire non è chiaro: se da un lato, infatti, alcuni, come in questo caso Malta, stabiliscono che la nave dovrebbe essere trasportata nel porto più vicino dello stato che ha gestito il soccorso, altri, come l’Italia, ribadiscono che la Convenzione di Amburgo decreta che la decisione sul porto sicuro più vicino rimanga a discrezione delle autorità di salvataggio stesse. Nel caso della nave Aquarius, secondo la prospettiva italiana, le autorità del Bel Paese avrebbero potuto decidere di richiedere l’apertura del porto maltese.

Rispetto alla questione della chiusura dei porti, in termini giuridici, ogni stato ha il diritto di chiudere i propri porti a determinate condizioni. Questa facoltà, però, non ricade nelle possibilità del Ministro dell’Interno Salvini, bensì in quelle del pentastellato Ministro delle Infrastrutture Toninelli. Provando a intuire le precedenti posizioni di Toninelli sui migranti, che spesso sono state presentate con post e storie strappalacrime sul volto umano della migrazione, non è difficile intuire che la scelta del Ministro del M5S sia stata dettata da pure necessità politiche.

Tornando al diritto internazionale, è bene fare tuttavia una precisazione: se è vero che ogni stato detiene la facoltà di chiudere i propri porti, non può rifiutare di accogliere persone in pericolo o che necessitano di assistenza immediata, in quanto questo risulterebbe nella violazione di convenzioni internazionali sui diritti umani come la Convenzione di Ginevra e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

Quali diritti?

E qui vorrei fermarmi per una riflessione. Siamo parte di una società, chiamatela liberale, chiamatela occidentale, che, specialmente alla fine del conflitto mondiale, riconoscendo gli orrori di quello che quel conflitto aveva portato, ha ribadito con forza il valore di alcuni diritti inalienabili, universali, accompagnati da alcuni “doveri morali” che ciascuno di noi è tenuto a seguire, e in passato seguiva, in quanto accompagnato da una vivida memoria storica dei casi in cui questi diritti non erano riconosciuti. E ciascuno si confrontava con questo, giorno dopo giorno, ricordo dopo ricordo, ma man a mano in maniera più vuota, specialmente di fronte alle nuove generazioni, che davano le loro libertà ormai per scontate. La semplificazione della narrazione del passato ha fatto perdere il fondo di questi diritti inalienabili, svuotandoli di contenuto. La memoria storica si è così trasformata in una classica trama di film tra buoni e cattivi, che veniva applicata al passato, così come al presente della guerra fredda. Si dava per scontato che questa parte di mondo avrebbe sempre e comunque difeso i diritti di chiunque necessitasse protezione. Ma oggi tutto questo non è più cosi scontato, e gli avvenimenti recenti, insieme alla crescita propulsiva di partiti e movimenti razzisti e xenofobi, ne sono la dimostrazione. Le tragedie umane sono sempre meno considerate come tali, e sempre più valutate in semplici termini economici e/o propagandistici.

“E c’è un silenzio tutto intorno che mi mette paura
S’è fatta notte, ho freddo e in cielo non c’è neanche la luna
La gente grida, chiede aiuto, ma nessuno risponde
Mi guardo intorno e neanche a dirlo
Vedo sempre e solo onde, dopo onde e ancora onde
E allora onde evitare di addormentarmi
Come gli altri ed essere buttato in mare
Mi unisco al coro della barca e inizio a piangere e a gridare
Non ho forza chiudo gli occhi e non so neanche nuotare.”

In Italia, così come nel resto del continente, le nuove generazioni sono sempre più vuote di cultura politica e storica. In questo senso, la classe politica non è altro che lo specchio dei propri cittadini: una accozzaglia di persone caparbie e narcisiste, che attaccano il più debole per emergere vincitori nella lotta di tutti contro tutti. E proprio seguendo questo percorso si è arrivati ad un punto in cui un leader politico afferma soddisfazione per aver “alzato la voce” di fronte ai partner europei, pettinandosi l’ego di quanto la sua strategia abbia pagato, senza rendersi conto che le sue azioni avrebbero potuto mettere a rischio molti esseri umani. Salvini non ha capito quanto sia stato fortunato, e quanto la sua strategia sia riuscita ad avere riscontri “positivi” solo perché, a Madrid, il nuovo leader dell’esecutivo Sanchez doveva dare una prova di forza politica del proprio neonato governo socialista.

E così, dopo aver richiesto sostegno per arrivare fino al porto di Valencia, la nave Aquarius sta continuando il suo cammino. E questa volta, come direbbe anche Mirkoeilcane, “Stiamo tutti bene”, almeno per stavolta.

Ma si può andare avanti con soluzioni di emergenza basate sulla benevolenza di alcuni paesi e il rifiuto di altri? A voi la risposta. E se l’Europa (e fate attenzione, non intendo l’Europa di Bruxelles, ma i leader nazionali degli Stati Membri) sta andando nella direzione di chiudersi sempre più in se stessa, dove sono quei valori su cui si è fondata e che diceva di portare?

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