Storie di Mafia: Navi a perdere, il veleno del Mediterraneo

Il traffico di rifiuti se non ha delle connivenze istituzionali non può andare avanti, perché è una cosa fatta da multinazionali, governi, non da trafficanti. Noi eravamo il braccio di queste istituzioni e venivamo contattati da elementi di ‘certi’ servizi, che agivano per conto di uomini politici di allora”

Intervista de L’Espresso a Francesco Fonti, ex boss Ndrangheta

Ha origini negli anni ’80 ‘la giostra dei veleni’, quando le prime imbarcazioni cominciano ad essere affondate in maniera dolosa per l’occultamento di sostanze tossiche o radioattive come alternativa allo smaltimento illecito dei rifiuti. Le cosiddette ‘navi a perdere’ interessano prima paesi di destinazione come Mozambico, Etiopia, Nigeria, Est Europa fino alla c.d. “pattumiera somala”, che molte inchieste hanno collegato anche al caso Ilaria Alpi. “Vogliamo sapere la verità sui legami tra il traffico di rifiuti e il traffico di armi, le connessioni con il caso Ilaria Alpi e il trafugamento di plutonio e rifiuti radioattivi”, dichiarano a riguardo Enrico Fontana e Nuccio Barillà, dirigenti Legambiente che hanno condotto diverse battaglie per denunciare il fenomeno delle navi dei veleni.
La Somalia, ricorda l’ex boss ndranghetista Fonti, “c’era stata indicata così dalla parte socialista che governava, dicendoci che era la pattumiera dove dovevamo portare i nostri rifiuti”. Questa frase “la diceva l’onorevole De Michelis, dalla bocca, però la frase veniva da l’onorevole Craxi. Cioè De Michelis diceva che Craxi diceva questa frase”.
È tutto un nodo di affari di ‘ndrangheta e servizi segreti ‘deviati’, infatti, come rivela uno degli ex mafiosi a FanPage. Francesco Fonti, però dal canto suo, illustra all’Espresso che i servizi non erano sempre ‘deviati’: “parliamo proprio di servizi segreti, io avevo un numero di telefono, ad esempio, che corrispondeva proprio al centralino del Sismi” (Servizio informazioni e sicurezza militare, ndr). La sinergia e la collaborazione tra organizzazioni mafiose e istituzioni è dunque una delle caratteristiche principali del fenomeno delle navi a perdere, che nel 2001 erano oltre 600 esemplari al mondo di cui 52 nel Mediterraneo. Legambiente nel 2000 individuava circa 88 affondamenti sospetti, mentre Bruno Branciforte, direttore dell’Agenzia delle informazioni e della sicurezza esterna, parlava di 55 navi circa nel Mediterraneo (2009). Ma l’inchiesta madre, ancor prima di questi dati, iniziava già negli anni ’90 con una denuncia di Legambiente del 2 marzo 1994:

Si denunciava l’esistenza, in Aspromonte, di discariche abusive contenenti materiale tossico-nocivo e/o radioattivo, trasportato con navi presso porti della Calabria e, successivamente, in montagna con automezzi pesanti. Nella denuncia si evidenziava come il territorio calabrese si prestasse particolarmente alla realizzazione di discariche abusive sia perché i porti erano scarsamente controllati, sia perché l’Aspromonte, con le sue caverne naturali, appariva il luogo ideale in cui nascondere questo tipo di materiale. […] La risposta fu affermativa in quanto realmente l’Aspromonte, per la sua geomorfologia, accessibilità e vicinanza a porti incontrollati si prestava ad essere utilizzato per occultare rifiuti pericolosi. […] Occorre subito evidenziare che – in poco meno di un anno – le indagini ebbero sviluppi inimmaginabili […] Proprio per la complessità delle situazioni emerse venne creato un apposito gruppo investigativo costituito dal maresciallo capo Scimone Domenico, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, dal capitano di fregata De Grazia Natale, dal maresciallo M. Moschitta e dal carabiniere Rosario Francaviglia […]. Tale gruppo ebbe modo di interfacciarsi sia con la procura di Matera (che indagava sul centro ricerche Trisaia Enea di Rotondella) sia con il Corpo forestale dello Stato di Brescia (che aveva da tempo avviato indagini mirate su Giorgio Comerio, presunto trafficante di rifiuti tossici e, più in generale, mirate sul traffico di rifiuti radioattivi)”.

consultabile presso:Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

Con un pool specifico su un fenomeno tanto esteso furono molte le navi su cui si cominciò a indagare per una possibile localizzazione geografica. Si parla di Aso, affondata nei pressi di Locri nel 1979 con, al suo interno, 900 tonnellate di solfato ammonico. La Marco Polo, crollata negli abissi a ottanta miglia dal canale di Sicilia nel 1993, carica di fusti tossici. La Mikigan, all’altezza delle isole Eolie nel 1986, con scorie di granulato di marmo e la Rigel, lasciata andare nei fondali di Capo Spartivento in provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987. Proprio dalla Rigel emersero, poi, i primi indizi sulla potenzialità del granulato di marmo e del cemento nell’oscurare la radioattività.

Fonte: ANSA/ Francesco Arena

Senza dimenticare la Jolly Rosso, abbandonata inspiegabilmente dall’equipaggio nel 1990, la nave non affonda ma spiaggia ad Amantea e il caso si conclude con una serie di archiviazioni (1996 e 2002). “Non c’è mai stata una volontà politica– spiega Fonti a L’Espresso- nell’andare a fondo in queste cose. Mi sembra di aver letto che, in questi anni, la politica ha sempre negato ci potesse essere un traffico di rifiuti, sia sul suolo italiano che internazionale”.
Cominciano però ad essere individuate le prime navi ‘sospette’, anche se mai localizzate, e nel pool intanto diventa un personaggio di spicco il capitano di fregata, Natale Di Grazia, scelto per le sue specifiche competenze di navigazione. È lui, a detta di uno dei ‘pentiti’, “l’unico che era riuscito a indovinare le coordinate giuste. Era stato proprio quello della Marina che poi è stato ucciso, Natale Di Grazia, sì. Ma anche le sue non erano indicazioni precise”. Il capitano, infatti, dopo aver individuato circa 23 possibili relitti incriminati nel Mediterraneo, muore inspiegabilmente il 12 dicembre 1995, in circostanze sospette, in auto, a seguito di un pranzo. L’autopsia, condotta dalla dottoressa Simona Del Vecchio, accerta una morte in circostanze naturali (1996) che condurrà – a seguito di un’ulteriore autopsia richiesta dalla famiglia – all’archiviazione completa nel 2002. Con la tragedia del capitano De Grazia si intreccia, quindi, anche il mistero del Relitto di Cetraro, ritrovato a largo delle coste tirreniche della Calabria, in provincia di Cosenza. Relitto che per anni, a seguito delle dichiarazioni del collaboratore Fonti, si è ritenuto potesse corrispondere ad una di quelle tre navi – la Cunski – che l’ex boss ha dichiarato di aver affondato direttamente, insieme alla Yvonne A a largo di Maratea e alla Voriais Sporadais lungo le coste di Melito Porto Salvo.

“Rivolgendomi a Franco Muto – perché ero fuori dal mio territorio e c’era l’obbligo di dare notizia di un’attività illecita fatta sul territorio di un altro boss – ho avuto l’appoggio logistico di uomini e battelli che servivano per arrivare fino a dove era ancorata la Cunski- racconta l’ex ndranghetista- Oltre che il materiale esplosivo che servì per fare la falla e affondarla. Ho messo io, fisicamente, i candelotti. Si fissavano delle cariche di dinamite coperte da cemento a presa rapida e si accendeva una miccia abbastanza lunga per poi abbandonare la nave con un motoscafo. Lo consideravamo un lavoro facile e fruttuoso”.

Fonte: ministero dell’Ambiente

Successivamente al rinvenimento di alcuni bidoni con ‘presunte sostanze tossiche’, da parte dei pescatori di Cetraro, viene aperto un caso dal Pm Franco Greco, che arriva a coinvolgere anche il ministero dell’Ambiente, a quel tempo in capo a Stefania Prestigiacomo. La ministra nel 2009, operate le perlustrazioni, dichiarerà che “il relitto a largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski” ma è la nave Catania, affondata nel 1917 per un atto di guerra. Dai documenti di Greco, risalenti al 2006, però, emerge che le navi affondate a largo di Cetraro sono tre e ciò corrisponde con le dichiarazioni di un altro ex mafioso a FanPage che rivela: “questa è una cosa che nessuno sa. Non era solo una nave a nome Cunski ma erano tre navi, tutte e tre utilizzate per quel lavoro. Non stiamo parlando di una sola nave ma tre navi con lo stesso nome, di nazionalità e proprietà diverse”. Il 15 settembre 2009 il fenomeno delle ‘navi a perdere’ entra prepotentemente nell’agenda dell’Unione Europea, grazie a un’interrogazione dell’eurodeputato calabrese Pd, Mario Pirillo, membro della Commissione per l’ambiente e la sanità pubblica. L’obiettivo è coinvolgere e rendere consapevole Strasburgo su un caso pieno di mistero che unisce traffici di sostanze tossiche ed armi, mafia italiana, organizzazioni criminali estere, istituzioni italiane e non. Ad ottobre 2009, i pescatori della zona calabrese armano una protesta bloccando un’intera stazione ferroviaria e il giorno seguente, i sindaci si incontrano a Diamante per discutere il problema delle scorie radioattive. Si giunge così al 24 ottobre 2009, data della manifestazione nazionale ad Amantea che dietro lo slogan “Affondiamo la Ndrangheta” unisce oltre 30.000 persone. 

Siamo all’alba del 2014, ormai, quando la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti svolge ulteriori indagini sulle navi a perdere e, con riguardo all’inspiegabile ‘morte naturale’ del capitano De Grazia il direttore dell’Università di medicina e chirurgia dell’Università di Tor Vergata, Giovanni Arcuri pubblica risultati inediti. Le perizie autoptiche vengono definite obsolete e inutilizzabili. Con risultati che Arcuri definisce “non corrispondenti a verità scientifica”, per cui la conclusione – attesi oltre 18 anni dalla morte del capitano – è quella di “una morte tossica”: un avvelenamento. La scoperta, però, non porta alla riapertura del caso, anzi, viene richiesta un’ulteriore archiviazione. Si continua, quindi, a parlare di navi a perdere, di mafie, istituzioni, morti sospette e legami con il caso Ilaria Alpi in Somalia. Uno studio epistemiologico conferma, inoltre, l’esistenza di un pericolo, in termini di salute, per gli abitanti dei comuni di Amantea e San Pietro in Amantea e ad oggi si attendono nuovi sviluppi, mentre nelle calde e italianissime estati i limpidi mari di Calabria e Sicilia non sembrano poi così limpidi…

Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto e chi vuoi che se ne accorga”
E il mare?”
Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte”

Intercettazioni D.D.A. 2001

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