Thomas Sankara, il presidente burkinabè

“Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri stati e le nostre economie. Loro hanno indebitato l’Africa. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo”

Il Burkina Faso è uno stato dell’Africa occidentale, quella regione del continente nero appartenuta, fino alla sua implosione, all’impero coloniale francese.  Privo di sbocchi sul mare lo stato con capitale Ouagadougou è tra i più poveri del mondo. Analfabetismo, arretratezza economica, inadeguatezza delle infrastrutture, desertificazione e il mancato controllo delle principali risorse estrattive, prevalentemente in mano a investitori esteri, sono la causa della condizione di miseria che si vive nella “terra degli uomini integri”. Ciò si intende per Burkina Faso nelle due principali lingue burkinabè. e deve il suo nome a Thomas Sankara, che nell’agosto del 1984 decise, poco dopo aver preso il potere, di cambiare la vecchia denominazione Alto Volta, dal fiume Volta che attraversa la regione, la quale ricordava il periodo coloniale, percepito come il ricordo di un passato di miseria. Infatti, gli amministratori dell’impero francese concepivano quel territorio solo come un grande bacino di manodopera da impiegare nelle coltivazioni in Costa d’Avorio o nell’attuale Mali, ai tempi conosciuto come Soudan francese, non favorendo lo sviluppo delle condizioni economiche e sociali del territorio. 

La nuova denominazione Burkina Faso fu solo una, forse la meno concreta, dell’azione politica condotta da Thomas Isidore Sankara, un militare burkinabé che non si limitò ad attendere che gli ultimi divenissero i primi, ma decise di cavalcare questa speranza, andando al galoppo incontro al futuro. Sosteneva la necessità di osare, di avere il coraggio di inventare il futuro, poiché la condizione di miseria del suo popolo imponeva uno sforzo dell’immaginazione, uno slancio creativo collettivo. Ci era nato Thomas Sankara in mezzo a quella miseria, ma evidentemente, stando a quello che riuscì a realizzare, non era disposto a viverci. I suoi genitori lo avrebbero voluto prete, ferventi cattolici quali erano, o tutt’al più medico. Decise, invece, di tentare la carriera militare. Nei primi anni ’70 assistette a uno dei tanti scontri che minarono gli stati africani successivamente alla fase di affrancamento dalle madrepatria. Negli ambienti militari si avvicinò al marxismo e, di conseguenza, alla politica. Distintosi per l’originalità delle sue idee e nel corso delle operazioni di guerra durante il conflitto contro il Mali del 1974, cominciò a farsi notare sia nell’ambiente militare che tra la popolazione comune. Nei primi anni ’80 il Burkina Faso venne investito da una forte instabilità politica: si alternarono due colpi di stato che portarono al potere Saye Zerbo (1980 -1982) e successivamente Ouèdraogo (1982 – 1983).  Saye Zerbo, al fine di sfruttare la popolarità di Sankara per un maggiore consenso del proprio governo, lo nominò segretario di stato all’informazione. Trovatosi in disaccordo con il resto della giunta, giudicata corrotta e lontana dagli interessi della popolazione, un anno dopo, rassegnò le dimissioni. “Malheur à ceux qui bâillonent leurs peuple” chiosò in diretta televisiva mentre annunciava le proprie dimissioni, dimostrando un certo coraggio, che gli costò l’arresto. La prigionia privò Sankara della propria libertà, ma accrebbe la sua popolarità. Sicché Ouèdreaogo,  una volta divenuto capo di stato del Burkina Faso a seguito dell’ennesimo colpo di stato, lo nominò primo ministro. L’incarico rappresentava un compromesso per compattare il Comitato di salute pubblica, creato da Ouèdreaogo appena preso il potere. Il CSP era, infatti, diviso tra un’ala conservatrice, che con Ouèdreaogo aveva ottenuto la presidenza della repubblica, e una progressista, la quale spinse affinché Ouèdreaogo fosse affiancato da un loro rappresentante, individuato proprio in Sankara. La forte influenza che il neo primo ministro esercitava nella popolazione, infatti, avrebbe favorito l’avvio di una serie di riforme per rinnovare il paese. Le prime iniziative prese dal Comitato di Salute Pubblica furono la chiusura delle frontiere, al fine di limitare l’emigrazione ovviando alla scarsità di manodopera interna e l’emanazione di una legge che prevedeva dure condanne nei confronti dei funzionari statali assenteisti, corrotti o inefficienti. In politica estera Sankara cercò di intessere relazioni diplomatiche con quei paesi di tendenze anti-imperialiste, come ad esempio Cuba o la Libia. In particolare, un viaggio del primo ministro in Libia, che aveva provocato malumori nella Francia di Mitterand, acuì le mai sopite tensioni tra l’ala conservatrice e quella progressista. La prima vicina ai francesi ed interessata ad aumentare le relazioni diplomatiche con quei paesi vicini agli interessi occidentali come il Marocco, lo Zaire di Mobutu e i regimi conservatori vicini, come la Costa d’Avorio e il Togo.  L’ala progressista, invece, più sensibile alla causa anti-imperialista sosteneva le ragioni di quei paesi fortemente critici nei confronti delle tendenze imperialistiche occidentali, stimando l’azione politica di Nyerere e Rawlings. A seguito del viaggio di Sankara in Libia l’ala conservatrice montò una campagna contro Sankara, che venne tacciato di essere un “comunista” nemico dell’interesse nazionale. Successivamente e senza che Sankara mostrasse un benché minimo ripensamento delle proprie azioni politiche, il 17 maggio 1983  venne tratto in arresto. Ciò non giocò a favore dell’ala conservatrice, poiché l’opposizione all’arresto di Sankara compattò l’ala progressista, che il 4 agosto del 1983, il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza, operò un colpo di stato. Thomas Sankara si apprestava a guidare la repubblica dell’Alto Volta che avrebbe trasformato in Burkina Faso, entrando nella storia.

Preso il potere il neo presidente burkinabè avviò una serie di riforme sociali ed economiche,  incentivando il coinvolgimento diretto  di ogni abitante nelle campagne politiche intraprese. Creò il CNR, il Comitato Nazionale della Rivoluzione, al quale affiancò i Comitati di difesa della Rivoluzione, che rappresentavano il luogo di dibattito politico nei villaggi, al fine di favorire la partecipazione diretta anche nelle aree più remote. L’obiettivo era quello di creare un senso collettivo di appartenenza alla patria, intesa come il luogo della redenzione e del riscatto, verso il quale ogni cittadino avrebbe dovuto dare tutto se stesso, al fine di vincere la battaglia contro lo stato di minorità nel quale destava il Burkina Faso. Non si trattava di competere con gli altri, ma con se stessi, al fine di migliorare la propria condizione di miseria. Voleva compattare la popolazione, spesso divisa e, come si vedrà successivamente, avrebbe voluto compattare gli africani. Si avvalse dell’esercito per migliorare le infrastrutture e la produzione agricola.  In campo sociale inaugurò una forte campagna di moralizzazione politica, spingendo per una maggiore austerità dei funzionari pubblici. Emanò leggi contro la corruzione, per l’emancipazione della donna e fu il primo presidente africano a battersi per una campagna di sensibilizzazione contro l’AIDS. In campo economico si contraddistinse per un forte protezionismo, limitando le importazioni, sostenendo che bisognasse produrre e consumare burkinabé. Non si trattava di una decisione da intendere in senso nazionalista, quanto più un tentativo di favorire le piccole imprese, in maniera da rilanciare l’economia locale aumentando la produzione interna a discapito delle importazioni. Condannò, sebbene non riuscì mai a rendere il paese indipendente da questi aiuti, il sistema degli aiuti internazionali e non vedeva di buon occhio le seicento ONG sparse sul territorio, quattrocento delle quali erano francesi. Ottenne dei risultati eccezionali: garantì delle condizioni di vita migliori ai burkinabè attraverso campagne di vaccinazione e di sensibilizzazione, riuscendo a porre in ogni villaggio un presidio medico. Tutelò il territorio Burkinabè dalla desertificazione, attraverso l’introduzione di sistemi irrigui e una regolamentazione della deforestazione. Costruì nuove scuole al fine di ovviare all’analfabetismo, migliorò le infrastrutture che gestivano le risorse idriche, concesse incarichi pubblici alle donne, rendendo il Burkina Faso uno degli stati più innovativi del panorama africano degli anni ’80. Tutto questo però ebbe anche delle ripercussioni negative: la forte austerità aumentò il conflitto tra sindacati e CNR, la stessa incapacità di Sankara di compattare tutti partiti di sinistra sotto un unico partito indebolì le sue posizioni. Non giocò a suo favore neanche la tendenza autoritaria che ebbe nel tentativo di rafforzare la coesione nazionale. Inoltre le riforme economiche avevano fortemente rafforzato il settore primario, ma indebolito gli altri due, lasciando scontenta la piccola, ma influente, fascia di popolazione che apparteneva agli altri due settori, nonostante in quattro anni il PIL fosse cresciuto del 4 per cento. Spesso le iniziative di Sankara mancarono dei fondi necessari all’effettiva realizzazione. Degli esempi sono la riforma della sanità che intendeva garantire totalmente gratuita e l’iniziativa di generalizzare l’istruzione, indebolendo le già precarie casse del Burkina Faso. Queste, in estrema quanto approssimata sintesi, le ragioni interne della sua destituzione, che avvenne il 15 ottobre del 1987.

In politica estera Sankara si avvicinò al Movimento dei Non Allineati, mantenendo un atteggiamento critico sia nei confronti degli USA sia della Francia. Sostenne l’indipendenza della Nuova Caledonia in sede ONU. Fu critico anche nei confronti dell’URSS, in particolare condannando l’invasione dell’Afghanistan durante un viaggio a Mosca, nonostante il voto favorevole durante l’Assemblea Generale dell’ONU. Ad ogni modo tentò sempre di mantenere un certo distacco da Mosca e celebre rimane la sua frase,,“ en Burkina il n’ya pas la neige”, pronunciata di ritorno da un viaggio in URSS. Strinse legami di solidarietà e collaborazione con alcuni presidenti africani, in particolare Rawlings del Ghana e Nyerere della Tanzania. Mantenne delle relazioni cordiali con la Libia di Gheddafi, che lo sostenne durante la guerra di Natale del 1984, quando le truppe del Mali, tacciate da Sankara di essere sostenute dalla Francia, bombardarono una città burkinabé. Alcuni storici sostengono, però, che in uno dei viaggi al quale partecipò il suo vice Compaoré, cioè colui che poi ne prese il posto a seguito del suo omicidio, Gheddafi avrebbe aiutato  il futuro presidente del Burkina Faso nella pianificazione del colpo di stato. Negò il supporto a Taylor durante la preparazione delle operazioni che lo portarono a prendere il potere in Liberia. Nel luglio del 1987 pronunciò il discorso all’assemblea di Addis Adeba dell’Organizzazione per l’Unità Africana. Un discorso che se da una parte sancisce la condanna a morte (almeno dal punto di vista internazionale), dall’altra rappresenta il suo testamento politico. Un discorso breve, molto più efficace dei sermoni retorici quanto prolissi di Fidel Castro, sicuramente più diretto e quantomeno credibile del Libretto Verde di Gheddafi, più semplice degli eruditi comunicati dei gruppi marxisti europei. Accattivante dal punto di vista mediatico, Sankara si esprime in una lingua internazionale, il francese. Utilizza un linguaggio diretto, forte della giovane età e di un affascinante carisma, fa spesso battute al quale inevitabilmente corrispondono risate. E’ conscio che non sta parlando solamente ai presenti l’assemblea, le telecamere gli permettono di rivolgersi alle opinioni pubbliche dei vari stati africani e non. Partendo da una dura condanna del debito pubblico, ritenuto retaggio della dominazione coloniale, propose di unirsi per non pagarlo. Disse che se fosse stato l’unico a non farlo non lo avrebbero visto partecipare alla prossima conferenza, tra le ciniche quanto spontanee risate dei presenti. Sankara portò l’esempio della Costa d’Avorio, paese molto più ricco del Burkina Faso, ma che comunque non riusciva a pagare il debito. Come avrebbe potuto farcela il Burkina Faso?  Sostenne che ogni africano avrebbe dovuto produrre africano e consumare africano, portando come esempio il suo popolo che produceva e consumava burkinabè. Non esaltò i burkinabè ritenendoli migliori degli altri popoli africani, ma propose il loro esempio. Invitò gli africani a non farsi la guerra, a non dividersi, ma a compattarsi, superando le diversità, per far fronte alle esigenze necessarie per rilanciare l’economia africana e le condizioni sociali dei popoli africani. Chiosò che quando un africano comprava un’arma l’avrebbe rivolta contro un altro africano, e che la guerra non avrebbe risolto le controversie tra stati. Non vi è un riferimento diretto nel suo discorso, ma sembra abbastanza chiaro che questa unione al quale mirava non costituisse solo una chimerica dichiarazione ideologica, ma un invito a provare ad unire le risorse africane, ponendo un limite alle importazioni, così come era accaduto durante il processo di integrazione europea. Un’area di libero scambio all’interno, con dazi verso le importazioni, nel tentativo di limitarle. Se si fosse avviato un processo simile, probabilmente anche l’economia burkinabé ne avrebbe giovato, e le riforme economiche di Sankara praticate in Burkina Faso avrebbero avuto un effetto diverso. Nelle parole pronunciate quel 29 luglio del 1987 non vi era brama di vendetta contro i vecchi coloni, né Sankara incitò all’odio verso chissà quale cane infedele o ad armarsi contro chissà quale nemico. Invocava giustizia Thomas Sankara. Individuate le cause nel debito pubblico, il leader burkinabè propose la soluzione: unirsi per non pagarlo. Non il colpevole, bensì il rimedio.

La lungimiranza di quella proposta naufragò, sbattendo sullo scoglio dell’inerzia dei tanti suoi omologhi africani.

Tre mesi dopo, il 15 ottobre del 1987 Thomas Sankara venne ammazzato, assieme ad altri dodici ufficiali, in un colpo di stato organizzato da Compaorè, il quale profittò della combinazione tra crisi interna e mancato sostegno internazionale alle proposte di Sankara per prendere il potere. Sembra che siano bastati un paio di colpi di pistola per spegnere quegli occhi di fuoco. Sembra anche che spirò sulla sedia del suo ufficio. Proprio dove le sue idee si trasformavano in fatti concreti, la sua vita incontrò la morte.  A trent’anni dalla sua scomparsa il Burkina Faso non è riuscito a replicare le conquiste sociali ed economiche ottenute durante la guida di Sankara, né tantomeno è più stata protagonista della politica estera africana. Sembra che sia scomparsa anche la speranza: il Burkina Fasoresta uno degli stati più poveri del mondo. Sankara rimane una figura amata dalla popolazione burkinabè e dagli africani in generale, come colui che decise di portarli nel futuro. Quello che più di altri si era ribellato alla condizione di dannati della terra. Alcuni lo definiscono il “Che” Guevara africano,  altri il presidente ribelle, per molti è un eroe. Ma sarebbe sbagliato considerarlo tale: gli eroi stanno solo nei fumetti e nei film, gli esseri umani su questa terra. Nel caso specifico in Burkina Faso, dove ci sono stati i Compaorè e ci sono stati i Sankara. Ai primi un longevo potere, ai secondi l’epica eternità che la storia rende a chi è stato capace di tanto.

Un pensiero riguardo “Thomas Sankara, il presidente burkinabè

  • 15 Ottobre 2018 in 18:58
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    AUSPICO, CON FORZA, CHE TUTTO IL MONDO OCCIDENTALE, TUTTE LE POTENZE ECONOMICHE DEL MONDO, AFFRONTINO LA “QUESTION AFRICA” con l’obbiettivo di PACIFICARE un intero continente. Mi rendo conto di quanti interessi girano attorno all’AFRICA. DOVREBBE intervenire L’ONU. E’ solo una speranza la mia. Mi auguro che Dio possa illuminare le menti dei governanti del mondo per un futuro di pace, progresso e serenità mondiale. Utopia la mia, in quanto prevalgono gli egoismi e la bramosia di denaro e potere.

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