TRUDEAUMANIA: tutti pazzi per Justin Trudeau

Comparso per la prima volta alla fine degli anni ’60, in occasione della discesa in campo di Pierre Elliott Trudeau nella corsa per la leadership del Partito Liberale canadese e dell’entusiasmo generato dalla sua vittoria, il termine “Trudeaumania” sembra oggi più che mai attuale. Esso è utilizzato non più in riferimento alla popolarità di Pierre Trudeau, più volte Primo Ministro tra 1968 e 1984, ma al clima di entusiasmo e fervore –che non si avvertiva a livello internazionale dalla vittoria di Barack Obama nel 2008- che accompagna suo figlio Justin dal momento in cui, nell’ottobre 2015, è diventato il nuovo Primo Ministro canadese, dopo aver sconfitto l’uscente Stephen Harper, alla guida del paese da quasi un decennio.

Intenzionato a non seguire le orme del padre, una volta terminati gli studi, Justin Trudeau insegna per alcuni anni francese e matematica e recita addirittura in una miniserie televisiva, ma la sua storia sembra essere in realtà già scritta: si racconta infatti che il Presidente Richard Nixon, in visita ufficiale in Canada durante l’era Pierre Trudeau, abbia brindato “al futuro primo ministro del Canada: Justin Trudeau”, segnando così in maniera irrevocabile il suo destino.
Avvicinatosi alla politica e al Partito Liberale dopo la morte del padre, avvenuta nel 2000, la sua ascesa politica è rapida e inarrestabile: deputato nel 2008, leader del partito nel 2013, Primo Ministro nel 2015.

Per comprendere la portata che, dalle elezioni del 2015 ad oggi, la Trudeaumania ha raggiunto basti guardare l’indice di gradimento del giovane Primo Ministro: oltre il 60% dei canadesi valuta positivamente i risultati del suo governo, e la percentuale schizza al 78% se si guarda alla fascia d’età 18-34 anni. Numeri straordinari se comparati a quelli di giovani leader come Matteo Renzi, Alexis Tsipras o Manuel Valls che, pur avendo goduto di un vasto sostegno dell’opinione pubblica al momento della loro discesa in campo, in virtù dell’ondata di innovazione o dei cambiamenti che promettevano, si trovano ora in enorme difficoltà e con picchi di insoddisfazione elevatissimi.

La Trudeaumania è il risultato di una combinazione di attenta costruzione –grazie soprattutto ad un sapiente utilizzo dei social media- e di innegabile carisma –non a caso è stato definito da molti il “JFK canadese”.
Non sta mai fermo e stargli dietro, sui suoi account Twitter e Instagram, dove documenta tutte le sue attività e i suoi impegni, è estremamente difficile. Ci ha abituati a foto spesso singolari e fuori dal comune: l’ultima lo vede travestito da aviatore in compagnia di suo figlio, travestito invece da Piccolo Principe, come descritti dall’omonimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, ma sicuramente non sono passate inosservate foto che lo immortalano nella posizione yoga del pavone o abbracciato a due cuccioli di panda appena nati allo zoo di Toronto. Come d’altronde hanno fatto rapidamente il giro del mondo la sua pronta risposta ad un’insidiosa domanda su cosa fosse un computer quantistico -posta da un giornalista durante la sua visita presso un famoso centro di ricerca canadese- i video della sua partecipazione al gay pride di Toronto o le foto del suo incontro con Emma Watson a favore della campagna ONU “He for she”. Tutti i principali quotidiani e riviste sembrano aver dedicato al Primo Ministro canadese una prima pagina o perlomeno un articolo o un’intervista –Justin appare addirittura sulla copertina dell’ultimo numero di fumetti della Marvel, nell’edizione limitata dal titolo “Civil War II: Choosing Sides”.

E il 28 ottobre 2016 anche The Economist dedica la prima pagina al Canada e al nuovo corso intrapreso dal giovane Primo Ministro: al titolo “liberty moves north” è affiancata un’eloquente immagine della Statua della Libertà, la cui classica corona a sette punte è sostituita da una foglia d’acero, chiaro rimando alla bandiera canadese. Stando all’opinione dell’autore, il Canada è l’unico paese in grado di raccogliere il testimone della “tradizione liberale occidentale” –visto il futuro tutt’altro che roseo che si intravede all’orizzonte negli USA e il montare di forze populiste e xenofobe sul vecchio continente.
Circa una settimana dopo la pubblicazione di questo articolo, la vittoria di Donald Trump e il suo imminente arrivo alla Casa Bianca sembrano confermare i peggiori timori dell’autore. Non soltanto perché il tycoon non ha fatto mistero della sua propensione all’innalzamento di tariffe punitive e ad un rinato protezionismo, a scapito di trattati commerciali e cooperazione economica –dopo aver affossato il TTIP, ha infatti più volte affermato di voler innalzare tariffe contro le importazioni cinesi o rinegoziare il NAFTA con Messico e Canada- ma soprattutto perché la sua vittoria sembra confermare che, a livello internazionale, il vento sta cambiando.
A preoccupare, soprattutto in Europa, è un eventuale effetto domino, scatenato dalla vittoria di Trump. Dopo la Brexit, tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni che si terranno nel 2017 in Germania e Francia, due paesi che rappresentano il cuore del continente, sia in senso geografico sia in quanto padri fondatori del processo d’integrazione europea. Come prontamente sottolineato da Marine Le Pen, infatti, la vittoria di Trump non rappresenta “the end of the world, but the end of a world” e dimostra che nulla è impossibile -“Today the US, tomorrow France!”

In controtendenza a queste politiche reazionarie, il Canada rappresenta un’eccezione in termini di inclusione: ammette oltre 300.000 immigrati all’anno –che corrispondono quasi all’1% della popolazione canadese- e migliaia di rifugiati siriani, accolti dallo stesso Trudeau con le parole “you’re safe at home now”.
A un anno ormai dalle elezioni che lo hanno consacrato Primo Ministro, molte delle promesse fatte in campagna elettorale -tra cui la fine dei raid aerei canadesi nella lotta all’ISIS, una politica economica concentrata più sulla redistribuzione del peso fiscale che sul pareggio di bilancio, e un impegno tutto nuovo per la riduzione di emissioni di CO2 nell’atmosfera- sono state effettivamente mantenute, ma affinché Justin Trudeau non venga considerato meramente un fenomeno mediatico, un “Primo Ministro Selfie”, la strada è ancora lunga e piena di insidie.

Per saperne di più:

http://www.theglobeandmail.com/news/toronto/article30737528.ece/BINARY/w940/image.jpg
Justin Trudeau durante il gay pride di Toronto, 28 giugno 2015

https://www.repstatic.it/content/nazionale/img/2016/03/30/090522180-7638efa1-53cf-4413-830e-fba1b6460e58.jpg
Justin Trudeau nella posizione yoga del “pavone”

http://www.macleans.ca/wp-content/uploads/2016/03/PANDAS_POST01.jpg
Justin Trudeau abbraccia due cuccioli di panda nati nello zoo di Toronto

https://www.youtube.com/watch?v=rRmv4uD2RQ4
Justin Trudeau spiega cos’è un computer quantistico

http://www.adweek.com/fishbowlny/wp-content/uploads/sites/9/2016/10/EconomistCanadaCover.jpg
“Liberty moves north”: la copertina dell’Economist del 29 ottobre 2016

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