Trump, tra lo scandalo Russiagate e l’ipotesi di impeachment

Niente da fare, il presidente degli Usa Donald Trump non riesce a tenersi lontano dai guai. Questa volta, giurano le maggiori testate statunitensi, l’avrebbe combinata grossa: è infatti accusato di aver tentato di insabbiare le indagini dell’Fbi inerenti il Russiagate, nelle quali sarebbe inoltre coinvolto.

Secondo il New York Times, Trump avrebbe fatto pressioni su James Comey, ex direttore dell’Fbi, affinché lasciasse cadere l’indagine sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Micheal Flynn. Flynn fu costretto a dimettersi dopo appena 24 giorni in carica in quanto coinvolto nel Russiagate: secondo diverse fonti l’ex direttore della Dia avrebbe tenuto nascosti alcuni incontri clandestini con l’ambasciatore russo Sergei Kislyak durante la campagna elettorale. Ci si domanda se ci siano gli estremi per parlare di ostruzione al sistema giudiziario, un crimine che si configura nel momento in cui qualcuno “blocca, influenza o ostacola qualsiasi procedimento ufficiale”.

Secondo alcuni esperti si potrebbe aprire la strada a un procedimento di impeachment, ovvero alla messa in stato di accusa del presidente ad opera della Camera per farlo processare dal Senato e, se condannato, rimuoverlo dall’incarico. Non sembra sufficiente tuttavia il capo d’accusa per proporre una procedura di impeachment, soprattutto considerando i casi precedenti. Andrew Johnson fu sottoposto a tale prassi di rimozione forzata nel 1868 dopo essere stato accusato  di aver violato il Tenure of Office Act. Si salvò per un solo voto ma i Repubblicani non lo ricandidarono. Più recente e simile è il caso di Bill Clinton che nel 1998 fu portato davanti al Senato per aver mentito sulla sua relazione con la stagista Monica Lewinsky e per aver ostacolato l’accertamento dei fatti. Esiste, dunque, un punto di riferimento giuridico preciso: “l’ostruzione alla giustizia” fa parte dei “gravi crimini e misfatti”, menzionati nella sezione 4 dell’articolo 2 della Costituzione e perseguibili con l’impeachment. Alla fine fu assolto 55 voti contro 45 nel primo caso e finì con un pareggio nel secondo, quello relativo alla giustizia. Diverso il caso di Nixon che, travolto dallo scandalo Watergate, si dimise prima della fine dell’iter. L’impeachment nei confronti di Trump sembra quindi improbabile, a maggior ragione considerando che in questo momento tutti e due i rami del Parlamento sono controllati dai repubblicani.

L’impeachment non sarebbe tuttavia l’unica strada per “sfrattare” Trump dalla Casa Bianca. Richard Painter, consulente legale della Casa Bianca ai tempi di George W. Bush, ha evocato pochi giorni fa con un tweet la possibilità di far riferimento al 25° emendamento. Il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto di governo possono inviare una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente sia incapace di assolvere ai suoi compiti. I poteri passano quindi al vice. Ma se il presidente replica con un altro messaggio scritto, riprende immediatamente le sue funzioni. A quel punto il numero due della Casa Bianca può insistere e allora Camera dei rappresentanti e Senato decidono, con il quorum dei due terzi, a chi affidare il Paese. Ma si tratta di uno scenario a dir poco fantasioso, in quanto questo presumerebbe il tradimento del vice Mike Pence; probabilmente poi nessuno dei ministri, a parte i generali James Mattis e Raymond McMaster, parteciperebbero a un’eventuale “rivolta”.

Intanto la Casa Bianca deve difendersi da un’altra accusa. Questa volta è stato il Washington Post a rivelare che il tycoon ha condiviso con il ministro degli esteri Sergej Lavrov i dettagli di un piano dell’Isis, volto a compiere attentati terroristici con computer portatili su voli di linea, che erano stati forniti dai servizi segreti israeliani all’Fbi. Le comunicazioni di Trump ai russi non sono di per sé illegali, in quanto il presidente ha il potere e l’autorità legale per declassificare le carte o condividere qualunque informazione ritenga opportuna, ma costituiscono una lesione al rapporto di fiducia fra la Casa Bianca e la comunità dell’intelligence, e l’ennesima prova dell’incompetenza presidenziale.

Il Dipartimento di Giustizia ha intanto nominato Robert Mueller, ex capo dell’Fbi durante l’amministrazione Bush, nel ruolo di “special counselor”, una sorta di super-procuratore indipendente, che avrà il compito di indagare sui rapporti tra l’entourage del presidente e il governo di Vladimir Putin. Questa mossa ha sorpreso un po’ tutto il mondo politico, e infastidito il presidente Trump, che non era stato nemmeno informato di questa nomina. Il presidente incassa il colpo, mentre gli indici di gradimento scendono ai minimi storici.

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