Trump, il no all’accordo di Parigi e alle politiche di Obama

Fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, datato 20 gennaio 2017, Trump ha fatto parlare tanto di sé, nella buona e (soprattutto) nella cattiva sorte.

Il popolo americano, chiamato a scegliere tra un mandato di continuità con la precedente amministrazione Obama, votando Hillary Clinton, e un mandato di rottura degli schemi votando The Donald, adesso è diviso su qualsiasi questione sorga di giorno in giorno.

Una delle basi che aveva gettato Barack Obama al suo insediamento, ormai nove anni fa, è senza dubbio il cambiamento climatico e la salvaguardia del pianeta: durante gli otto anni di mandato, la sua battaglia ha influenzato l’opinione pubblica non solo americana, ma addirittura mondiale, convincendo tantissimi cittadini del ruolo cruciale che devono svolgere i governi per lasciare un pianeta pulito e salutare alle future generazioni.

Il Presidente uscente, convinto figlio delle politiche ambientaliste del vice presidente democratico dell’amministrazione Clinton, Al Gore, nel 2017 ha brillantemente dipinto il quadro d’insieme dopo otto anni di mandato: “Take the challenge of climate change. In just eight years, we’ve halved our dependence on foreign oil; we’ve doubled our renewable energy; we’ve led the world to an agreement that has the promise to save this planet. But without bolder action, our children won’t have time to debate the existence of climate change. They’ll be busy dealing with its effects: more environmental disasters, more economic disruptions, waves of climate refugees seeking sanctuary”.

Visione completamente opposta, invece, appartiene a Donald Trump, a lungo accusato di essere un negazionista dei problemi ambientali, e di anteporre gli interessi delle lobby alla salvaguardia del pianeta.
Proprio nell’ultima settimana, dopo aver tenuto sulle spine sei dei leader del G7 (tutti d’accordo sulle politiche da intraprendere in tema ambientale), ha comunicato via Twitter, e tramite una diretta sui social, il suo rifiuto a firmare l’accordo di Parigi.

Ma, prima di tutto, cos’è l’accordo di Parigi? Si tratta del primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, adottato da 195 paesi alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015.
L’accordo (come possiamo leggere dal sito web del Consiglio Europeo), tramite la collaborazione di tutti gli Stati sottoscrittori, mira a ridurre le emissioni, fornire trasparenza ed esame della situazione a livello mondiale, rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti del cambiamento climatico, fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento. Inoltre riconosce l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e la necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi.
L’accordo è formalmente entrato in vigore il 4 novembre 2016.

Donald Trump, rifiutandone la sottoscrizione, si unisce agli unici due Paesi che ne sono rimasti fuori: Siria e Nicaragua.
La giustificazione che ha fornito è quella della promessa elettorale, della creazione e del mantenimento dei posti di lavoro degli americani sopra ogni cosa, e della pretesa di condizioni più eque.

Dopo il grande rifiuto, che ha destato le ire di mezzo mondo (primi tra tutti Obama e Angela Merkel, già irritata in corso d’opera al G7), il Presidente avrebbe dichiarato: “Per compiere il mio solenne dovere di proteggere l’America e i suoi cittadini, gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo sul clima di Parigi ma avvieranno negoziazioni per rientrare nell’intesa parigina o per una transazione completamente nuova con condizioni eque per gli Usa”.

Trump ha puntato il dito contro Obama, affermando che l’ex Presidente avrebbe “Negoziato male l’accordo di Parigi”. Puntuale, è arrivata la replica: “L’amministrazione Trump si sta unendo a una piccola manciata di nazioni che rifiutano il futuro”.

Trump chiede condizioni più eque, mentre prova a rispettare folli promesse elettorali. Per completare però il percorso che porterà gli Stati Uniti d’America fuori dall’accordo di Parigi serviranno 4 anni, indicativamente stessa data in cui gli americani saranno chiamati a votare il nuovo Presidente.
Per citare Al Pacino nel celebre Scarface: cari cittadini americani, the world is yours.

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